La storia di

Emma

Ho sempre sentito dire che il tempo sistema tutto e anche adesso è la frase che tutti mi sparano nelle orecchie. Ok. Ci sto e voglio crederci. Il tempo aggiusta tutto, ma quanto tempo ci vuole? Questo è il dannato problema, perché passano le settimane e non cambia nulla.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Autostima?! Lasciamo perdere, parliamo di altro.

Mi chiamo Emma, ho diciassette anni e il cuore pesante. Mi chiamo Emma e sto cercando di tornare a vivere, ma fino a qualche tempo fa il mio nome lo avrei cancellato da tutto, io stessa mi sarei voluta cancellare da questo mondo che giudica, condanna, ti sputa addosso e finisci con il diventare quello che loro pensano di te. Autostima?! Lasciamo perdere, parliamo di altro. Fortuna che Barbara mi è sempre rimasta accanto e non lo faceva per fare la figa che è amica della vittima (o per molti della colpevole), lei su Instagram non ha mai scritto niente di niente che ci riguardasse. Tutti le facevano domande, ma lei è sempre stata zitta. La gente è curiosa, vuole sapere ogni cosa e non solo i ragazzi, anche i grandi. Troppe volte ho sentito mamma parlare con papà e lamentarsi di come la guardano quando va in giro; per molti io sono una che se l’è andata a cercare. Sui social hanno scritto di tutto e all’inizio ognuna di quelle parole mi ha rubato un pezzo di voglia di vivere, poi non dico che ci ho fatto l’abitudine ma ho cominciato a convivere con il dolore. A volte cambia di intensità ma è così che vanno le cose dal dicembre 2019 e cioè da quando è esploso il casino.

Da allora ho dovuto imparare anche a sopportare le cazzate che la gente scrive. Molti inventano e la tua storia finisce col diventare altro, aggiungono particolari, traggono conclusioni, parlano di te passandoti sopra come se fossi il pavimento di un centro commerciale il sabato pomeriggio. Lo fanno con distrazione, senza un briciolo di umanità e questo inizialmente ti porta a immaginare le cose peggiori, compresa l’ipotesi di farla finita. 

Se scrivo la mia storia è solo perché vomitare queste parole può aiutarmi a sentirmi più leggera.

Forse però è il caso che io vi accompagni per mano dentro questo luna park del dolore, perché solo io posso spiegarvi cosa sia realmente accaduto. Se scrivo la mia storia è solo perché vomitare queste parole può aiutarmi a sentirmi più leggera, ma è soprattutto per farvi capire che le cazzate si pagano. E non c’è proporzione, credetemi, tra la stupidata che tu puoi fare, magari in buona fede, e quello che si può scatenare. Un po’ come se tu lanciassi un sasso e crollasse il quartiere di un’intera città. 


Non siamo così forti e quando si apre una porta sbagliata tornare indietro è quasi impossibile. 

Girate sempre alla larga dalla frase più subdola che esista. L’ho sperimentato su di me: “per una volta”. Questa frase sembra essere figa e moderna, assomiglia un po’ a una forma di libertà, invece è una scusa del cavolo, un alibi che ci creiamo per commettere qualche stronzata, ma statene certi che prima o poi il conto da pagare arriva. Matematico. Per esperienza vi dico anche che “per una volta” non è mai solo per una volta. Non siamo così forti e quando si apre una porta sbagliata tornare indietro è quasi impossibile. Fate come volete, ci mancherebbe, io mica vi sparo nelle tempie il solito predicozzo, ma, in quanto a merda, penso di averne mangiata molta più di voi.

Con Mirco (apprezzate lo sforzo di riuscire a scrivere il suo nome) stavo assieme da otto mesi. Lui frequentava il quinto anno di un professionale ed è sempre stato innamorato di tutto ciò che è meccanico: sa montare e smontare qualsiasi cosa e infatti ci siamo conosciuti un pomeriggio che lo scooter mi aveva lasciato a piedi. Era assieme ai suoi amici e quando mi ha visto ferma che piangevo come una cogliona, si è avvicinato chiedendomi cosa fosse accaduto. Gli risposi che non ne avevo la minima idea ma che se entro mezz’ora non fossi rientrata a casa sarebbe stato un casino. Tempo cinque minuti e lo scooter è ripartito. Ci siamo scambiati i numeri e poi, la faccio corta, dopo quindici giorni ci siamo messi assieme. Lui viveva in un quartiere popolare, ma io non ho mai avuto alcuna forma di pregiudizio e poi mi piaceva molto.

Il giudizio. Ne ho parecchie da dire su questo concetto. 

