La storia di

Issabel

Mi chiamo Issabel King, sono nata e cresciuta nel Malawi, il cuore caldo dell’Africa. Siamo circa dodici milioni e la maggior parte di noi vive con poco più di un dollaro al giorno. Da noi, “essere poveri” non vuol dire avere solo un paio di scarpe. Significa morire di sete, di fame o di qualsiasi altra cosa.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

La mia storia è abbastanza particolare, perché mio papà non l’ho mai conosciuto e siccome mia madre lavorava come agente di vendita per una compagnia di marketing, fino a quindici anni ho vissuto con i miei nonni. Sono cresciuta insieme a mio cugino Philip. Anche lui non aveva un padre e sua mamma, che poi sarebbe mia zia, era quasi sempre fuori per lavoro esattamente come la mia. A volte si assentavano per intere settimane, ma fortunatamente avevamo due nonni meravigliosi che curavano la nostra educazione insegnandoci l’arte del vivere. Io e Philip frequentavamo la stessa scuola. Al mattino ci alzavamo presto per uscire assieme al nonno che andava al lavoro. Vivevamo in una comunità con molti bambini e di sabato si giocava insieme all’aperto, oppure ci spostavamo fino al bellissimo fiume che distava qualche chilometro da casa. Andavamo anche solo per una nuotata o per fare il bucato, anche se poi i panni risultavano essere più sporchi di prima!

La nostra era una famiglia cristiana, di domenica si andava in Chiesa e gli altri giorni trascorrevano improntati sugli stessi principi. Adesso però vorrei parlarvi del mio sogno che è nato ai tempi della scuola elementare. Mamma aveva imparato l’arte del cucito e certe volte, mentre era a casa, confezionava degli abiti per me, per i nostri parenti e per gli amici. Quando era fuori per lavoro, spesso mi sedevo accanto alla sua macchina da cucire, ancora non la sapevo usare e quindi mi limitavo ad osservarla con devozione. Non mi azzardavo a toccarla, però mi divertivo a disegnare vestiti, trascorrendo ore con la matita in mano, poi puntualmente gettavo tutto nella spazzatura. Talvolta quegli schizzi li conservavo, ma tutto sommato non sapevo mai cosa farmene. Fu quando presi il diploma, a quindici anni, che una cugina mi consigliò di studiare moda. Lei aveva notato quanto interesse avessi per il fashion, e infatti fu in quel periodo che cominciai a pensare di trasformare quell’amore per i colori e i tessuti in un vero lavoro.

Certe idee non nascono all’improvviso ma prendono forma nel tempo, assomigliano a un mosaico che ogni giorno si arricchisce di un tassello e solo alla fine riesci ad avere una sua visione completa. Da allora il pensiero di studiare «fashion design», non mi ha più lasciato. Se in Italia entrare nel mondo della moda è difficile, in Malawi è quasi un’utopia. Da noi non esiste un’industria del fashion, quindi la mia passione veniva vista da tutti come una specie di sogno del tutto irrealizzabile. Ancora non avevo preso in considerazione l’ipotesi che la tecnologia e la rete sarebbero potute diventare delle mie grandi alleate. Ma di questo ne parleremo più avanti.

A proposito di tecnologia, il mio primo smartphone è stato un “Evolution” bianco regalatomi dalla mamma, affinché io e il resto della famiglia potessimo comunicare con lei. In quel periodo frequentavo il «modulo due» delle scuole superiori e mi piaceva studiare chimica. Amavo gli effetti sempre nuovi e spettacolari che si ottenevano dai vari miscugli. Tra l’altro, lo stesso processo creativo che ammiravo nei laboratori di scienze, lo ritrovai nelle lezioni di moda design che intrapresi più avanti. Disegnare era il mio hobby e raccontavo storie come Cenerentola e Biancaneve attraverso il disegno. Durante le lezioni di informatica, mentre l’insegnante si assentava, mi divertivo a realizzare schizzi su “Paint”. Il mio primo smartphone non durò a lungo; come la maggior parte di quelli che venivano usati in Malawi, non aveva una buona connessione internet ed era di pessima qualità. Quando aveva un problema era difficile ripararlo, non funzionava quasi mai e il solo fatto di prendermene cura, delicato com’era, costituiva una vera impresa.

