La storia di

Flavia

«Ti possa venire il cancro brutta cicciona di merda. I secchioni come te devono morire». Sono passati cinque anni da quando mi inviarono quel messaggio ed è solamente uno tra i tanti che hanno accompagnato un lungo periodo della mia vita. Quel messaggio non l’ho mai cancellato.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Anche nei momenti più duri non ho mai pensato che chi mi stesse perseguitando fosse una persona forte. Tutt’altro. Io la mia vita ho sempre cercato di riempirla con dei valori o dei progetti, mentre loro, le iene, rappresentavano l’essenza del vuoto. Eppure, pur cercando infinte volte di penetrare nelle loro logiche, non sono mai riuscita a comprendere fino in fondo il perché di tanto odio nei miei confronti.
«Ti possa venire il cancro brutta cicciona di merda. I secchioni come te devono morire».

Non posso dimenticare l’attimo in cui per la prima volta lessi quelle parole. Iniziai a piangere continuando a tenere il telefono tra le mani, il display insozzato da quella frase primitiva e crudele. Ricordo il velo prodotto dalle lacrime che come certe pioggerelle autunnali iniziarono a scendere senza fretta. Piangevo in silenzio rimanendo immobile, perché in certi momenti il dolore non ti concede la possibilità di fare neppure un passo. Mi faceva male persino respirare. Piangevo per me, per mamma e papà che non meritavano una cosa del genere, piangevo per l’ingiustizia subita e per la solitudine che mi seguiva come un’ombra. Piangevo perché sapevo che quelle lacrime non mi avrebbero condotto da alcuna parte, non rappresentavano la soluzione al problema, anzi, erano il segno inequivocabile che le iene sapevano molto bene come e dove colpirmi.

Io, Flavia, tredici anni e il solo desiderio di vivere una vita normale avevo dei nemici. Ma come si possono avere dei nemici senza essere entrati in guerra? Come si può essere odiati senza odiare? Perché massacrare una persona che non ha fatto nulla, dico nulla, per meritarsi tutto ciò? Perdonate la ripetizione del concetto, ma non sono mai riuscita a oltrepassare questi punti interrogativi.

Abito con la mia famiglia in un grande quartiere alla periferia di Roma. Qui si sono rubati tutto, compresa l’anima della gente. Avevano promesso piste ciclabili, centri di aggregazione, parchi per i bambini e aree attrezzate per lo sport. Niente di ciò è mai stato realizzato, tutti quei fantastici propositi riposano sotto erba incolta, marciapiedi spaccati, edifici iniziati e mai terminati e lampioni che la sera illuminano il nulla. Esatto, il nulla qui è presente ovunque. Lui si è lentamente impossessato dell’intero quartiere, lo ha inghiottito metro dopo metro. Il nulla però è sempre rimasto oltre la porta della nostra casa, perché mamma e papà ci hanno insegnato fin da quando eravamo bambini che l’amore per la famiglia e la giustizia possono crescere ovunque. Persino in mezzo al nulla. Loro sono fantastici. Hanno saputo costruire una famiglia vera dove ci si guarda negli occhi e la parola condivisione è più concreta del pane che nonna tutti i giorni mette al centro della tavola.

Spesso i miei si sono fatti carico dei problemi del quartiere cercando soluzioni e coinvolgendo gli altri. Ci hanno insegnato a leggere libri e ad essere curiosi, perché “il nulla” è un virus che si nutre di ignoranza e assenza di sogni. A pensarci bene tutti i miei sforzi erano mirati proprio a quello: difendere i miei sogni dai loro attacchi feroci, perché nessuno al mondo può impedire a un altro essere umano di inseguire ciò che desidera.

Pensate che iniziarono a prendermi di mira già in terza elementare e non era sufficiente che in classe ci fosse anche Claudio, il mio fratello gemello. Con qualche stratagemma riuscivano sempre a distrarlo e in quei momenti erano molto bravi a mettermi in difficoltà. Cominciarono con piccole cattiverie, dispetti apparentemente di poco conto, ma che già lasciavano intuire ciò che sarebbe accaduto in seguito. Al centro di tutto c’era il mio corpo troppo ingombrante e voluminoso. Un fisico da balena secondo loro. Ascoltavo le loro battute facendo finta di niente e sperando che la smettessero, ma le cose andarono diversamente. Per quel gruppetto una ragazzina grassa e con tanta voglia di studiare rappresentava la preda perfetta. Nella savana le iene isolano e mordono la preda più vulnerabile e nel mio quartiere quella preda ero io.