Naturalmente è stata Baby (Barbara) la prima a sapere tutto e anche a conoscerlo. Maggio 2019. Indimenticabile. Lui che alla prima uscita si presenta con una rosa! Ma siamo pazzi?! Troppo bello, voi potete anche dirmi che sono una banale romantica, tanto su di me hanno già detto e scritto di molto peggio, ma io quella rosa l’ho conservata per mesi in mezzo a un libro di poesie di Prévert. Sono una sfigata? Avrei dovuto scrivere altro per piacervi? A me non interessa, io sono questa e casomai andate a leggere qualche poesia di Prevért prima di giudicare. Il giudizio. Ne ho parecchie da dire su questo concetto. 

Adesso scrivere, però, diventa difficile esattamente come andare in bici e trovarsi di fronte a una salita. Non è semplice trovare le parole, passano i mesi ma la fatica è sempre identica. Spesso uscivamo con i suoi amici e tutti, dico tutti, mi hanno trattato come se fossi stata da sempre nel loro gruppo, ragazze comprese. Dico questo per farvi capire che tutto filava liscio, insomma andava tutto alla grande. Con il passare delle settimane la confidenza tra noi è aumentata in maniera esponenziale. Attrazione mentale e fisica. È stato al lago che lui per la prima volta mi ha chiesto di potermi fotografare nuda. Un gioco, una maniera per sentirci più vicini, un segreto intimo che testimoniava anche la fiducia reciproca che era alla base del nostro rapporto. 

Occhio a ciò che scrivi e alle immagini che posti, ricordati sempre che la rete può essere molto pericolosa. 

Fu per questo che accettai, così come in seguito accettai di inviargli foto intime che mi scattavo chiudendomi in camera, per poi passare anche a qualche video. Vi rendete conto che vi sto parlando della mia storia? Solo questo vi chiedo, di non essere superficiali e di comprendere quanto sia faticoso scrivere sopra questa cavolo di tastiera. Avevo letto di storie finite malissimo per colpa di foto e clip diventate virali, fu anche una delle prime cose che mi dissero i miei quando a dieci anni mi comprarono lo smartphone: «Occhio a ciò che scrivi e alle immagini che posti, ricordati sempre che la rete può essere molto pericolosa». Sapevo tutto, non sono una cretina, certi consigli mi sembravano sin troppo banali e scontati, però vi garantisco che le cose non basta saperle, al momento giusto bisogna trovare il coraggio di trasformarle in un qualcosa di concreto, altrimenti la teoria non serve a niente. E chi poteva immaginare che certe cose sarebbero potute capitare proprio a me?! Anche questa frase l’avevo sentita pronunciare mille volte, ma purtroppo in certi momenti ti dimentichi tutto. 

Onestamente la prima volta al lago ero un po’ imbarazzata, però tra il coraggio di rifiutare e la mia superficialità ha trionfato quest’ultima. Nessun obbligo, mica mi ha legato ad un palo o drogato, sono io che ho accettato dopo che ci eravamo giurati che quelle foto sarebbero state la nostra vera prova d’amore. Poi si aggiunsero gli scatti casalinghi e soprattutto i video. Non ho mai pensato di chiedergli di fare la stessa cosa, il gioco aveva una sola direzione. Non ne sentivo l’esigenza e mai avrei pensato di voler possedere delle sue foto per evitare eventuali ricatti. Una cosa che mi fa ancora male è ripensare alle parole di Baby. Lei sapeva tutto e continuava a dirmi che stavo facendo una cosa sbagliatissima. Un giorno mi fece leggere le parole di una ragazza vittima di revenge porn, per carità, apprezzai il gesto e le dissi che non sarebbe più accaduto, ma sapevo che le stavo mentendo. 

Arrivano le feste di Natale. La prima sera di vacanza vado con le amiche storiche in discoteca. Mirco quella sera aveva come ogni settimana il calcetto, insomma, tutto regolare. Mi passano a prendere verso le 10 e siccome è presto ci fermiamo a bere qualcosa in un bar che amo. Musica alta e possibilità di starsene all’esterno riparati dal calore delle stufe a fungo. Probabilmente esagero, bevo tre o quattro shottini di fila anche perché dobbiamo festeggiare il compleanno di Nati e siccome guida Raffa, che è l’unica patentata ed è astemia, non ci sono problemi. Entriamo in disco, l’alcool sale, la musica pompa di brutto, fa caldo, ballo ma la testa va per conto suo e quando io bevo rido per qualsiasi cosa. C’è un ragazzo molto carino, mi sembra di averlo già visto o forse mi confondo. Chissà! Lui mi pressa sia in pista che sul divanetto, ridiamo, mi porta l’ennesimo shottino brindiamo e mi stampa un bacio di quelli lunghi. Capite quanto mi costi fatica scrivere queste parole? 