Gli dissi definitivamente addio quando, in un giorno di pioggia, l’acqua che filtrava dal tetto lo bagnò. Lo so, a voi può sembrare strano, ma le nostre case non hanno nulla a che fare con le vostre e può capitare abbastanza facilmente che ci piova dentro.

Quando iniziai il «modulo tre» del mio percorso di studi avevo quattordici anni e assieme ai pochi compagni che erano in possesso di uno smartphone decidemmo di creare un collegamento fra noi, una specie di giornalino elettronico che chiamammo “Facebook”, proprio come il social vero. Era una specie di blocknotes elettronico, all’interno del quale ognuno di noi aveva un profilo e un proprio spazio. Tutti potevano scrivere qualcosa e gli altri del gruppo avevano la possibilità di esprimere commenti e giudizi. Era la nostra maniera di creare un social network e fu molto divertente, almeno fino a quando non iniziarono i primi problemi. Un giorno postai la caricatura di un insegnante e lui non la prese troppo bene; intanto all’interno del gruppo alcuni studenti cominciarono a parlare male di altri ragazzi ed è così che intervenne addirittura il Preside. Come punizione, io e il resto del gruppo ricevemmo una sospensione di due settimane. Quell’esperienza ci insegnò che dire e scrivere on-line cose negative sul conto di altri, indipendentemente da come essi si comportano con te, è sempre sbagliato.

Le parole sono sempre state importanti nella mia vita, al punto che assieme ad alcuni compagni decidemmo di unirci a un club di scrittori e questa cosa si dimostrò veramente interessante (e gratificante) visto che partecipammo a vari eventi e concorsi di scrittura. Un mese dopo i miei esami mi trasferii a Lilongwe, la capitale del Malawi, per trascorrere una vacanza con mia mamma che intanto si era costruita una nuova famiglia. Il mio patrigno, un soldato, aveva già cinque figli, quattro maschi e una ragazza di qualche anno più piccola di me. Quello resta il periodo più buio della mia vita, perché ad un anno dalla scomparsa della nonna, morì anche il nonno. Io ero molto triste. In lui avevo trovato una splendida figura paterna, la migliore che potessi avere. Lui mi aveva dato il nome e mi aveva fatto crescere nella sua casa sin dal giorno in cui ero venuta al mondo. Era un grande uomo e anche adesso, se ripenso al suo sguardo e alla sua voce non riesco a trattenere le lacrime. Lo spirito del nonno è tuttora in grado di ispirarmi molte creazioni, segno evidente che l’amore non muore mai e continua ad accompagnarci anche oltre la morte.

In quel periodo iniziai a chiedere insistentemente alla mamma se potessi studiare moda e design, ma la sua risposta era sempre la stessa: «No!» Anche lei, anni prima, aveva frequentato un corso analogo e forse era proprio per questo che il suo “no” sembrava essere scolpito nella pietra. Mamma era conscia della mia passione, ma riteneva che una carriera nel mondo del fashion, in un paese come il Malawi, non potesse offrire alcuno sbocco lavorativo. Il mondo della sartoria era un tipo di formazione che non veniva neppure preso in considerazione. La maggior parte dei genitori preferivano, allora come oggi, che i figli studiassero per essere assunti nell’ufficio di una ONG o per ottenere un posto da dipendente statale. Eravamo nel 2015 e mentre aspettavo i risultati degli esami avevo intanto riattivato il mio account di Facebook. Grazie ai social iniziai a esplorare seriamente il pianeta moda; mi piacevano quasi tutte le pagine degli stilisti e fu così che iniziai a innamorarmi dell’Italia, il centro mondiale del fashion. I social erano la mia finestra sul pianeta ed io cominciai a immergermi nella vostra cultura, analizzando soprattutto gli orientamenti e le tendenze nel campo dell’abbigliamento. Internet era lo strumento giusto per aiutarmi ad allargare i miei orizzonti ed espandere il sapere. In quel periodo compresi pienamente le potenzialità della rete e ciò che mi avrebbe potuto offrire. Attraverso Google cercavo intanto di soddisfare tutte le mie curiosità, portando avanti un importante processo di crescita personale.

