La storia di

Santiago

Sento le loro voci e da uno spiraglio intravedo i fasci di luce emessi dalle torce dei telefonini. Da un paio di minuti mi sono nascosto dietro due cassonetti dell’immondizia. Adesso sono vicinissimi e ho paura che sentano il battito del mio cuore, sembra un tamburo.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

«Billy! Dove ti sei nascosto Billy? Dai vieni fuori brutta troietta! Ce la regali una rosellina bianca anche a noi?» E poi si mettono a ridere, passano a fianco ai cassonetti e imboccano un vicolo sulla destra.

Quello che chiamano Billy sono io, ma il mio vero nome è Santiago perché mio padre, che non ho mai conosciuto, è argentino e vive laggiù. Non so neppure in quale città. Di mia madre preferisco non parlarne, perché nella vita non è che dobbiamo sempre raccontare tutto, comunque io vivo con mia nonna in un paese del sud. Niente nomi per carità, però fidatevi, è un paese di sfigati. Qui nessuno si fa gli affari suoi, sono bigotti. E poi ci sono loro quattro, quelli che hanno deciso di rovinarmi la vita dallo scorso settembre, e cioè da quando me li sono ritrovati in classe, la prima F di un istituto tecnico, per essere precisi.

E dire che alle 6:40 del primo giorno di scuola, quando presi l’autobus che porta in città, provai quasi una sensazione di gioia nello scoprire che anche loro avrebbero frequentato lo stesso istituto. «Meglio così», avevo pensato, «almeno non mi sentirò un pesce fuor d’acqua». Ora mi sembra quasi impossibile che io possa aver immaginato cose del genere. Un errore stratosferico. Ricordo che nei cinquanta minuti di strada, tutta curve e salite, avevamo parlato e anche scherzato. Istintivamente li considerai subito i miei nuovi compagni di scuola, quelli con cui avrei condiviso l’avventura delle superiori.

Me ne sto rannicchiato con le spalle appoggiate al muro e le braccia strette attorno alle ginocchia. Intanto le voci tornano a farsi più nitide perché si stanno avvicinando di nuovo. Raramente si danno per vinti e ogni volta che gli sfuggo diventano pazzi. In questo ultimo anno sono diventato molto bravo a nascondermi, a correre, a non lasciare tracce della mia presenza. Nessuno come me è in grado di saltare un muretto, vedere un appoggio e usarlo come trampolino per rimbalzare qualche metro più in là. Si chiama parkour e se non sbaglio è nato in Francia. Non so neppure se si tratta di uno sport, resta il fatto che devi correre a più non posso e superare tutti gli ostacoli che incontri; muretti, balconi, tetti, panchine e alberi, qualsiasi cosa insomma. Per questo sono più veloce di una lepre, ma a volte anche le lepri farebbero a meno di dover scappare.

«Billy! Dai che ti regaliamo lo smalto e il rossetto! Vieni fuori finocchio!» Vedo le torce degli smartphone che illuminano i balconcini dei primi piani del vicolo e io smetto anche di respirare. Poche regole. Rimanere immobile, evitare di esistere e restare sepolto dietro l’ombra dei cassonetti.

La parola “evitare” da circa nove mesi è diventata la più gettonata della mia vita. Loro sono i cacciatori e io la preda. Per quanto possa sembrarvi strano, mi sono quasi abituato a questa vita da fuggitivo, naturalmente nonna Sandra non ha la minima idea di questa situazione, se le raccontassi tutto la ucciderei e allora io provo a cavarmela da solo, ma non è semplice. Nonna è la persona più importante della mia vita e di questa storia schifosa non dovrà mai saperne nulla.

