La storia di

Cristian

Ho solo vent’anni ma di strada ne ho già fatta parecchia. Ho attraversato deserti che sembravano infiniti e percorso strade sconosciute. Silenzio e solitudine sono stati i miei più fedeli compagni d’avventura. E durante il viaggio ho imparato a leggere dentro gli occhi delle persone.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Esistono tanti modi di guardare gli altri e quando intravedo pietismo e ipocrisia, preferisco chiudere subito. Sto imparando a selezionare la gente, perché ho conosciuto persone che non meritavano il mio tempo e altre che sono entrate allegramente a far parte della mia vita. In questi vent’anni ho conosciuto persino la prigione, perché le gabbie della mente creano sbarre più solide dell’acciaio. Prigione significa porsi dei limiti, perché o ti lasci consumare dalla vita o sei tu a consumare lei. Dentro o fuori, come in Champions League. Tasto dolente visto che ogni mia cellula è bianconera. Già, la Juve, lei c’è sempre stata sin da quando avevo cinque anni, nonostante abbia un padre cresciuto a pane e Milan, ma io sono stato imprevedibile anche in questo. Da qualche tempo ho finalmente scoperto la libertà vera e profonda. Libertà di essere e poter sognare, perché sono i sogni a renderci liberi. Chi non sogna non vive. Esatto: “chi non sogna non vive”. E io adesso ho deciso che i miei sogni li andrò a prendere uno ad uno, voglio raccoglierli come fossero frutti di bosco.

Lo so, sono uno che nella vita ha già fatto molta strada, la cosa pazzesca è che la mia storia “on the road” la sto vivendo sdraiato in un letto. Io e lui viviamo in simbiosi da sempre. Il mio corpo è fermo, intanto la mente vola, si diverte e mi porta dove meglio crede, a volte si muove come un aquilone impazzito e altre come un ghepardo nella savana, raramente trova il tempo per dormire, lei è sempre in movimento, alla faccia di questo letto e di chi pensa che non si possa correre anche da fermi.

Mi chiamo Cristian Viscione e sono nato il 10 marzo 1999 a Reggio Emilia, ho una famiglia splendida che si prende cura, a volte anche troppo, di me. Siamo in cinque, mamma Rosanna e papà Vincenzo, una sorella maggiore che si chiama Maria Assunta e Ilenia di 23, tutte e due più grandi del sottoscritto. Poi c’è Jaky, il nostro cagnolino e membro ufficiale della family. A condizionare la mia vita è stato un acronimo. Tre lettere apparentemente insignificanti: S.M.A. Sembra il nome di un’azienda o di un hard discount, invece S.M.A. vuol dire atrofia muscolare spinale. Si sono accorti che ero affetto da questa patologia quando ancora non avevo compiuto un anno. È una malattia degenerativa di carattere ereditario, ma in famiglia nessuno ne era mai stato colpito, beh, evidentemente sono stato diverso anche in questo.

Juventino e affetto da S.M.A., di certo sono il personaggio più originale di casa Viscione. La diversità è la cosa più divertente che possa esistere. Colori diversi, animali diversi, pensieri diversi, alberi diversi, capelli diversi, suoni diversi. Senza questa varietà pazzesca di cose, nulla avrebbe più senso, per questo motivo ogni essere presente nell’universo dovrebbe ritenersi diverso. La diversità è un privilegio, è il nostro prezioso attestato di unicità. Diciamo che la mia diversità purtroppo l’ho scoperta sperimentando i limiti che mi trovavo quotidianamente ad affrontare. Un pallone mi ha fatto capire che non avrei mai potuto calciarlo, mentre una bicicletta mi ha spiegato che pedalare era un privilegio riservato agli altri. Una macchina mi aiuta a respirare perché i miei polmoni sono un po’ distratti, insomma, diciamo che l’elenco di ciò che non posso fare è chilometrico e per troppi anni sono stato prigioniero di tutti quei “non posso farlo”, ma poi nella vita le cose cambiano. Questione di punti di vista e di capacità di saper orientare lo sguardo dalla parte giusta.

Come ho fatto a uscire da quella gabbia tappezzata da divieti? Tutto è avvenuto il cinque dicembre 2018. Non esiste un motivo preciso che mi spinse a postare su Facebook un annuncio decisamente particolare: «Cerco amici, sono disposto a pagare sette euro all’ora». Una provocazione? Non lo so, forse intendevo misurare l’anima della gente, forse volevo capire meglio il mondo in cui viviamo e quanto i social possano veramente dirsi tali, comunque lo scrissi e basta. Ancora non potevo saperlo, ma il cinque dicembre 2018 avrebbe rappresentato l’inizio della mia “favola semplice” perché questo è il nome dell’associazione che ho deciso di costituire. Ho deciso di chiamarla “Favola Semplice” perché secondo me la vita può essere molto più semplice di come a volte ce la immaginiamo. Bisogna imparare a viverla con il sorriso e la spensieratezza, esattamente come una favola. La nostra associazione vuole promuovere la felicità. Semplice no?

