La storia di

Due

Ho un occhio grigio e un occhio blu, per questo tutti mi chiamano Due. Ho notato che le persone fanno fatica a guardarsi negli occhi. Se prendete un ascensore la gente tiene la testa bassa, fissa le scarpe e il pavimento. Del resto si dice “sostenere uno sguardo” proprio perché non è facile.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Sono stato io a soprannominarmi Due quando facevo la prima media. Lo scrivevo sul diario e poi è diventato il mio nickname sui social, anche i testi che compongo li firmo come Due. A me piace questo numero perché il due ci offre sempre una possibilità di scelta. Occhio grigio oppure occhio blu. “Uno”, invece no. Nessuna alternativa. Uno è figlio di un pensiero unico. Il mondo è affollato di Uno. Esseri umani che non sanno essere umani, gli Uno sono monocolori, sono sicuri di possedere la verità, sempre pronti a dividere e a ridere degli altri, conoscono la tesi ma non l’antitesi, il monologo e non il dialogo, usano monete che non hanno l’altra faccia e soprattutto detestano le differenze. Spesso gli Uno rispettano gli altri in base alla posizione sociale e al conto in banca, più sei ricco e potente e più ti leccano, ma se per sfortuna sei un gradino sotto non ti cagano neppure di striscio.

Combatto gli Uno da quando frequentavo le scuole medie e pretendevo che mia madre mi facesse indossare la felpa fucsia bordata d’oro di mia sorella, mi diceva che non si poteva, che non stava bene e che non era adatta a un maschio, ma io continuavo a non capire e a protestare sostenendo che un colore non è un’idea ma un semplice colore. Ricordo benissimo quella discussione e il momento in cui le urlai in faccia: «Allora visto che la felpa fucsia non posso metterla, dimmi qual è il mio occhio da femmina e quello da maschio!» Mamma rimase in silenzio. Colpita e affondata. Avevo vinto la prima battaglia, ma la guerra è lunga, amici miei. Ho sempre avuto carattere, ho sempre lottato per difendere il mio diritto ad essere Due e se mi trovo a far parte di questo libro è proprio perché voglio aiutare tutti i Due che lo leggeranno a non cedere, perché in molti cercheranno di convincervi che Due non esiste oppure che è sbagliato. Non credeteci, non sentitevi colpevoli, siete voi quelli giusti, siatene convinti. Voglio però anche far sapere agli Uno che con un po’ di coraggio è possibile vedere il mondo a colori, infatti la cosa più bella che mi sia capitata nella vita è stato vedere degli Uno che hanno finalmente trovato la forza di alzare lo sguardo trasformandosi in Due, compresa mia madre. Che figata! Oggi lei mi osserva con occhi diversi, ha compreso, mi rispetta e quando si volta per osservare la mamma che è stata fino a qualche anno fa, scopre che quella persona non esiste più, si è fatta farfalla dopo una vita da crisalide. Ama leggere i testi delle mie canzoni ed è convinta che abbia talento, crede in me. 

Non avevo la minima intenzione di mostrarmi seguendo delle stupide regole imposte da altri.

Torniamo alla felpa sgargiante di mia sorella. Una mattina di primavera quando frequentavo la prima superiore la nascosi nello zaino e la indossai prima di entrare in classe. Fu la fine di tutto e l’inizio di tutto, fu la mia condanna e la mia liberazione. Quella mattina mentre attraversavo il corridoio mi sentii addosso uno sciame di sorrisini ironici ed ero consapevole che il mondo oscuro delle chat era già entrato in azione come un’agenzia di stampa. Io non mi sentivo fuori luogo e la mia non era neppure una provocazione, stavo semplicemente indossando un qualcosa che mi piaceva. Non avevo la minima intenzione di mostrarmi seguendo delle stupide regole imposte da altri. È stato il passaggio più complicato di questi miei primi diciannove anni di vita, ma una volta scavalcato quel muro, anche se su quel filo spinato ho personalmente lasciato qualche brandello di carne, finalmente ho iniziato a sentirmi libero di correre. 