Al di là dei miei “viaggi virtuali” in Italia, decisi di utilizzare la rete anche per crearmi dei contatti in Malawi e allora, dalla scarna lista di nomi di stilisti che avevo stilato, optai per Lilly Alfonso, la sola fashion designer affermata della nazione. Mi feci coraggio e le chiesi attraverso una mail la possibilità di fare un corso pratico presso il suo studio, ma non ottenni nessuna risposta. Alcuni giorni dopo ero già a chiedere la stessa cosa a un’altra stilista che ammiravo: Purity Kasambara. Il suo marchio era “Adams Needle”».

Con mia grande sorpresa mi rispose che non dava lezioni, era però disponibile a offrirmi la possibilità di lavorare con lei, fianco a fianco, come tirocinante. Lo dissi subito a mia madre e lei questa volta acconsentì senza problemi.

Due giorni dopo, Purity Kasambara mi chiamò per fissare un appuntamento in modo da poter vedere la mia cartella di disegni e i miei primi lavori. Terminato l’incontro tornai a casa con l’animo in subbuglio dalla gioia! A Purity Kasambara piacevano i miei bozzetti e fu così che mi affidò il ruolo di disegnatrice. I soldi erano pochissimi, però lavoravo a fianco di una designer, imparavo a cucire e rappresentavo il suo marchio di moda in svariati contesti. Una situazione veramente positiva. Alcuni mesi più tardi, fu sempre lei che mi aiutò a partecipare a un importante concorso per la moda in Malawi: il FAME – «Fashion Malawi Edition». Con il mio cellulare, dopo aver creato un account di posta elettronica, inviai i miei dati e i miei bozzetti agli amministratori del concorso. Tra tutti i designer che parteciparono arrivai tra i primi cinque e venni contattata per partecipare ad un evento finale. Ero così felice! Tutta la mia famiglia era entusiasta. Arrivò il fatidico giorno e il caso volle che Lilly Alfonso fosse tra i membri della giuria. Era la prima volta che la incontravo e potete immaginare la mia emozione. Non riuscii a vincere, ma l’esperienza in sé fu meravigliosa. Avevo solo sedici anni, ma il mio nome era sui giornali e fui nominata tra i primi cinque designer emergenti dell’anno 2015. Passato il momento di gloria, la realtà tornò a prendere il sopravvento. La moda non era ancora in grado di garantirmi uno stipendio vero ed io ero perfettamente conscia che il cammino verso il raggiungimento del mio sogno sarebbe stato complicato e faticoso.

Le persone a me più vicine spesero fiumi di parole per convincermi che, al massimo, quella passione per la moda avrei potuto coltivarla solo a livello di hobby. Mi lasciai condizionare e con grande tristezza mi ritrovai a sostenere le prove di ammissione all’università, corso di gestione aziendale presso il Lilongwe Technical College. Passai gli esami e come prima cosa fui costretta ad abbandonare lo stage con Purity Kasambara. Mi tuffai nello studio ottenendo un primo diploma del College quello stesso anno, ma intanto la moda si stava allontanando dalla mia vita.

Purtroppo accadde dell’altro e nel 2017 i miei genitori mi comunicarono con grande dispiacere che a breve non sarebbero stati più in grado di sostenere le spese necessarie a garantirmi il prosieguo degli studi. Avevo solo diciotto anni e la vita mi stava mettendo di fronte a tante difficoltà, ma proprio in quel momento promisi a me stessa che avrei lottato fino all’ultimo. Non sapevo bene cosa fare, ma tanto per cominciare entrai in una chat costituita da alcuni designer di moda. All’interno di quel gruppo WhatsApp feci subito amicizia con due studenti di design della scuola professionale di Mikolongwe, gestita dall’organizzazione non governativa DAPP Malawi. Loro stavano seguendo un programma della durata di tre anni, sovvenzionato completamente da un’organizzazione olandese nota come Sympany. Il programma coinvolgeva trenta studenti, uno di loro, però, da pochi giorni aveva abbandonato il corso.