Torniamo a quella famosa giornata. Mai avrei immaginato che i social fossero popolati da così tanta gente speciale. I social dove tutti si offendono e dove ognuno mette in mostra il proprio ego, sono anche altro. Giorno dopo giorno sono comparsi volti, sorrisi, anime gentili e le parole che contano hanno iniziato a farmi volare. Le parole che contano sono quelle che partono dal cuore e sanno sempre dove arrivare. Hanno le idee chiare le parole che contano, seguono rotte precise lasciando una scia d’amore. Romantico? Certo che lo sono, anche se spesso amo nascondermi dietro l’ironia. Il mio post si trasformò subito in notizia e cominciò a occuparsene la stampa; alla vigilia di Natale “Il Resto del Carlino” mi dedicò tre pagine e improvvisamente mi ritrovai, grazie soprattutto al web, le luci dei riflettori puntate sul mio comodo letto. Le richieste di amicizia si moltiplicarono in maniera esponenziale, avevo 150 amici e in due giorni mi ritrovai a quota 5.000. Alcuni volevano addirittura organizzare degli autobus per venirmi a trovare. Come potrei dire che nella mia vita la rete e le parole non sono state decisive? Del resto la funzione primaria dei social è promuovere conoscenze, e se una persona ha una situazione particolare, tipo la mia, la rete può veramente restituirti alla vita. Poi c’è l’equilibrio, la necessità di comprendere che non possiamo valutare il successo delle nostre esistenze in base al numero dei followers, ad esempio in questo momento potrei avere molti più contatti, ma ho deciso di non lasciarmi condizionare troppo dalla superficialità, uno dei mali più diffusi tra il genere umano.

Porca miseria, mi venite a raccontare che c’è chi usa i social per ferire, umiliare, giudicare ed emarginare, e allora io vi conduco dentro la parte più bella di questo universo apparentemente invisibile. Dico apparentemente, perché i social mi hanno portato amicizie vere e profonde. Roberto, letta la mia provocazione su Facebook, aveva contattato la mia infermiera Irene e subito dopo ne aveva parlato con Andrea, poi si erano unite anche Rosi, Irene e Jessica. È stato così che il cinque gennaio 2019 me li sono ritrovati tutti a fare casino attorno al mio letto. Poi, anche per questioni logistiche, ci sono le centinaia di amicizie rimaste virtuali, perché non posso ospitare tutti i giorni decine di persone e soprattutto non sono in cerca di popolarità. Ho rifiutato di partecipare a programmi televisivi importanti, perché volevano raccontare la mia anima a modo loro, ma io non ho bisogno di contribuire alla fabbrica delle lacrime facili. Non svendo i miei sentimenti in cambio di qualche punto di share. Ricordo quando con Andrea decidemmo di bocciare quelle importanti partecipazioni televisive. Alla fine nessun pentimento. Essere famoso a qualsiasi costo non mi interessa, essere felice sì. E sono due cose molto diverse. Pensate che anche Imma, sempre al mio fianco, mi ha scovato navigando tra i social. È forte Imma, e dire che all’inizio mi sono comportato come una capra, perché pensavo che nessuna persona sarebbe stata in grado di sostituire Irene. Avevo già deciso che Imma si sarebbe dovuta esclusivamente occupare di questioni infermieristiche, invece oggi è anche lei parte attiva della mia vita.

Non è stato facile rinunciare a Irene, perché fu la sua determinazione a farmi evadere dalla prigione. Io pensavo che non esistesse una chiave capace di aprire quella porta, invece lei riuscì ad abbatterla con una spallata.

Irene, dopo che ero stato accudito sin da bambino da Marianna e Lucia, era entrata nella mia vita il 26 marzo 2018, si era laureata da poco; lei è quasi una coetanea. Il mio letto grazie a lei è diventato una specie di tappeto di Aladino, mica semplice uscire con un bagaglio del genere al seguito, ma non impossibile. Ecco allora che con un colpo di bacchetta magica, l’impossibile decise di ritirarsi in buon ordine. Con Irene ho imparato a sentirmi normale, a uscire, fare aperitivi, mangiare pizze e gelati, frequentare le sue amicizie e persino andare anche a casa sua, dove ho potuto conoscere i suoi genitori. Irene mi ha obbligato a fare parte del mondo, ora per suoi motivi di lavoro le nostre vite si sono divise, ma ci sentiamo spesso. Le discussioni non mancano mai, siamo due teste di cavolo che ogni tanto, per dirsi “ti voglio bene”, devono transitare attraverso una litigata.

Fino a quel momento le amicizie erano legate esclusivamente alla mia patologia: infermiere, fisioterapisti, medici e quant’altro. Un esercito meraviglioso di persone che gestivano la manutenzione del mio corpo. La mia respirazione è supportata da una macchina, per tutto il resto ho bisogno di un’equipe che gestisce il “miracolo Cristian”, visto che non sarei dovuto arrivare neppure a tre anni. Avete presente i meccanici che nel box lavorano attorno a una Ferrari? Stessa cosa. Bello sentirsi una Ferrari, mica scherzo! In tanti parlano di tecnologia e di ragazzi appiccicati alle tastiere. Ebbene, io sono la tecnologia in persona, scrivo grazie a un mouse particolare, track ball, che riesco a spostare con quel minimo di mobilità che mi è ancora concessa. In questo periodo così incasinato e colorato della mia vita, ho comunque raggiunto una grande certezza: è dalle cose semplici che possono nascere favole stupende.

