La storia di

Dex

Stavo casualmente gettando uno sguardo fuori dalla finestra, quando vidi sotto il palazzo un’auto della Polizia; nessuna preoccupazione, però mi domandai che minchia fosse accaduto. Poi Suonò il campanello e mamma mi disse: «Dex, datti una sistemata. È la Polizia, sono qui per te».

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Da quella scena surreale sono passati diciotto mesi e sette giorni, certe date assomigliano a un tatuaggio permanente perché nessuno può più strappartele di dosso. 

Quando entrarono in casa con modi gentili ma decisi, sequestrarono tutto ciò che era possibile portare via dalla mia camera: smartphone, tablet, PC e due hard disk. Sapevo benissimo cosa avrebbero trovato e per questo sarei voluto scomparire per sempre nel nulla, dileguarmi, anche essere sciolto nell’acido sarebbe stato meglio che affrontare la mamma e il nonno. 

In casa mia la parola “pedopornografia” l’avevamo ascoltata solo al telegiornale, immaginatevi l’espressione di mamma quando si sentì elencare la serie dei presunti reati che mi venivano imputati.

Ricordo le loro domande disperate agli agenti, con l’obiettivo di comprendere cosa stesse accadendo e le risposte precise ma brevi degli uomini in divisa. In casa mia la parola “pedopornografia” l’avevamo ascoltata solo al telegiornale, immaginatevi l’espressione di mamma quando si sentì elencare la serie dei presunti reati che mi venivano imputati. Uno degli agenti aggiunse che l’indagine era iniziata mesi prima e che, da papà di un adolescente, comprendeva il dramma che si era abbattuto sulla nostra famiglia. Altro non aggiunsero e dopo aver sigillato in buste di plastica il materiale se ne andarono lasciandoci soli e distrutti. Nessuno escluso. 

Poi da parte di mamma, la domanda che più temevo: «Dex, dimmi che è tutto un errore. Ti prego». La sua era quasi una supplica. Non riuscii a pronunciare neppure una parola. Stavo piangendo in silenzio fissando il pavimento. Ero terrorizzato, non pentito, e sono due cose molto diverse, ma ancora non potevo saperlo. 

Come avrete capito tutti mi chiamano Dex, diciassette anni, quasi diciotto ed ho almeno due vite alle spalle. Penso che tutti debbano fare i conti con un prima e un dopo, non faccio il filosofo ma siamo tutti immersi dentro questa faccenda del prima e del dopo, solo che nel mio caso c’è da rimanere fulminati, perché se oggi provo a guardare il prima, faccio molta fatica a riconoscermi. 

Il mio prima è un mix di incoscienza, presunzione, superficialità e inconsapevolezza. Un bel frullato misto di cazzate, e le cazzate vi garantisco che si pagano sempre. 

Avessi letto queste righe un paio di anni fa, probabilmente non sarei arrivato neppure alla fine della prima pagina. Avrei pensato: “ecco il solito coglione che viene a raccontarmi quattro cagate su quello che è giusto e quello che è sbagliato, probabilmente si è fatto beccare perché è un pivellino del web”; quindi non me la prendo con quelli che si comporteranno così, loro sono semplicemente immersi dentro il prima e quando ci stai in mezzo non riesci a vedere altro. 

Sapete come si finisce nella merda? Risposta facile: con un click.

Chi invece continuerà a leggere, probabilmente comprenderà che queste righe non hanno niente a che fare con la teoria e le solite raccomandazioni inutili. Comunque arriviamo al sodo, sapete come si finisce nella merda? Risposta facile: con un click. 

Naturalmente la prima volta che lo fai non ne hai la percezione, anzi, ti senti anche un po’ figo perché stai entrando dentro un mondo nuovo e per certi versi misterioso. Ancora non hai la minima idea di quanta merda, passo dopo passo, ti si appiccicherà sotto le scarpe. Merda destinata a rimanere lì per sempre e alla Polizia basterà seguire le tue orme per venirti a suonare il campanello, allora vedrai tua madre piangere e leggerai la tua storia sui giornali. Io solo quando ho terminato di attraversare questo inferno ho compreso il senso delle cose. Inizialmente, quando la Polizia venne a casa pensai che stessero esagerando, non riuscivo ancora a scorgere la linea che separa la finzione dalla realtà. 

È così che a volte le nostre vite cambiano, giorno dopo giorno, video dopo video, click dopo click. 