Sapete una cosa? Quei quattro, li chiamerò sempre così perché non meritano neppure di avere un nome di battesimo, secondo me sono gli esseri peggiori dell’universo. Ho studiato la seconda guerra mondiale e loro mi ricordano i nazisti, quelli con le camicie brune che ogni tanto vedo anche in qualche documentario in bianco e nero. Il prossimo anno con la scuola dovremmo andare in Polonia per visitare il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Spero che ci siano anche loro, ma ho poche speranze che riescano a capire. Mi sento così diverso dal loro modo di fare violento e stupido. Sarà un caso ma sin dalle elementari, quando vivevo in un’altra regione, ho sempre preferito fare amicizia con le ragazze piuttosto che con i ragazzi. Con loro mi trovo meglio perché hanno argomenti più intelligenti, ti sanno capire e poi, detto tra noi, a me il calcio fa schifo, detesto tutti gli sport dove ci si ammucchia uno addosso all’altro. In quei gesti c’è un qualcosa di violento che non mi piace. Io comunque una passione vera ce l’ho. Fatemi ascoltare due note e già comincio a ballare. Ho il ritmo dentro. Di preciso non so dove nasca una passione, ma è qualcosa di bellissimo. La passione assomiglia al sale nell’acqua della pasta. È quella che dà il sapore alle cose. Non sarà un bel paragone, ma al momento non mi viene in mente altro.

“Billy Elliot”, è così che hanno iniziato a chiamarmi, proprio come il protagonista del film più bello che abbia mai visto, perché ripercorre la storia di un ragazzino povero che amava la danza oltre ogni limite. Billy ha lottato con tutto se stesso per acchiappare quel sogno e diventare un ballerino vero. Ogni volta che rivedo quel film sul mio PC mi commuovo e non trattengo le lacrime, ma sono lacrime di felicità, perché mi sento meno solo e soprattutto perché quella di Billy Elliot è una storia vera. Siamo così simili io e Billy. Aver svelato ai quattro che amavo quel film è stato un altro clamoroso errore, ma loro avevano già deciso che sarei stato il loro passatempo preferito. I quattro dicono che sono una checca schifosa e potrei anche sopportarlo, se si limitassero esclusivamente a quello, ma purtroppo c’è tutto il resto ed è lì che nascono i problemi veri. Dopo una settimana di scuola mi invitarono a giocare a calcio e mi schiaffarono in porta. Ero andato solamente per non sembrare asociale.

Nonna mi aveva anche comprato i guanti, insomma, anche se con enorme fatica ero disposto a mostrarmi uno di loro, ma fu un fallimento totale. Mi bastarono dieci minuti per capire che il loro obiettivo non era fare gol ma riempirmi di pallonate. Un vero e proprio tiro al bersaglio. La solita storia della preda e dei cacciatori. Improvvisamente mi ritrovai a terra con il sapore del sangue in bocca e la testa più pesante di un macigno, perché una pallonata mi aveva centrato in pieno il naso. Non fu però il dolore a farmi veramente male, ma il fatto che nessuno mi venne neppure a chiedere come stessi. Uno dei quattro si limitò a dire: «Dai, mettiamo in porta Sergio e iniziamo a giocare per davvero». Aver accettato quell’invito era stato l’ennesimo errore, ma quello più grave lo commisi a ottobre, quando mi presentai a scuola con una rosa bianca. So benissimo che le rose sbocciano a maggio, amo tutti i fiori possibili e immaginabili, invece nel minuscolo giardino di nonna quelle rose di ottobre erano lì ad aspettarmi.

L’idea di coglierne una mi era venuta mentre stavo per andare a prendere l’autobus. A questo punto, devo parlarvi della Trentini; lei insegna educazione fisica, è giovanissima e speciale. Sin dalla prima lezione mi aveva preso in simpatia e, quando le dissi che amavo la danza moderna, scoprii che condividevamo la stessa passione. Io non disprezzo la danza classica, ma quella moderna ha meno vincoli, riesco a esprimermi meglio, è un po’ come il parkour, un qualcosa di libero e senza confini. Puoi usare la fantasia, sperimentare e sentirti felice. La prof comprese subito che ero diverso dagli altri e per questo ci fermavamo spesso a fare due chiacchiere. Aveva trascorso due anni a Londra e allora mi raccontava dei mercatini colorati, della civiltà della gente e dell’assenza di pregiudizi. Ora che ci ripenso, probabilmente, era una maniera indiretta per incoraggiarmi, per dirmi di non mollare e volare più alto di chi mi osservava come se fossi uno strano insetto. Fu lei a telefonare alla palestra di danza moderna dicendogli che sarei andato due volte a settimana. Per me nessun costo, ci avrebbe pensato lei. Un regalo bellissimo da parte sua.