Quando iniziai le scuole medie le cose precipitarono in maniera repentina. Un giorno, mentre ero a fianco alla cattedra per un’interrogazione, alcune compagne di classe scattarono una foto al mio sedere. Quella foto nel giro di pochi minuti cominciò a fare il giro della scuola e furono in tanti ad aggiungere commenti cattivi e crudeli. Sapevo tutto, ma feci finta di niente. Fingevo di non sentire le risate che accompagnavano il mio passaggio nei corridoi o all’uscita di scuola. Fingevo di non vedere, fingevo di non capire, fingevo e basta.

Lentamente iniziai a scappare da tutto e da tutti. A sottrarmi dagli altri, sperando che il mio corpo troppo ingombrante diventasse invisibile agli occhi del mondo. Perdere la fiducia nel prossimo è quanto di peggio possa accadere a un essere umano ed io in quel periodo guardavo con sospetto chiunque. Le crudeli prese in giro legate al mio status di adolescente obesa erano all’ordine del giorno. Difficile distinguere l’amico dal nemico e allora pensai che l’isolamento fosse l’unica soluzione possibile. Per le iene si venne così a creare la situazione perfetta. Adesso la loro preda era ancora più indifesa.

A casa, anche se con enorme fatica, cominciai a parlare di tutto questo. Sapevo che mamma era molto preoccupata dai miei silenzi e dalla mia improvvisa chiusura verso l’universo, così iniziai a condividere il mio inferno e questo mi fu di grande aiuto. Mamma e papà iniziarono a combattere al mio fianco, ma il nemico era invisibile, nascosto dietro le tastiere dei telefonini, nei corridoi della scuola o tra le strade piene di nulla del mio quartiere.

Un giorno tornai da scuola distrutta perché qualcuno aveva disegnato sul mio banco una balena. La frase che accompagnava quell’orribile disegno preferisco risparmiarvela, perché ancora non riesco ad abituarmi a certi linguaggi violenti e crudeli. A mamma fu sufficiente un semplice sguardo per comprendere che ero stata vittima dell’ennesima cattiveria. Ricordo il suo lungo abbraccio, le parole di conforto e soprattutto le sue lacrime. Avrei fatto qualsiasi cosa per risparmiarle quel dolore, ma io non avevo alcuna responsabilità. Rimanemmo abbracciate per un tempo infinito. Ognuna a suo modo tentava di proteggere l’altra dalla valanga di angoscia che ci stava travolgendo.

Certe mattine quando entravo in classe cercavo di incrociare lo sguardo dei miei aguzzini, ma loro erano molto abili nel voltarsi subito da un’altra parte. In fin dei conti mi trovavo di fronte a dei vigliacchi che non avevano neppure la forza di guardarmi. I miei tentarono anche di affrontare l’argomento con alcuni genitori di questi ragazzi, ma non vennero presi sul serio. Nel quartiere del nulla è difficile instaurare rapporti veri, in fondo, secondo quei genitori erano solo delle ragazzate. Piccoli e ingenui scherzi tra adolescenti e nulla di più. Pensandoci bene, forse a far veramente inferocire le iene non erano tanto i miei chili di troppo, quanto il mio orgoglio e la propensione a non cedere mai di fronte alle ingiustizie. In classe prediligevo stare tra i primi banchi perché ascoltare le lezioni mi è sempre piaciuto, adoro fare domande, ho una naturale tendenza ad approfondire le cose e questo per le iene era intollerabile. Cicciona di merda e secchiona. Quanto di peggio. A scuola continuavo ad essere una brava studentessa e non ho mai permesso che le loro intimidazioni potessero condizionare il mio rendimento scolastico.

Come spesso dice Valentina, la prof che durante le scuole medie mi è sempre rimasta a fianco, «in periferia ci vuole molto coraggio per essere sé stessi. Bisogna essere forti per contrastare chi vorrebbe risucchiarti nella mediocrità di quell’ambiente anonimo». Beh, io ci provavo a non farmi schiacciare. Avevo sogni e progetti da coltivare, solo che per raggiungerli era necessario attraversare la savana e sfidare le iene. Purtroppo non esistevano scorciatoie. Ricordo lo stupore misto all’odio sul loro volto, quando durante una spiegazione d’italiano chiesi educatamente a quel famoso gruppetto di fare silenzio, perché chi era interessato alla lezione meritava rispetto. Persino la professoressa rimase colpita dal mio coraggio e probabilmente si rese conto che sarebbe spettato a lei pretendere quel silenzio, ma oramai le cose erano andate diversamente. Mentre pronunciavo quelle parole sapevo benissimo che mi avrebbero fatto pagare un conto salato per quell’affronto diretto, ma il senso di giustizia che mi portavo dentro, allora come adesso, ebbe la meglio su qualsiasi altra strategia o considerazione.