Il mio primo contatto con il dark web è avvenuto quando avevo quattordici anni. Non ne sapevo nulla. Fu un compagno di classe a inviarmi due video che arrivavano da una qualche parte del mondo, tanto non è il luogo che interessa, ma il tipo di azione che si compie e in quella circostanza erano delle decapitazioni con tanto di teste rotolanti. Quella prima volta ci rimasi secco! Roba tosta, perché certe scene non le avevo mai viste. È così che a volte le nostre vite cambiano, giorno dopo giorno, video dopo video, click dopo click. 

In poche settimane mi trovai dentro una rete di ragazzi che avevano più o meno la mia età, tutti tra i tredici e i diciassette, e la forza del gruppo si concentrava sulla condivisione di una serie infinita di video e di foto che in una qualche maniera dovevano essere in grado di mostrare qualcosa di orribile. Non era importante conoscersi, l’unica necessità consisteva nell’accumulare il maggior numero di materiale, tutto il resto passava in secondo piano. Qualsiasi cosa voi proviate a immaginare, vi garantisco che ciò che circolava era sicuramente molto peggio. Parlo di pedopornografia, violenze, mutilazioni, uccisioni e anche filmati che risalivano ai campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Più erano crudi e più erano fighi. 

Più trovavo filmati in grado di colpire lo stomaco e più ero bravo, non esistevano regole o limiti, l’importante era che fossero autentiche.

Anche io iniziai a ricercarli e a condividerli, quei video. Anche io ero entrato in un mondo parallelo dove la realtà viene completamente azzerata, ed ora che sono nel dopo mi sembra quasi impossibile non aver pensato che quelle uccisioni, quelle violenze commesse su persone o animali, appartenessero a un mondo reale fatto di dolore vero. Certe scene per me rappresentavano solo materiale da far girare online. Più trovavo filmati in grado di colpire lo stomaco e più ero bravo, non esistevano regole o limiti, l’importante era che fossero autentiche. Telegram, WhatsApp, usavamo vari canali di messaggistica per far circolare i video all’interno del gruppo che ritenevamo super sicuro. 

Per mia madre e mio nonno, io trascorrevo innocentemente i miei pomeriggi in camera studiando e chattando con gli amici, non avevano idea di quella che era divenuta la mia grande passione. Papà, che lavora sulle navi da crociera, era imbarcato da molti mesi, quindi tra me e l’abisso non esisteva alcuna barriera. Tutto facile, fin troppo facile. 

Potrei parlarvi a lungo del deep web, ma soprattutto del dark web, pensate che nessuno è in grado di stabilire con certezza quanto siano vasti questi territori online. Non esistono motori di ricerca, si naviga seguendo rotte dettate da codici e da passaparola, ci si addentra in un mondo dominato da file “gore” (quelli che conducono alle scene peggiori) e in questo luna park dell’orrore cominciai a competere con gli altri. Tutto si era trasformato in gara. “Chi cerca trova” e allora iniziai a trascorrere interi pomeriggi navigando immerso in questo mare nero. 

L’orrore è bravissimo a mescolarsi in mezzo a tutto, si mimetizza, confonde le idee, azzera le differenze tra il bene e il male.

Non ritengo opportuno fornire ulteriori spiegazioni tecniche e neppure dettagli su quanto la Polizia scoprì all’interno della mia collezione degli orrori, tanto avete più o meno compreso. Mi limito a dirvi che online la merda non puzza, non la vedi e difficilmente scorgi le linee di confine. Non dovevo neppure fare un passo o mettermi il piumino per fare ingresso in quel mondo schifoso, era sufficiente rimanermene tranquillamente sdraiato sul letto o al massimo, seduto dietro la scrivania, la stessa dove sono esposte le foto di quando gioco a calcio, assieme a quelle con papà in divisa e mamma durante una crociera. Ci sono poi quelle con il nonno, mentre siamo seduti allo stadio e fuori da un rifugio in Val Gardena. L’orrore è bravissimo a mescolarsi in mezzo a tutto, si mimetizza, confonde le idee, azzera le differenze tra il bene e il male. Oggi per me è facile parlare, ma l’unica cosa che posso dirvi con grande convinzione è di girare alla larga da quel tipo di palude schifosa. Ci sono dei cartelli con scritto: «Don’t cross the line» attorno alla palude, fidatevi di quelle parole. Forse la cosa più interessante legata a queste righe è che non state leggendo un manuale informativo, ma la storia di uno che dentro quella palude c’è finito senza avere neppure il tempo di rendersene conto. Quei cartelli li avevo osservati distrattamente e commentanti con ironia, mi sentivo furbo, invisibile agli occhi della Polizia e capace di muovermi con l’astuzia di una volpe. Bel coglione, vero? 