Se ho conosciuto l’odio? Certo che l’ho incontrato, mi è venuto a trovare nelle chat, nei social e persino sotto casa, ed io l’ho attraversato come fosse una palude melmosa, con i miei vestiti da donna, le scarpe con gli strass, lo smalto sulle unghie e i capelli colorati di verde o di rosso, perché i colori del mondo sono veramente tanti. L’universo mi ha regalato le sfumature e chi è Due può ambire anche a diventare cento. Un occhio grigio e un occhio blu versano lacrime identiche, gocce salate intrise di rabbia e comunque mai di resa e alla fine anche di gioia. 

Dopo aver indossato la felpa fucsia (aveva anche un cuoricino dorato sulla sinistra), mi sentii più leggero, ma fu come infilare una mano dentro un nido di vespe. 

In classe un gruppetto cominciò a massacrarmi ricorrendo inizialmente a metodi “old style,” usavano il muro del gabinetto come fosse un tablet. Ricordo una scritta a pennarello che diceva: «Due volte frocio. Cento volte morto». Forse vorreste conoscere il nome della scuola e della città dove vivo ma sarebbero energie sprecate perché i Due e gli Uno esistono in ogni angolo del pianeta, quindi non identificatemi con un luogo ma piuttosto con un’idea. La mia non è una storia di città o di periferia, è una storia di persone. Io potrei anche non esistere ed essere un personaggio virtuale, ma ciò che conta sono le idee che vi porgo e la possibilità di alzare lo sguardo, perché è di questo che si tratta.

Cosa significa alzare lo sguardo? Rispetto per gli altri, rispetto per la vita, amore da donare e amore da ricevere, amore per questo pianeta e tutte le forme di diversità. Roba tosta vero? Questo si chiama progresso, amici miei. Spesso confondiamo lo sviluppo tecnologico con il progresso, ma non è così che stanno le cose. La tecnologia è una grande opportunità, ma si trasforma in progresso nell’attimo in cui è utile a creare una società più equa e solidale, altrimenti serve a nulla o è addirittura controproducente. In fin dei conti anche la bomba atomica rappresentò un qualcosa di rivoluzionario rispetto ai vecchi ordigni, ma non possiamo considerarla una tecnologia al servizio del progresso. Pensate al web, di base è una grande opportunità, poi spetta a noi decidere da che parte stare. 

A proposito, le chat della terza media e dei primi due anni delle superiori le conservo tutte. Un fiume sotterraneo di parole velenose che scorre veloce. Gli Uno quando vomitano offese non hanno un’idea precisa del motivo per cui lo stanno facendo, proprio perché non sono in possesso di un’idea precisa. Tabula rasa, vuoto pneumatico. Il nulla. Qualche tempo fa ho letto un capitolo di un libro veramente interessante, si intitola “La banalità del male” e lo ha scritto una filosofa tedesca che si chiama Hannah Arendt. Mi ha molto colpito. È la storia di un processo che si svolse a Gerusalemme nel 1961. L’imputato era un nazista che si chiamava Adolf Eichmann. Di quel capitolo mi sono rimaste nella mente un paio di righe: «Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso. Eichmann non era stupido, era semplicemente senza idee. Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti innati nell’uomo. Il male è banale perché non richiede pensieri». 

Erano contro qualcosa a prescindere, poteva essere un nero, un omosessuale, un disabile, un ebreo, un cattolico o un islamico.

Cavolo, quando ho letto quelle righe ho scoperto tutto ciò che c’è da sapere quando si parla di bullismo e cyberbullismo. «Il male è banale perché non richiede pensieri». Non avevo mai preso in considerazione questo aspetto che invece è terribilmente reale. Tutti quelli che hanno tentato di rovinarmi la vita tra la scuola media e i primi anni delle superiori, non erano in grado di mettere in fila un solo pensiero coerente. Erano contro qualcosa a prescindere, poteva essere un nero, un omosessuale, un disabile, un ebreo, un cattolico o un islamico. Essere contro qualcosa, tutto sommato è una figata. Non devi porti domande, non devi perdere tempo a confrontarti, non devi mai aprire un dialogo, non hai bisogno di studiare e neppure di guardarti allo specchio, insomma, odiare una qualsiasi categoria di umani è veramente facile.

Vuoi mettere quanto è più complicato sforzarsi di capire, essere curiosi, voler crescere, avere dei dubbi e a volte cambiare idea? Per questi motivi chi mi ha perseguitato, specialmente attraverso i social, mi ha sempre fatto più pena che altro. Gli Uno sono esseri non pensanti e fatico a immaginarli proiettati nel futuro. Io amo scrivere, uso la rete per conoscere nuovi artisti e far girare le mie canzoni ed i miei testi, loro la rete non la usano ma ci finiscono dentro, si sentono pescatori e invece finiscono pescati. 