Le ritorsioni per quell’affronto non si fecero attendere a lungo ed è così che le iene cominciarono ad attaccarmi fisicamente. Attendevano l’uscita dalla scuola per strapparmi lo zainetto di dosso e calpestarlo. Nessuna pietà. Penne e matite spezzate, libri distrutti ed io non potevo fare altro che piangere. Per non regalare ulteriori sofferenze ai miei, trascorrevo ore intere con il nastro adesivo tra le mani, cercando di ridare forma e dignità ai vari libri di testo. Per evitare ulteriori attacchi, all’uscita da scuola cominciai a seguire strade secondarie in modo di far perdere le mie tracce. Ricordo che mi abituai anche ad appendere lo zainetto al petto anziché sulle spalle. Piccoli e ingenui rimedi che comunque riuscivano a garantirmi la sopravvivenza. Le iene stavano sempre all’erta. Mai distratte e perennemente in attesa di qualche mio passo falso.

Fu terribile il giorno in cui due di loro mi spinsero verso l’autobus che stava accostandosi alla pensilina. Eravamo appena usciti da scuola e quel giorno non avevo voglia di farmi i soliti tre chilometri a piedi. Loro ne approfittarono subito. Ricordo il volto spaventato dell’autista, il rumore della frenata e la mia caduta a terra. Questione di centimetri. Poi neppure una mano disposta ad aiutarmi e neanche uno sguardo di solidarietà, perché nessuno aveva intenzione di mettersi contro le iene. Meglio far finta di non vedere, questo per evitare possibili guai. È così che vanno le cose nella giungla di cemento. C’è poco spazio per i deboli, i ciccioni, i diversi e per tutti quelli che hanno il coraggio di alzare la testa. Ecco, io quella non l’ho mai abbassata.

Almeno due giorni a settimana ero preda di terribili mal di testa. Tutto diventava ovattato, era come vivere all’interno di un mondo parallelo. I miei genitori mi fecero visitare da una serie infinita di esperti, ma tutti approdarono alla medesima conclusione: quei dolori lancinanti erano strettamente correlati al mio stato di ansia e alla tensione accumulata negli anni.

In terza media il solito gruppetto escogitò un perfido stratagemma per isolarmi ancora di più dal resto dell’universo. Al tempo i ragazzi utilizzavano unicamente Facebook e fu così che decisero di creare due miei falsi profili. Scoprii che alcuni, tra i pochi amici che avevo, decisero di non rivolgermi più la parola per delle cose che io avevo postato. Naturalmente quelle parole non erano uscite dalla mia tastiera, ma spiegare a tutti ciò che stava accadendo era quasi impossibile. In quel periodo alcuni compagni di scuola non accettarono le mie richieste di amicizia, perché convinti che il mio profilo reale fosse falso, nel frattempo altri dialogavano quotidianamente con la Flavia inesistente. Impotenza, paura, rabbia e disperazione. On-line esisteva un’altra Flavia che mirava a distruggere la mia vita ed io potevo solo subire e attendere di sapere quale sarebbe stata la sua prossima mossa, ma fortunatamente quel periodo non durò a lungo.

Mamma e papà furono molto bravi e assieme riuscimmo a risalire agli autori di questa crudeltà che, tra l’altro, costituisce anche un reato piuttosto grave. Non sporgemmo denuncia, fu sufficiente parlare con i genitori dei miei aguzzini e i profili, nel giro di qualche giorno, sparirono dalla rete.

Troppa sofferenza, troppi dolori uno attaccato all’altro come vagoni di un treno. In quel periodo iniziai a perdere lucidità e, nei momenti di massimo sconforto, a dubitare di me stessa, dei miei ideali e del mio valore. Forse ero io quella sbagliata e meritavo tutto ciò, probabilmente ero una goffa e presuntuosa cicciona che pensava di cambiare l’andamento del mondo. La mia autostima cominciò a vacillare, ma grazie all’aiuto della prof Valentina e della famiglia riuscii anche a superare quel terribile momento.

Dalla prima liceo le cose iniziarono lentamente a migliorare anche se non è semplice, dopo tanti anni di violenze subite, ritrovare un’armonia. Continui a restare un equilibrista zoppo che tenta di attraversare il mondo camminando su un filo. Le ferite non sempre guariscono e le cicatrici lasciano solchi che si annidano dentro l’anima.