Sento dei passi e da sotto il cassonetto di acciaio vedo spuntare i piedi di uno dei quattro, si ferma. Dall’odore capisco che si sta facendo una canna. Silenzio totale e poi lo chiamano gli altri, gli dicono che la canna non è tutta per lui e allora lentamente si allontana tornando indietro.

Torniamo alla storia della rosa. Quel giorno la tenni nascosta nel borsone della ginnastica e durante il cambio d’ora, prima che iniziasse la lezione di educazione fisica, corsi in palestra come un fulmine per non essere visto dal resto della classe. Fortunatamente trovai la Trentini nel piccolo magazzino dove teniamo tappetini, clavette, palloni e altri attrezzi e ne approfittai subito: «Prof, questa è per lei, si è un po’ afflosciata perché è nel mio borsone dalle sette di mattina, comunque ci tenevo a ringraziarla per tutto». Ero emozionato e impacciato ma il suo sorriso mi riempì di una gioia infinita. Aveva gli occhi lucidi la prof, ma proprio in quel momento passò di fronte alla stanza uno dei quattro. Vide la rosa nelle mani della Trentini e comprese in un attimo il senso di quella scena e non bisogna essere dei geni per capire che quella rosa mi avrebbe riservato più spine che altro. I primi messaggi allo smartphone cominciarono ad arrivarmi già all’uscita di scuola e per educazione vi cito solo quelli meno offensivi: «Billy frocetto, sei anche un ruffiano di merda!», «Billy, perché quella rosa non te la infili nel (…)? Vedrai che bella cosa!», «Solo un frocio regala una rosa a una prof. Questa la paghi!», «Welcome to hell!».

Sull’autobus i quattro cercarono in tutte le maniere di sedersi nella mia zona, ma io ero già specializzato a fiutare le situazioni di pericolo incombente, proprio come un cerbiatto che annusa l’aria per capire da dove lo attaccheranno i lupi. Così rimediai un posto in prima fila e m’infilai gli auricolari nelle orecchie cercando di pensare ad altro. Alla fermata del paese mi dileguai velocemente nonostante il borsone da ginnastica a tracolla: uno dei quattro fece giusto in tempo a lanciarmi un sasso che neppure mi sfiorò.

Nel tempo, ogni mia azione è diventata sempre frutto di un calcolo, di una strategia, di una difesa dai loro attacchi. Durante la ricreazione cerco sempre di tenerli alla larga e poi per fortuna c’è Martina. Lei è la mia migliore amica, ci siamo conosciuti a danza e la sua classe è sullo stesso piano della mia.

Martina conosce la mia storia, le ho raccontato tutto, anche le cose più intime e dolorose che riguardano il mio passato e il rapporto con mia madre. Lei non giudica e ha una mente aperta. Martina giura che prima o poi gente come noi scapperà da questo posto e potremmo goderci la vita in una città come Londra o New York, dove ognuno è padrone di essere quello che vuole. E io sono sicuro che questo accadrà. È la mia speranza, senza quella non riuscirei a sopportare tutto quello che mi sta accadendo.

«La danza è un fiore mosso dal vento, il volo di un pettirosso, il respiro lento del mare e una foglia che viaggia nell’aria». Tenevo molto a quel pensiero che avevo scritto sulla prima pagina del libro d’italiano. Era una frase che mi era venuta di getto, non certo una poesia vera e propria, ma un omaggio alla mia grande passione. Uno dei quattro durante l’intervallo scattò una foto alla pagina e la postò su Instagram aggiungendo questa scritta: «Billy il frocio e le sue poesie di merda. Muori bastardo!». Naturalmente dopo aver scattato la foto pensò bene di strappare la pagina facendola a pezzetti che sparse all’interno del mio zaino.

Inizio ad avere le ginocchia insensibili e la schiena dolorante, ma i quattro hanno deciso di fermarsi nel bar che è quasi di fronte ai cassonetti, quindi meglio non muoversi.