Io non conosco l’odio, ho camminato sopra schegge di dolore appuntite come vetri, ma ho sempre camminato. Non avevo tempo per fermarmi a odiare gli altri, al massimo cercavo di rimanerne distante. 

Se oggi penso alle facce di quelli che mi scrivevano di tutto, non erano poi facce neppure così cattive, normali direi. Io ho sempre amato scrivere, le parole giuste le vado a cercare, le accarezzo, le convinco a seguirmi e le metto in fila, ci spalmo melodie, abbino note e parole, costruisco qualcosa che mi fa bene all’anima. Ma loro? Dico, loro, che se ne fanno delle parole? 

Frociosucchiapisellibastardomorissifemminielloschifosoucciditiscomparipersemprebruttoricchionedimerda. Quel treno di parole legate l’una all’altra era sempre in marcia. Mani conosciute e sconosciute hanno composto ovunque quegli inni alla morte. Non la mia, la loro. Scrivendomi «Frocio di merda morirai» ammettevano tutta la loro debolezza, alzavano bandiera bianca, mostravano all’universo la loro incapacità di sentirsi utili ad un qualcosa, e questo è desolante. Lo hanno fatto in classe digitando messaggi di nascosto sotto il banco, dalle camere di casa mentre i genitori pensavano che la loro creatura stesse innocentemente chattando con i bravi amichetti. Lo hanno fatto in metro mentre stavano rientrando a casa dalla scuola. In gruppo dentro una sala giochi o nello spogliatoio dopo l’allenamento. 

Non ho mai versato una lacrima, però la solitudine mi teneva sempre sottobraccio, mamma si preoccupava ma io non mollavo e continuavo a combattere difendendo la mia libertà di mostrarmi senza farmi condizionare e intimorire. Devo dire che nessun professore si è mai permesso di commentare le mie unghie smaltate o il neo alla Marylin Monroe. Ero affascinato da quella donna, avevo letto che il suo neo a volte c’era e altre no. Era assolutamente finto. Un dettaglio di pochi millimetri destinato ad entrare nella storia. Incuriosito da questo aneddoto, volli tentare l’esperimento e così una mattina mi presentai in classe con un piccolo neo sulla guancia sinistra. Incredibile come un semplice puntino possa far parlare la gente e scatenare forme di rancore. Ero più che altro incuriosito da tutto ciò. Quel giorno alcuni postarono nel loro profilo Instagram una serie di meme pesanti legati a quel neo. Figuratevi cosa riuscirono a scrivere nelle chat! La più cattiva? «Che quel neo possa trasformarsi in cancro!» 

Abbastanza pesante, non trovate? Evidentemente gli Uno, o cyberbulli decidete voi come definirli, non erano in grado di affrontare in maniera corretta neppure un semplice finto neo. Talmente coglioni che non si erano neppure resi conto che se avessi deciso di portare gli screenshot dei loro deliri alla Polizia, avrebbero passato un casino di guai. 

Che male può provocare un neo finto? Chi può sentirsi offeso da un neo fatto con una matita? Secondo me nessuno, ma un neo finto sulla faccia di un ragazzo mette più paura di un lupo affamato perché rappresenta la pagina non codificata, il sentiero non tracciato e soprattutto la libertà di espressione. Quel piccolo neo li aveva disorientati e allora la sola strategia riconosciuta dagli Uno è quella di attaccare a testa bassa. Sarebbe stato loro sufficiente domandarmi il perché di quel piccolo e innocente trucco, oppure ignorarmi lasciandomi libero di fare, invece preferirono mordere. I famosi haters agivano in simultanea sia attraverso le chat che i social, poi un giorno li ho spiazzati, cosa piuttosto semplice, perché gli Uno non hanno punti di vista ma “il” punto di vista, non conoscono le verità ma “la” verità. La loro mente assomiglia a uno schedario, funziona a compartimenti stagni e quindi se fai saltare loro lo schema vanno in tilt. 