Io all’università ero a un passo dal conseguimento del diploma avanzato, ma, quando i miei amici mi dissero che si era liberato un posto, ci misi mezzo secondo per decidere di mollare e andare a studiare moda. Restava solo di convincere i miei che stavo facendo la scelta giusta. Appena tornai a casa, spiegai a mia madre che avevo avuto l’opportunità di studiare fashion design presso una scuola a tempo pieno (con vitto e alloggio) in un’altra circoscrizione. Con mia sorpresa lei questa volta mi appoggiò totalmente. Era preoccupata dal fatto che per la prima volta sarei andata a stare lontano dalla famiglia, ma nello stesso tempo era felice di sapere che avrei studiato la materia che più amavo sin da quando ero bambina. Inoltre lei non si sarebbe dovuta preoccupare di reperire i soldi per pagare le tasse scolastiche. Il giorno successivo andai al mio College di Lilongwe e dissi alla professoressa che avrei lasciato la scuola e che mi sarei trasferita a Mikolongwe. Ricordo il suo sguardo stupito, aggiunse che secondo il suo punto di vista io ero perfetta per un lavoro di ufficio, gli spazi incerti e poco concreti della moda non erano fatti per me. Naturalmente quelle riflessioni non mi fermarono, ero un fiume in piena e tre giorni dopo mi ritrovai nella nuova scuola dove incontrai di persona gli amici conosciuti su WhatsApp.

Iniziai il corso di fashion design e finalmente mi ritrovai immersa nel mio mondo. Mi abituai a fare tardi la notte per disegnare e fare decorazioni, per cucire nei laboratori anche quando i blackout ci rendevano la vita difficile. Mi rimboccai le maniche per recuperare il programma che il resto della classe aveva già svolto. Imparai in pochissimo tempo a confezionare diversi indumenti e poi con grande soddisfazione realizzai un abito per mia mamma! Iniziai anche a postare i vestiti che confezionavo sul mio profilo Facebook, mentre a volte mi limitavo a pubblicare semplicemente dei bozzetti. Avevo «likes» dagli amici e da altri che non conoscevo. Stavo camminando verso la realizzazione del mio sogno.

Io penso che in Malawi e nell’intera Africa, molti giovani siano stimolati a usare qualsiasi mezzo in loro possesso per fare la differenza nella loro vita. Se abbiamo uno smartphone che ci connette con altre persone attraverso i social, noi cerchiamo di usarlo nel miglior modo possibile. Lo usiamo per connetterci alle opportunità che possono cambiare le nostre vite, perché veniamo da un contesto che ci spinge a desiderare fortemente una vita migliore.

In Malawi, sui social, non sono i post scherzosi o a volte offensivi a catturare la nostra attenzione, ma quelli che ci lasciano intuire che la nostra vita potrebbe cambiare in meglio. Oggi nel mio paese la maggior parte dei teenager usa gli smartphone, ma fino a tre o quattro anni fa non erano così diffusi, perché i prezzi erano proibitivi. Adesso sono ovunque, la gente vende il proprio e lo ricompra nuovo. Ci sono un’infinità di smartphone economici e di seconda mano sul mercato, alla portata anche di chi ha un reddito basso, e questo non fa che aumentare il numero di chi li usa.

Nella mia vita, l’importanza di uno smartphone deriva dal fatto che mi ha permesso e mi permette di rimanere in contatto con la mia famiglia e gli amici. Lo uso come mezzo di comunicazione e come strumento per promuovere la mia professione; rappresenta inoltre una continua fonte di informazioni che non riuscirei a ottenere off-line. Le notizie sulla moda e sul vostro stile di vita, che ho raccolto attraverso la rete, mi hanno fatto crescere azzerando i novemila chilometri che mi separano dall’Italia. Sono anni che immagino di partecipare alla Settimana della Moda di Milano, muovendomi tra quei vestiti che osservo on-line. Sogno di scattarmi una foto vicino al «Bosco Verticale» e incontrare nuovi amici imparando sempre cose nuove. Il mondo on-line è per me fonte di motivazione e ispirazione. Seguire le sfilate internazionali mi stimola a lavorare sodo, affinché un giorno possa mostrare le mie creazioni lungo le stesse passerelle. Immagino le grandi star del cinema che dichiarano di indossare i miei abiti, mentre vengono intervistate sul red carpet!