Quando sei braccato impari anche ad essere cauto, ma c’è voluto del tempo per capire come diventare invisibili. Purtroppo, a volte, non sono sufficienti neppure mille occhi e se ripenso alla prima volta in cui mi hanno picchiato, ancora ci sto male. I bastardi mi hanno aspettato alla fermata dell’autobus perché sapevano che il martedì sarei tornato dalla scuola di danza alle 19:30. Novembre, serata di nebbia, strade deserte. Sono sbucati dal nulla, prima mi hanno spinto a terra e poi riempito di calci. Il pestaggio sarà durato un paio di minuti, ma quegli attimi non sembravano finire mai. Calciavano, insultavano e riprendevano con il telefono. Poi sono scappati. Per fortuna ero riuscito a ripararmi il viso dai loro anfibi, ma non avevo un centimetro di corpo che non fosse ammaccato.

Mi ritrovai a piangere come un bambino di due anni. Cercavo di darmi una sistemata ai vestiti e piangevo. Piangevo per me, per mia nonna, per la mia vita del cazzo, per le ingiustizie subite, per la rabbia accumulata, per quel padre che non avevo mai visto e per una madre che trascorreva le notti per strada, piangevo per il piumino strappato che mi aveva regalato nonna la settimana prima, piangevo e basta. Quello fu l’unico momento in cui immaginai seriamente di farla finita. Uccidermi per vendetta e per sfinimento, per rovinargli le coscienze e la vita. Quella sera pensai anche alla lettera che avrei lasciato sopra al tavolo del mio studio. Poi mi venne in mente la nonna, immaginai la scena e la sua disperazione. Mai avrei potuto fare una cosa del genere. Nei momenti più bui ho imparato a recitare per minuti interi una specie di scioglilingua «tuttopassatuttovatuttopassatuttova» e questo mi aiuta a stare un po’ meglio, ma naturalmente non rappresenta una vera e propria soluzione.

Finalmente i quattro escono dal bar, uno rutta e gli altri ridono. Al momento sono uscito dai loro pensieri, stanno parlando di ragazze e tra una bestemmia e l’altra adesso se ne vanno per davvero. Anche questa volta è andata bene. Aspetterò per sicurezza altri trenta secondi e poi, silenzioso come un gatto, me ne andrò verso casa seguendo un percorso alternativo.

Già, i gatti. Assomiglio molto ai gatti, ho occhi neri forse anche troppo grandi e lineamenti sottili. Un bel visino da gay secondo i quattro. E poi come i gatti ho imparato a starmene da solo. Non pensate che sia un debole, proprio no. Se decido di infilarmi dei pantaloni colorati lo faccio. Lo so che loro non aspettano altro per deridermi, ma la mia libertà viene prima di ogni altra cosa. Costi quel che costi. Non è colpa mia se questo mondo è sbagliato, in fin dei conti chiedo solo un po’ di rispetto, nulla di più. Invece niente. Con Photoshop si divertono a far circolare on-line cose orribili su di me. Fotomontaggi pornografici, disegni, frasi e tutto quanto gli suggerisce la loro fantasia malata. A volte mi domando come mai nessuno si accorga di quello che mi stanno facendo, non intendo solo i grandi, ma anche il resto della classe. A scuola tutti sanno ciò che subisco e sicuramente hanno condiviso sia foto che filmati, come minimo li hanno visti, ma a nessuno è mai passato per la testa di prendere una posizione, di fare qualcosa o parlare con i quattro dicendogli di smetterla. Secondo me questo accade per paura, per menefreghismo o perché magari sotto sotto anche loro pensano che non sia degno di un trattamento migliore.

Solo Martina conosce ogni particolare di questa storia. Lei ci tiene a me e più di una volta ha detto ai quattro di lasciarmi in pace, ma loro ridono o fanno finta di non sentire. Anche la prof Trentini mi è sempre vicina perché ha una mente aperta, anzi, un ragazzo che si differenzia dagli altri a lei piace ancora di più. Secondo me perché è vissuta a Londra o forse perché è semplicemente molto sensibile, però non conosce i particolari e la tengo distante dalla mia sofferenza. Sapete quel è la verità? Questo mondo è troppo preso da se stesso per occuparsi di me e poi gran parte del tempo lo trascorro in paese, figuratevi se a qualcuno gliene freghi qualcosa di un ragazzo che ama i fiori e la danza e magari si veste anche un po’ strano.