Il massimo disorientamento lo raggiunsero quando mi sono messo con Irina, madre russa e padre torinese, bella come il sole e di un anno più grande di me. La più sognata e desiderata da tutta la scuola. Molti Uno erano persi di Irina ma lei scelse me, le piacevano la mia mente originale e il mio corpo e la cosa era reciproca. Irina aveva gli occhi grandi e il cuore potente, pelle candida e una piuma tatuata sopra l’inguine. Irina mi ha baciato per la prima volta all’esterno di un negozio di ferramenta dove mi aveva accompagnato. Dovevo comprare un lucchetto per chiudere la bici e invece trovai la sua bocca. Irina dal cuore potente era una Due come me. Interessata ai colori del mondo, all’universo del fashion e alla musica Indie. 

Per gli Uno fu un casino. Come può la più bella ragazza della scuola mettersi con un frocio? Forse bisognerà toglierlo dallo schedario dei gay, ma uno con la felpa fucsia e le scarpe con gli strass in quale casella andava inserito? Non è arrivato con un barcone, non ha un orientamento religioso conclamato e poi a complicare le cose ci sono anche quei fottuti occhi bicolore! Improvvisamente non fui più collocabile nel loro schedario e per questo motivo gli Uno decisero di distruggermi lo scooter. Agirono di sera nel parcheggio sotto casa mia. Uno di loro riprese la scena con lo smartphone, insomma tutto organizzato alla perfezione. 

Mi accorsi la mattina alle 7:30 di quell’atto vandalico. Del mio Scarabeo restava poco o nulla, tra l’altro il meccanico scoprì che avevano anche gettato dello zucchero nel serbatoio. L’opera era stata completata con delle feci umane spalmate un po’ ovunque. 

La cosa incredibile è che gli Uno, o cyberbulli, vivono nella costante necessità di mostrare al mondo le cazzate che combinano.

La cosa strana è che come al solito non provai senso di vendetta, ma soprattutto pena nei confronti di quel gruppetto. Sapevo benissimo chi fossero. Io esistevo e loro no. Io iniziavo a scrivere testi di canzoni, poesie e racconti mentre loro si accontentavano di riempire incolmabili vuoti spalmando merda sulla carcassa di uno scooter. La cosa incredibile è che gli Uno, o cyberbulli, vivono nella costante necessità di mostrare al mondo le cazzate che combinano. Hanno il disperato bisogno di un palcoscenico sul quale esibirsi. Purtroppo le loro performance rappresentano il nulla, ma un codazzo di follower lo rimediano sempre. Sono quelli che hanno paura di finire nel libro nero dei bulli, quelli che non prendono mai posizione, quelli che ti salutano e poi come ti volti ti accoltellano in silenzio.

Torno a parlare di loro, i bulli o cyberbulli o Uno. Vedete, loro oramai hanno intrapreso un percorso, si sono ritagliati un ruolo e quindi per “essere” devono continuare a muoversi lungo quel sentiero. Un po’ come un artista che deve essere coerente con i suoi testi e il personaggio che si è creato. Un cantante cerca consensi attraverso le note musicali, un Uno li cerca attraverso il nulla. Mamma era intenzionata a denunciare quell’atto vandalico sia alla dirigente scolastica che alla Polizia, ma non ce ne fu bisogno. 

La mattina successiva venni subito convocato in presidenza. Mamma aveva già chiamato la dirigente per metterla al corrente di quanto fosse accaduto, spiegandole che probabilmente i responsabili facevano parte della scuola. Non ci fu neppure la necessità di approfondire il tema perché il coglione che aveva ripreso la scena pensò bene di farla girare in chat e nel giro di tre ore il video atterrò sul tavolo della preside. Incredibile, ma fui io a convincerla che non avevo intenzione di sporgere denuncia. Lei però chiese un confronto con il gruppetto all’interno della presidenza. Ovviamente accettai. Quel giorno a scuola si respirava un’aria strana e con sorpresa qualcuno venne a regalarmi la sua solidarietà. Tutti parlavano comunque dell’accaduto. 

Quel pomeriggio su Instagram postai una serie di foto scattate dal mio amico Jep (un talento). In qualcuna abbiamo abbinato una parte sfasciata del mio scooter a un indumento non convenzionale che mi appartiene, ad esempio la pedivella schiantata ad una canottiera rosa aggiungendo la scritta: «Canottiera rosa. Prezzo da pagare per poterla indossare: una pedivella dello scooter». In un’altra abbiamo postato le feci sparse sulla sella, scrivendo: «Se il fiore del loto spunta dalla merda, anche voi che l’avete spalmata siete ancora in tempo per diventare persone migliori». Non ne feci una questione personale ma di principio e quei post ottennero una valanga di consensi. Ne venne fuori quasi una campagna di sensibilizzazione contro la violenza e le discriminazioni di ogni genere. 