Adesso la mia vita ruota attorno alla rete, alla tecnologia e all’uso delle parole. Quante ne usiamo a sproposito, oppure con superficialità. Oggi un “ti voglio bene”, un “ti amo”, oppure un “per te ci sarò sempre”, vengono utilizzati senza starci troppo a pensare. Ci sono parole che illudono e parole che feriscono, ed io galleggio sopra un oceano di parole. Loro sono la mia ciambella di salvataggio e per questo ho un grande rispetto per tutto ciò che diciamo e scriviamo, specialmente quando le nostre parole, attraverso la rete, sono destinate a rimanere per sempre. Non esiste gomma in grado di cancellarle e questo non dobbiamo mai dimenticarlo. Io l’ho sempre saputo perché ho avuto troppo tempo per pensare. Avrei rinunciato molto volentieri a tanti pensieri in cambio di una semplice corsa su un prato, ma alla fine bisogna essere così fighi da imparare ad accettare la realtà. Poi c’è la fantasia, quella non mi è mai mancata. La fantasia che mi aiuta a trovare soluzioni a qualsiasi problema e la fantasia che mi spinge a volare più in alto di tutti gli altri. Nel mio caso la fantasia è stata una necessità. Un escamotage utile per dribblare il troppo dolore e sfuggire a domande che assomigliano a vicoli ciechi.

Alle scuole elementari andavo in carrozzina accompagnato da un infermiere e una maestra di sostegno, mi passavano a prendere con il pullmino. Il rapporto con la classe non era forte e così è stato anche durante le medie e le superiori. Ricordo Chiara; lei, quando avevamo sette, otto anni, mi veniva sempre a trovare e adesso Facebook ci ha fatto nuovamente incontrare. I miei vecchi compagni di scuola non hanno colpe, io ero molto introverso e quindi non scattava alcun feeling. Il mio aspetto cupo non mi aiutava, avrei voluto spiegare e raccontare l’uragano che si muoveva dentro me, ma non è semplice parlare se non hai voce, e non puoi neppure urlare, ridere o incazzarti. Il computer ovviamente l’ho sempre utilizzato e sono sui social dal 2012, solo che inizialmente il mio interesse si era focalizzato sui giochi on-line. Non avevo idea che dietro quel sipario chiamato desktop si potessero nascondere così tanti tesori. Qualche volta avevo tentato di creare un ponte tra il pianeta Cristian e il resto dell’universo, ma i risultati erano stati piuttosto deludenti. Poi ho trovato le parole giuste per farmi nota-re. Le parole giuste, è sempre di questo che torniamo a parlare.

Chi lo avrebbe mai detto che sarei stato addirittura protagonista di uno spettacolo teatrale? «Quasi amici», questo il titolo, è nato grazie ai social; mancava poco più di un mese al mio compleanno e per la prima volta nella vita mi sono trovato di fronte alla scelta imbarazzante di non poter invitare tutte le persone che avrei voluto. Andrea un pomeriggio mi ha sparato una di quelle domande che non prevedono risposte vaghe: «Cristian, vuoi una festa tra pochi intimi o una cosa faraonica?» Ci ho pensato meno di un secondo e ho risposto in perfetto Juventus style: «Voglio una cosa da Champions League!» La festa si è svolta all’interno di una sala parrocchiale molto moderna e soprattutto senza barriere, quando abbiamo scoperto che saremo stati oltre cento, ci è saltato per la mente di animare a modo nostro quella specie di mega raduno travestito da festa di compleanno, ed è così che è nato “Quasi amici”. Andrea racconta la mia storia e io, posizionato dal mio letto, interagisco attraverso il computer. Un proiettore ed un grande schermo rendono tutto più semplice e comprensibile. Andrea racconta e io aggiungo quelle che loro chiamano le “Cristianate»”. Nessun limite, seguiamo una traccia ma poi improvvisiamo, distruggiamo i luoghi comuni, rovesciamo modi di pensare e andiamo avanti così. Inizialmente la gente fatica a comprendere, si aspetta il solito cliché, invece noi li portiamo a nuotare in mare aperto senza neppure infilargli una ciambella di salvataggio.

A me mancava proprio questo, vivere in simbiosi con gente che non fosse strettamente collegata alla mia patologia, persone diverse, libere, colorate e senza camici bianchi. Tutto questo è stato possibile grazie ai social e alla tecnologia.

E adesso? Adesso ci sono nuovi progetti, tutti legati all’associazione “Favola Semplice”. Vogliamo entrare nelle scuole e parlare di un’opportunità unica che si chiama vita. Rispettare la propria e quella degli altri significa costruire un mondo migliore. Lo so che può sembrare un sogno e proprio per questo ho la certezza che tutto si realizzerà.

Nulla è impossibile, parola di Cristian.

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