Fu nella primavera del 2015, quando frequentavo la seconda liceo, che mi trovai all’interno di un grande teatro. Quel giorno la Polizia Postale e un giornalista ci avrebbero parlato di bullismo e cyberbullismo. Non fu un incontro come gli altri, ci raccontarono delle storie vere evitando i soliti consigli. L’evento procedeva e io di minuto in minuto mi sentii sempre più parte di quella mattina. Erano i miei stati d’animo più segreti e dolorosi quelli che venivano raccontati. Era come se stessero parlando di me senza conoscermi e fu per questo motivo che, al termine dell’incontro, scrissi questo pensiero, al giornalista che aveva condotto l’evento: «Grazie per tutto. Anche io sono stata vittima di bullismo e cyberbullismo. Oggi ci hai chiuso la bocca e aperto il cuore».

La mia era una semplice testimonianza di gratitudine per quanto visto e ascoltato, nulla di più. Mai avrei immaginato che nel giro di poche ore quel giornalista mi avrebbe risposto, ma quando si usano le parole giuste tutto diviene possibile. Attraverso i social ci scambiammo diversi messaggi e poi lui, essendo io minorenne, mi chiese di poter parlare con mamma. Non sapevo bene cosa sarebbe accaduto, ma avevo il presentimento che il mio passato drammatico finalmente avrebbe avuto un senso. L’istinto mi diceva che ero a un passo dal chiudere un cerchio importante della mia vita. L’idea del film sulla mia storia prese corpo nel giro di qualche settimana ed io mi ritrovai ad affrontare questa nuova esperienza con entusiasmo e tanta curiosità.

Fu emozionante e liberatorio girare tante scene proprio in quei luoghi che erano stati per me fonte di sofferenza infinita. I singoli episodi vennero ricostruiti in maniera veritiera perché quel video avrebbe dovuto mostrare solo ed esclusivamente la realtà. Gran parte delle comparse, sia a scuola che in altri luoghi, indossarono delle maschere inespressive. Questo per sottolineare il senso di isolamento che per anni aveva accompagnato la mia vita, perché difficilmente la preda riceve la solidarietà degli altri. Le persone mascherate preferiscono fingere di non vedere e non sentire. Meglio non correre rischi e volgere lo sguardo altrove; se invece la platea fosse meno silenziosa e passiva, sono sicura che tante forme di bullismo non troverebbero terreno fertile. Io quel senso terribile di isolamento l’ho vissuto per anni e vi garantisco che è in grado di spegnere tutti i colori del mondo. A volte per farmi ritrovare il sorriso sarebbe stata sufficiente una semplice parola d’incoraggiamento, perché ci vuole molto poco per tornare a far splendere il sole.

Sono trascorsi oltre quattro anni da quando abbiamo girato il docufilm e nella mia vita sono cambiate molte cose; innanzitutto, grazie a un intervento chirurgico ho perso molti chili ed ora la mia salute è decisamente migliorata, ho finito il liceo e frequento la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università “La Sapienza” di Roma, inoltre, amando il teatro, mi sono iscritta da tempo a un laboratorio di arti sceniche. Ho assistito decine di volte alla proiezione di “#cuoriconnessi” e l’emozione è sempre tanta. Ho parlato a migliaia di studenti in ogni angolo d’Italia raccontando la mia storia senza filtri e vergogna. L’impegno contro il bullismo e il cyberbullismo è parte integrante della mia vita e l’idea di poter essere di aiuto a tanti ragazzi in difficoltà rappresenta un qualcosa di meraviglioso. Molti potrebbero pensare che prendere parte a tanti incontri o programmi televisivi possa avermi cambiata, ma non è così che stanno le cose. Vi tranquillizzo subito, non mi sono montata la testa e non voglio diventare una YouTuber o una influencer.

Avrei fatto volentieri a meno di una certa dose di popolarità, perché il piatto della bilancia continua a pendere dalla parte del dolore. Resta però il desiderio profondo di dare un senso a tutte le sofferenze che ho patito ed è per questo che le metto a disposizione degli altri.

Circa due anni fa la mia storia fu al centro di un servizio del TG5, pochi minuti dopo la messa in onda venne postata su un social questa frase: «Daje ragà, semo famosi anche sul TG5!!!». Sapete chi l’aveva scritta? Il ragazzo che aveva tentato di gettarmi sotto l’autobus.

No. Non parlatene male, vi prego, perché è lui quello che ha bisogno di aiuto. Se dopo tanti anni è ancora costretto a interpretare la parte del bullo è perché evidentemente non è mai riuscito a scappare dal nulla che avvolge la sua vita. Io, anche se con enorme fatica, ho sempre camminato in direzione dei miei sogni, lui invece è rimasto schiavo del suo squallido personaggio.

Ecco, il mio impegno va anche in quella direzione: combattere quel vuoto che accompagna la «non vita» di tanti ragazzi, oggi bulli e probabilmente domani delinquenti. Non li giustifico, non li capisco, ma spero che prima o poi anche loro riescano a comprendere quanto sia bello uscire dal nulla e diventare finalmente persone vere.

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