Quando si dialoga accadono sempre delle cose interessanti, nessun dubbio. E fu così che Tommy si trasformò in un Due.

Pensate che la mattina dopo mi presentai in presidenza con quattro foto di fiori di loto che consegnai nelle mani dei quattro, spiegando il motivo di quel gesto. Loro erano in grande imbarazzo, probabilmente li avevo spiazzati ancora una volta ma tutto sommato l’incontro fu molto produttivo. Di mese in mese la situazione cominciò a migliorare e rimasi veramente stupito quando uno di loro venne a trovarmi a casa, dicendo che alla sua famiglia avrebbe fatto piacere potermi regalare uno scooter nuovo. Compresi che non era un atto ruffiano, non accettai l’offerta ma accadde una cosa ancora più importante, perché con quel ragazzo (Tommy) è nato un rapporto di amicizia. Scoprii che era un bravo tecnico del suono e così iniziammo a collaborare. Quando si dialoga accadono sempre delle cose interessanti, nessun dubbio. E fu così che Tommy si trasformò in un Due. 

Sono passati alcuni anni da quel periodo, ancora ho degli haters che ogni tanto mi attaccano, ma li considero un effetto collaterale del mio modo di essere e di mostrami in rete. Ho anche un casino di follower a cui piace ciò che posto e anche la mia musica. 

Ultimamente ho postato una serie di foto (scattate dal solito Jep) in cui mostro gli aspetti che meno mi piacciono del mio corpo. Sono tutti dettagli tipo un brufolo, un’unghia spezzata, una cicatrice, il profilo del mio naso e via dicendo. L’idea è di profanare il tempio della perfezione e cioè Instagram. Vorrei far capire che siamo qualcosa che va oltre photoshop, dobbiamo imparare a non essere schiavi della nostra immagine esteriore e che non può essere un semplice foruncolo a farci sentire inadeguati o non accettati. Ancora, io e Irina, stiamo assieme; lei sta frequentando un master legato al fashion design ed io ho mille progetti. Assieme ad altri tre ragazzi abbiamo affittato uno spazio lavorando in coworking. Tra noi c’è un videomaker, uno smanettone che con il 3D è un fenomeno e un altro musicista. Contaminazioni importanti.

Quando metteremo via le mascherine e questo virus mollerà la presa, ho intenzione di fare una lunga esperienza all’estero, ancora non ho deciso dove ma penso sia fondamentale respirare aria nuova. Il Natale 2019 l’ho trascorso a Londra. Ecco, io assomiglio a Camden Town dove si mischiano i colori, i sapori, le razze, i suoni e gli odori. Incontri turisti e gente locale, vecchi punk mummificati e ragazzi con la giacca del college. Può essere un luogo molto turistico, ma anche molto alternativo, è possibile scegliere e nessuno giudica nessuno; direi che Camden Town è un posto pieno di Due. 

Riempiamoci di musica, di sguardi e di colori e prendiamoci il meglio della vita.

E adesso siamo arrivati alla fine della storia o meglio all’inizio, perché tocca a voi trasformare queste parole in qualcosa di pratico. Indossate la mia esperienza senza vergogna, abbiamo tutti cose importanti da fare, non sprechiamo tempo offendendo qualcuno online o spalmandogli la merda sullo scooter. Riempiamoci di musica, di sguardi e di colori e prendiamoci il meglio della vita. Il cyberbullo nella maggior parte dei casi non è neppure cattivo. Semplicemente non è. 

A proposito, mia sorella la felpa fucsia alla fine me l’ha regalata ed io l’ho voluta incorniciare mettendola sopra il letto. Avete presente i cimeli dell’Hard Rock Cafè? Stessa cosa. Quando qualche amico o amica ha accesso alla mia stanza e mi chiede la storia di quella felpa un po’ sbiadita, la mia risposta è sempre la stessa: «Quella felpa significa coraggio e continua a regalarmene ogni volta che la guardo».