Finalmente decido di uscire allo scoperto, mi alzo in piedi e osservo la via deserta. Ho le ginocchia doloranti, ma non sono questi i problemi. Mi sgranchisco un attimo le gambe e poi comincio a camminare costeggiando in silenzio le pareti dei palazzi. Come i gatti, appunto. Per raggiungere casa impiegherò al massimo un quarto d’ora. Cammino e ripenso alla famosa notte di Halloween, quando invitai Martina e altre due sue amiche.

Tutti gli anni, durante le festività dei santi e dei morti, nonna va a trovare sua sorella che abita in città e quindi avevo casa tutta per me. Una serata semplicissima, un po’ di pizza, musica e tante chiacchiere. In paese c’era una specie di festa, le vie erano stracolme di zucche, candele e cantine trasformate in osterie, ma a noi interessava poco. Avevamo appena finito di gustarci il tiramisù preparato da Martina, quando una grandinata di sassi colpì la serranda della porta-finestra del salone. Abbassammo la musica dello stereo e solo allora sentimmo provenire dalla strada una serie indistinta di urla e risate. Istintivamente corsi alla porta d’ingresso e la spalancai senza paura. Questa volta erano più di quattro e tutti indossavano delle maschere orribili, era evidente che fossero pieni di birra. «Per favore lasciateci in pace. Non stiamo facendo niente di male!» e mentre tentavo di calmarli, uno si staccò dal gruppo e cominciò a fare la pipì sul muro di casa. Nel frattempo gli altri continuavano a ridere e a vomitarmi addosso di tutto: «Il frocio e le sue amiche! Vi mettete lo smalto questa sera o preferite fare un balletto? A proposito, Billy, facci vedere come balli, dai! Però togliti i tacchi!». E gli altri che ridevano a crepapelle. Non persi mai la calma, addirittura gli proposi di entrare in casa e festeggiare assieme, ma la mia idea suscitò solo un altro sciame di battute pesanti e volgari. Fortunatamente dopo qualche minuto decisero di spostarsi verso il centro del paese dove si teneva la festa.

Cammino e penso ancora a quella serata. Martina e le amiche furono brave a sdrammatizzare, ma la rabbia per l’ingiustizia è un qualcosa che ti esplode dentro e ci vuole tempo per smaltirla. Ora ho imparato a controllare anche quella o almeno tento sempre di farlo. Finalmente la via di casa, è ora di cena e dalla finestra della cucina esce un profumo che conosco molto bene. Nonna probabilmente ha già infornato lo sformato di patate con il prosciutto e la mozzarella. Uno dei miei piatti preferiti. Ecco, in questi attimi mi sento molto fortunato. Lo so che può sembrarvi strano. Eppure mi sento molto fortunato perché ho una nonna speciale, qualche amica vera, il parkour e soprattutto la danza. Quando sono a scuola di ballo e comincio a muovermi seguendo le note, faccio il mio ingresso trionfale in un mondo magico e leggero. In quegli attimi, i brutti pensieri scompaiono ed io mi sento veramente vivo. Mi sento fortunato perché mi piace starmene a guardare un fiore anche per mezzora, mentre gli altri neanche lo notano. Secondo me una persona non deve sentirsi fortunata solo quando tutto fila liscio. La fortuna vera la posseggono le persone che si vogliono bene e che sanno cogliere la bellezza della vita. Per questo mi considero un ragazzo fortunato.

Poi ci sono i miei sogni: Londra, New York e un lavoro da ballerino o coreografo in mezzo a gente che ti considera per quello che sei, fregandosene delle apparenze e delle tendenze sessuali.

Prima o poi farò parte di quel mondo, è solo questione di tempo. Io se guardo avanti vedo sempre qualcosa e non può esistere fortuna più grande di questa. Proprio così.

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