Internet mi ha consentito di conoscere e studiare il mondo. Adesso postare le foto delle mie creazioni è fondamentale per farmi conoscere sia in Malawi che all’estero. Sembra incredibile, ma fino a qualche anno fa non avrei avuto la minima speranza di poter mostrare a potenziali milioni di persone ciò che so fare, perché il Malawi è lontano da tutto, adesso invece questa opportunità cerco di sfruttarla al massimo. È grazie a una chat di WhatsApp che si sono aperte le porte della Mikolongwe Vocational School. Internet, quando avevo quindici anni, mi ha inoltre permesso di partecipare a uno stage retribuito, presso una stilista di moda. Penso che nelle nostre vite non esista strumento più utile di uno smartphone, basta saperlo usare in maniera corretta e soprattutto intelligente.

Purtroppo in Malawi la vita di una giovane designer è molto difficile, la mia attività è una start up che sopravvive con la produzione di abiti tradizionali prodotti per vari clienti. Qui la maggior parte della gente non riesce ad apprezzare il valore di un abito creato su misura. Tutti hanno l’abitudine di far abbassare il prezzo e decidere per il più conveniente e quindi il guadagno è veramente limitato, per questo nel mio futuro immagino di poter vendere on-line le mie creazioni.

E arriviamo ora alla parte più incredibile della mia storia.

La mattina del tre marzo 2018 venne in visita alla Scuola Pro-fessionale di Mikolongwe un gruppo di italiani ed io assieme ad un’altra studentessa eravamo state selezionate per fare le hostess. Il nostro compito era, assieme al Preside, di accompagnarli durante il giro dell’Istituto. Mentre stavamo girando per i grandi giardini della scuola, compresi che erano da noi per girare un documentario sulle attività di Humana People to People, un’organizzazione umanitaria internazionale che da oltre 20 anni, attraverso la raccolta e la commecializzazione dei vestiti usati, genera fondi per realizzare importanti progetti di sviluppo e di sostentamento nelle aree più depresse del pianeta. Humana insieme a DAPP, la sua controparte in Malawi, ha costruito la Mikolongue Vocational School, ed è grazie a loro che mi sono potuta iscrivere, anche se non avevo la possibilità di pagare le tasse scolastiche.

Il giornalista italiano decise di riprendere anche il mio alloggio e naturalmente l’aula del corso per fashion designer. Tra loro c’era anche una ragazza bionda che aveva voluto provare qualche mia creazione e ricordo con gioia la sua espressione soddisfatta. Mi intervistarono all’interno dell’aula ed io, vincendo la timidezza, raccontai in breve la mia storia. Al termine di quella giornata intensa ci scambiammo i contatti promettendoci di risentirci a breve. Li salutai con un po’ di malinconia e tornai nella mia piccola stanza. Passarono alcune settimane e cominciarono ad accadere fatti piuttosto sorprendenti. Quasi giornalmente dei follower italiani iniziarono ad aggiungersi al mio profilo Instagram. In tanti cominciarono a scrivermi parole di incoraggiamento e di complimenti per le mie creazioni, mentre altri lodavano la tenacia con cui stavo inseguendo il mio sogno. Chattando con gli amici italiani che erano venuti in Malawi, scoprii che grazie a loro, la mia storia era entrata in parecchie scuole e finalmente si era creato un filo con il paese dei miei sogni.

E arriviamo al presente. Quel gruppo di amici sta organizzando il mio viaggio verso l’Italia, il primo della mia vita fuori dal Malawi. Finalmente potrò respirare la vostra aria, imparare nuove cose e tornare in Africa con un bagaglio di esperienze di inestimabile valore. Sogno di intraprendere rapporti professionali e tuffarmi nel commercio on-line. Sogno tante cose amici, ho solo venti anni e ho intenzione di essere la vera protagonista della mia vita. Cercatemi su Instagram, il mio profilo è “issabel_mk”, quella è la mia vetrina sul mondo.

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