Beati voi che siete tutti santi e sempre pronti a giudicare. Beati voi che adesso starete già emettendo il verdetto di colpevolezza. Come se io negassi di avere sbagliato! Magari starete anche pensando che non ero poi così ubriaca, perché questa è la classica scusa utilizzata da tutte le troiette. Quella sera ci siamo baciati forse per dieci minuti, ma non contano i minuti e neppure altri dettagli. Conta che ho fatto una cazzata e l’ho fatta sotto gli occhi di due amici di Mirco. Quella notte siamo rientrate a casa verso le tre e mezza. Onestamente non è che mi ricordi granché, neppure mi sono struccata per evitare di fare rumore e di svegliare mamma, quella è un gendarme e si sarebbe subito resa conto che ero abbondantemente alticcia. 

La mattina apro gli occhi verso mezzogiorno, testa pesante e mamma che mi domanda se mi vanno le tagliatelle con i funghi. La sola idea di pranzare mi fa schifo, ma le rispondo che le tagliatelle vanno benissimo. Scopro che il telefono è spento perché è scarico e allora lo metto sotto carica appoggiandolo sul comò della mia stanza. Quando si accende scopro che Mirco ha già provato a chiamarmi oltre venti volte. Ricordo tutto. Il sangue si ferma, mi gira la testa, vorrei piangere ma non ci riesco, vorrei chiamarlo ma non riesco a fare neppure questo. Decido di chiamare Baby ma in quell’istante il telefono squilla, sul display compare la scritta «Meu Amor». 

Cosa si fa in questi casi? Niente, si pensa solo che la morte sarebbe una liberazione.

Cuore in gola, lascio che il telefono squilli ma alla fine rispondo. Vorrei parlare ma Mirco non me ne dà il tempo, comincia a insultarmi perché non solo ha saputo quello che è accaduto, ma i suoi fedelissimi amici hanno anche scattato alcune foto mentre mi sto baciando con il tipo. Cosa si fa in questi casi? Niente, si pensa solo che la morte sarebbe una liberazione, appena provo ad aprire bocca lui urla ancora più forte, alla fine non resisto e attacco. Dopo cinque secondi prova ancora a richiamarmi ma io non rispondo, comincio a piangere, mamma che sta preparando il sugo con i funghi capisce che qualcosa non va per il verso giusto e viene in camera. Per fortuna papà è andato a farsi un giro con la bici da corsa. Le racconto tutto, non ho neppure la forza di spararle una bugia, più semplice e liberatorio dire la verità. 

Nel frattempo Mirco mi scrive messaggi offensivi a catena, ha già parlato anche con le mie amiche insultandole, perché evidentemente il nostro è un gruppo di «schifose baldracche». Mamma ascolta in silenzio, comprende tutto, la vedo preoccupata e soprattutto profondamente delusa perché ho tradito la sua fiducia. Lei ha perso un fratello quando io ero molto piccola. Un incidente stradale dovuto all’alcool. Per questo mi dice sempre che l’alcool è devastante. Commenta la storia dei baci aggiungendo che è semplicemente il risultato di quanto avevo combinato prima: «Hai raccolto quello che hai seminato. Ma non ti sei resa conto di come ti eri ridotta? Non hai il senso del limite? Come si fa a bere fino a perdere il senso della realtà?» 

Torna papà e facciamo finta di niente, tanto con lui è facile perché situazioni del genere non gli sfiorano neppure l’anticamera del cervello. A tavola mangio due tagliatelle di numero perché non riesco proprio a ingoiare nulla. Arriva un messaggio nella nostra chat di gruppo che è formato dalle cinque amiche storiche, almeno quello è un posto sicuro dove potermi rifugiare. 

Ari ha postato lo screenshot di una foto che sta girando da un paio d’ore tra vari gruppi WhatsApp. Ci sono io che bacio il tipo mentre siamo avvinghiati sul divanetto. La frase che accompagna la foto dice: «Questa è la ragazza con cui sono stato quasi un anno! Che schifo!» Chiamo subito Baby sperando che con una magia riesca a far scomparire quella foto, ma purtroppo lei è più disperata di me. Oltretutto il gruppo di Mirco, in primis le ragazze, mi racconta Baby, mi hanno già condannato ed etichettato. Nessuna giustificazione e neppure una possibilità di chiarire. 

Pensai che tornando a scuola tutto sarebbe finito, invece il mio dramma vero era semplicemente agli inizi.