Per far crollare il castello è stata sufficiente una madre curiosa, che in una città lontana dalla mia è andata a ficcare il naso nello smartphone del figlio. «Welcome to hell!» Quel piccolo oggetto innocente lo ha direttamente consegnato nelle mani della Polizia che in meno di due giorni è risalita a tutti noi. La famosa rete iperprotetta, le nostre password, le astuzie che ci facevano sentire imprendibili. Tutte enormi cazzate. Ora non solo ho imparato a distinguere la fantasia dalla realtà, ma ho la consapevolezza che ogni volta che mi avventuro nel web sto lasciando delle tracce. Già solo questa certezza, credetemi, dovrebbe esservi sufficiente per agire con un minimo di intelligenza. 

Non mi soffermo troppo nel raccontarvi cosa significhi trovarsi al centro di un’operazione di Polizia, neanche immaginavo la serie dei reati che avevo infranto. Un giornale scrisse: «Gli adolescenti sono accusati, in concorso tra loro, di detenzione, divulgazione e cessione di materiale pedopornografico, detenzione di materiale e istigazione a delinquere aggravata». Roba pesante ragazzi. Come prima cosa mi ritrovai seduto nello studio di una psicoterapeuta, iniziai a fare i conti con le notti insonni e gli incubi, i sensi di colpa e solo dopo alcuni mesi cominciai a mettere a fuoco l’orrore vero e cioè quello legato alla mia incapacità di saper distinguere il bene dal male o la vita dalla morte. Oggi certe differenze le conosco molto bene. 


Quando è esplosa la pandemia le ferite già si stavano rimarginando, grazie soprattutto all’amore della mia famiglia, ai prof che non mi hanno mai emarginato e a una brava psicologa. Ancora non potevo immaginare che lo stesso web, che avevo utilizzato con l’indifferenza di un nazista, mi avrebbe regalato altre sorprese. Quando nel marzo 2020 iniziò il lockdown, assieme ad altri milioni di studenti, cominciai la didattica a distanza. 

Cosa mi ha tolto quel periodo? Tutto. Gli amici, il calcio, l’intervallo, il suono della campanella e i pomeriggi trascorsi sulla panchina del parco. Forse per voi grandi è più semplice accettare la condizione dell’isolamento, ma per un ragazzo è una vera tortura. Sono toste le videolezioni, fatichi a rimanere concentrato, hai la testa pesante e la tentazione di non ascoltare è sempre lì. 

Con papà ci vedevamo in videochiamata due volte a settimana. Era a bordo di una nave ormeggiata in un porto del mediterraneo, equipaggio e passeggeri inchiodati dentro una gabbia galleggiante di acciaio in attesa di un qualcosa di indefinito. 

“La vita non vita” procedeva con tutte le difficoltà del caso, quelle che avete toccato anche voi con mano. Mamma che è impiegata presso una grande azienda cominciò con lo smart working e spesso alle nove di sera era ancora di fronte al PC. Nonno passava la giornata di fronte alla tv e ci aggiornava sull’andamento della situazione; a dire il vero io e mamma eravamo molto preoccupati per lui, perché qualche anno prima era stato operato di tumore. Le famose patologie pregresse di cui parlavano all’infinito in tv. Attenzione: nonno Sergio, che è il nonno materno, non è un vecchio che gira per casa con il bastone, per me è sempre stato un secondo papà e con lui ogni anno andavo cinque, sei volte allo stadio. Nonno ha la testa giovane, tanto per capirci; quando è esplosa la storia del dark web mi è stato sempre vicino e mi ha fatto leggere delle cose sull’olocausto che non dimenticherò mai, diciamo che anche grazie a lui ho scoperto quanto sia devastante il dolore vero. 

Con nonno ho sempre fatto lunghissime passeggiate in montagna, tenete conto che fino a qualche anno fa era capace di spararsi delle ferrate da capogiro. 

Incredibile come un virus microscopico possa condizionare il mondo intero. Passavo molto tempo online, girovagando tra siti, social e videochiamate con gli amici veri, quelli con cui si parla di cose reali; la palude del dark web era già molto distante dalla mia mente. 