Credetemi, non è facile tornare a quei momenti e poi non vi dico le giornate successive. È stato il peggior Natale della mia vita; Mirco tra l’altro era riuscito a parlare anche con il ragazzo della discoteca che logicamente aveva scaricato su di me ogni responsabilità. Mi dicevano che era andato fuori di testa. Pensai che tornando a scuola tutto sarebbe finito, invece il mio dramma vero era semplicemente agli inizi. 


Fu il 9 gennaio che Ari mi girò le prime dieci (10!) foto hard che circolavano nelle chat, nessuno è così stupido da postarle sui social, ma l’effetto è lo stesso. Come primo provvedimento chiusi subito i miei profili social, ma fu come tentare di fermare il vento. 

Il 12 gennaio la cosa più terribile. Mirco condivide in chat un video che avevo girato nella mia camera. Sono 26 secondi, quanto basta per mandarmi definitivamente all’inferno. Visto che siamo in periodo di pandemia, vi garantisco che non esiste una mascherina o un vaccino in grado di proteggerci da una cosa del genere. E io che mentre giravo quel video pensavo di essere sola all’interno della mia stanza, invece tutti hanno potuto violare la mia intimità, osservare indisturbati, ascoltare i miei sospiri e poi rivedere ancora il video per scoprire altri particolari e quindi inviarlo ad altri che lo hanno condiviso con altri ancora. La catena non ha fine.

Oramai il mio nome era sulla bocca di tutti e sui social le allusioni abbondavano. A volte la disperazione ci fa superare anche la vergogna di raccontare tutto a un genitore.

Immaginatevi cosa significhi alzarsi la mattina con il terrore di guardare il telefono e capire se sono state pubblicate nuove foto o nuovi video, magari quelli più hard, provate a immaginare cosa significhi entrare in classe e tenere lo sguardo basso dalla vergogna perché tutti sanno e tutti hanno visto. Provate a immaginare cosa voglia dire sapere che prima o poi verranno a conoscenza di questa storia anche genitori, nonni, amici di famiglia e soprattutto i professori. Oramai il mio nome era sulla bocca di tutti e sui social le allusioni abbondavano. A volte la disperazione ci fa superare anche la vergogna di raccontare tutto a un genitore. In un pomeriggio di pioggia spiegai ogni cosa a mamma e trovai persino la forza di confessarle che lui di materiale porno ne possedeva ancora molto. Dopo cena fu mamma a riferire a papà ogni aspetto della storia, mentre io me ne stavo in poltrona come una statua di sale. Immaginatevi che clima poteva esserci in casa. Il giorno dopo andammo in questura per sporgere denuncia, tra l’altro Mirco aveva compiuto da circa due mesi i 18 anni e per lui le cose si sarebbero potute mettere molto male. In questura sono stati gentili e soprattutto mi hanno fatto comprendere che io ero la vittima, perché nulla poteva giustificare le azioni di Mirco. 

Con l’uscita della notizia sui giornali si è poi scatenato l’uragano mediatico e alla fine tutti sanno chi sei anche se vengono pubblicate solo le tue iniziali. Come se non bastasse, ho dovuto vivere il confronto con la dirigente scolastica del liceo scientifico che frequento, continuando a sentirmi sempre più sporca e indegna. 

Siamo arrivati al Natale 2020. Tutto è scoppiato esattamente un anno fa. Ieri sono andata a farmi le unghie, ma ho sbagliato orario e sono arrivata con mezz’ora di anticipo, quanto basta per sentire Debora dire a una cliente: «Dopo di te ho appuntamento con Emma, ti ricordi lo scandalo dei video porno, quello dello scorso anno?» Ed eccovi servita su un piatto d’argento la risposta della cliente: «Certo che lo ricordo! La storia di quella che girava i film porno con i ragazzi o qualcosa del genere, che schifo!» Avrei voluto spalancare quella porta e vomitarle addosso di tutto, invece sono semplicemente tornata in strada e ho iniziato a piangere seduta sullo scooter, tanto tra gli occhiali e la mascherina nessuno si accorge più di niente. 

Ne ho imparate di cose in questo ultimo anno di vita, tra insulti, sguardi, parole, questura e avvocati, compreso il fatto che la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti è punita con la reclusione da uno a sei anni e la multa oscilla da 5.000 a 15.000 euro. Non studio legge, sono una semplice liceale, però so benissimo che in mezzo a queste storie c’è il codice penale e quindi il rischio del carcere. Lui si è messo nei guai seri, ma io non posso farci nulla. Forse immaginava che online ognuno fosse libero di fare ciò che crede, ma si sbagliava alla grande. 

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