«Non mi sento bene per niente, mi passi il termometro per favore?» Quando nonno in un dopocena di aprile pronunciò quelle parole, fingemmo tutti una finta allegria sdrammatizzando la cosa. Aveva un po’ di febbre, ma non bisognava fasciarsi la testa, mai farsi condizionare troppo dal catastrofismo televisivo. La mattina successiva assieme alla febbre comparve anche la tosse, e in attesa del tampone diventammo dei separati in casa. La nostra era una tra le migliaia di storie legate a questo maledetto virus. Al secondo giorno di malattia, visto che la Tachipirina non serviva più a nulla, chiamammo la guardia medica. Si presentarono come degli astronauti, gli misurarono immediatamente il livello di ossigenazione del sangue e, due ore dopo, un’ambulanza lo venne a prelevare. Lo abbiamo visto uscire così: malato, con la mascherina e il telefonino appoggiato sulla barella. Gli feci ciao con la mano, ma non rispose al mio gesto. 

Neppure il tempo e la possibilità di abbracciarlo o tenergli la mano. Nei giorni successivi attendevamo con ansia la telefonata dal reparto, erano tutti gentili, ma siccome i medici cambiavano in base ai turni, notavamo che qualcuno era più positivo mentre altri rimanevano molto sulle loro. 

Senza rendermene conto, stavo scoprendo l’aspetto straordinario della rete, quella che ci aiuta a vivere meglio e che ci consente di non rimanere soli, quella che i sentimenti li amplifica e non li appiattisce.

Io e mamma vivevamo nell’angoscia che nonno potesse finire in terapia intensiva. Era un pensiero fisso, non riuscivamo neppure a parlarne, tanta era la paura che potesse avverarsi. Un pomeriggio al posto della solita telefonata del medico arrivò al numero di mamma una videochiamata. Una giovane infermiera era accanto al nonno e così dopo oltre dieci giorni tornammo a vederlo. Parlava a fatica, ma a suo modo tentava comunque di tranquillizzarci. Il momento della videochiamata divenne il più importante di quelle giornate. Attraverso WhatsApp l’infermiera ci inviava anche ulteriori messaggi durante l’arco della giornata, in modo di tenerci costantemente aggiornati. Senza rendermene conto, stavo scoprendo l’aspetto straordinario della rete, quella che ci aiuta a vivere meglio e che ci consente di non rimanere soli, quella che i sentimenti li amplifica e non li appiattisce. Il momento più terribile fu quando l’infermiera, con cui oramai si era creato un rapporto di amicizia e soprattutto di gratitudine, ci mostrò il nonno che non era più in grado di parlare. 

Ci disse che era comunque in grado di ascoltare le nostre voci e che questo gli avrebbero fatto meglio di qualsiasi medicina e così per tre giorni, quasi sempre a metà pomeriggio, io e mamma abbiamo parlato al nonno incoraggiandolo. Purtroppo molti di voi questa sensazione l’hanno vissuta sulla propria pelle, compreso il terrore che ogni videochiamata potesse essere l’ultima. Siamo stati fortunati: nonno Sergio ce l’ha fatta con grande fatica, ma è riuscito a sopravvivere. Quando verso metà maggio è tornato a casa, ci ha subito raccontato di quanto fossero state importanti le nostre voci: «Io non avevo la forza di parlare, ma le vostre parole mi hanno aiutato a sopravvivere». 

Abbiamo avuto modo di conoscere di persona anche quella giovane infermiera che spesso, pur di non farci rinunciare a quelle videochiamate, era disposta a prolungare anche di alcune ore il proprio turno. Altre volte, aveva registrato dei brevi video con il nonno inoltrandoceli con WhatsApp. Più di una volta pensai a quello che in passato avevano rappresentato i video nella mia vita, per questo io posso affermare di aver conosciuto il meglio e il peggio della rete. Qualche settimana fa ho visto su Instagram una foto divenuta virale che ritrae due persone accanto al corpo senza vita di Maradona. Uno dei due sorride rivolgendo il pollice verso l’alto, come a dire “Tutto bene! Anche io adesso ho la mia foto con Diego e forse ho anche dei milioni di follower!” 

Che tristezza, che essere squallido e privo di dignità. Anche io sono stato come lui, forse anche peggio, però adesso ho imparato a rispettarmi perché chi non rispetta sé stesso non sarà mai capace di rispettare gli altri. Parola di Dex.