La storia di

Andrew

Io lo so perché ho appena vomitato. Ho cercato di farlo in silenzio mettendo quasi tutta la testa dentro il water. Spero che mamma non se ne sia accorta. Non è un virus, quello passerebbe in due o tre giorni, invece per questa cosa non esiste una medicina, almeno che io sappia.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Dimenticavo, mi chiamo Andrea, ma tutti mi chiamano Andrew perché sono bravo in inglese. Ci credo, mia madre lo insegna alle scuole medie, non quella frequentata da me per fortuna. Fin da piccolo mamma ha iniziato a dirmi le cose sia in italiano che in inglese e io neanche posso dire di averlo studiato, lo parlo e basta, ma tutto questo c’entra poco con quanto è successo.

Adesso me ne sono tornato zitto zitto in camera mia, mentre passavo per il corridoio. Dallo studio mamma mi ha chiesto se fosse tutto ok e le ho risposto di sì. Non è difficile fregarla, tanto se ne sta davanti al PC a correggere dei compiti in classe. Mi piace la mia camera, non è grande però mi assomiglia, ci sono tutti i biglietti delle partite del Milan che sono andato a vedere con papà e poi ho appeso sulle pareti tutte le foto che mi piacciono, quella che conta di più è un selfie che mi sono fatto con Ghali prima del suo concerto al Palasport. Cavolo se mi piace Ghali, non è un ragazzino ma le sue canzoni mi prendono.

Adesso però non ho la minima voglia di sentire musica. Sto sdraiato sul letto e basta. Ripenso a quella scena e vorrei cambiarla ma invece rivedo sempre lo stesso film. Mi sembra di essere dentro a quei sogni dove tu vorresti correre e invece resti immobile. Non sto bene per niente e non chiedetemi perché si fanno certe cose. Si fanno e basta. Forse perché a qualcuno del gruppo fanno ridere e allora non dico che sei obbligato, ma quasi.

Comunque la faccio corta, ho vomitato perché assieme a Dede, Mirco e Max abbiamo ucciso un gatto. A dire il vero eravamo in sette ma sono loro tre quelli che contano. Era da una settimana che Max lo aveva scritto in chat: «Raga, domani prendiamo un gatto di merda e lo imbustiamo!». Io un gatto a casa ce l’ho, si chiama Miss, è bianca e la notte dorme in fondo al mio letto. Ho tredici anni e lei ne ha nove, praticamente siamo cresciuti assieme. Mi fa compagnia e a casa tutti dicono che mi segue come un’ombra. Miss in un certo senso assomiglia più a un cane che a un gatto, e io come posso non voler bene ai gatti? Cavolo che situazione schifosa. Io speravo che gli altri cambiassero idea, invece con le biciclette siamo andati nella parte più lontana dei giardini, proprio dove finisce l’erba e cominciano le vecchie mura della città. Lì c’è sempre stata una colonia di gatti, se non sbaglio la chiamano “gattara”, ma del nome m’interessa poco. Resta il fatto che lì le persone gli portano tutti i giorni da mangiare, forse lo fanno perché gli vogliono bene, ma non mi interessa neanche questo.

Quando siamo arrivati ho sperato che per magia non ci fosse neppure un micio, invece come sempre erano tutti lì in santa pace, qualcuno sdraiato nel prato sotto il sole mentre altri passeggiavano tra i ruderi. Avrei voluto urlare, farli scappare, vederli rifugiarsi da qualche parte come loro sanno fare. Veloci e silenziosi. Invece niente. Anzi, è successo proprio il contrario: in due o tre si sono subito avvicinati sfregandosi sulle nostre gambe e facendo le fusa. Dede uno di quei gatti lo ha preso senza problemi perché loro si fidano, non potevano neppure immaginare che non tutti gli esseri umani vanno alla “gattara” per amicizia. È stato facile. Dede gli ha fatto due carezze e poi in un secondo lo ha infilato dentro un sacco nero della spazzatura che Max teneva ben allargato. Per sicurezza il sacco era doppio, avevano paura che il gatto con le unghie potesse lacerarlo. Insomma, tutto calcolato. Era una gattina grigia con delle macchie bianche. E io, niente, fermo, impietrito. Poi è successo quello che è successo, siamo arrivati fino al ponte pedonale di legno, tanto lì non ci passa mai nessuno tranne quelli che vanno a correre, tipo mio padre la domenica mattina.

È stato Mirco a lanciare la busta dentro l’acqua, prima l’aveva annodata con cura. L’ha roteata in aria per arrivare il più lontano possibile e poi ha mollato la presa. Quando ha toccato l’acqua scura del fiume, il sacco è affondato subito, intanto Pigi riprendeva tutto con il telefono. La sola preoccupazione era che Pigi non si perdesse neppure un istante di quella scena, perché senza poterla condividere e rivedere, quel gesto non sarebbe servito proprio a niente. La parte più bella sarebbe arrivata dopo, quando il video avrebbe iniziato il giro delle chat. Quelle fidate, perché non vogliamo correre il rischio che qualche stronzo i nostri video li consegni alla Preside o a un genitore. E comunque una volta che il fiume ha inghiottito la busta, ci siamo ritrovati tutti attorno allo smartphone di Pigi. C’era tutto. Una prima clip riprendeva Dede che infilava la micia nel sacco di plastica, mentre nella seconda si vedeva perfettamente il lancio nel fiume. Il video si chiudeva con le acque che dopo il tonfo tornavano a scorrere tranquillamente.

Oramai è successo, però vi garantisco che un attimo prima che Mirco lanciasse il sacco avrei voluto urlargli di non farlo, solo che le parole non escono sempre a comando.

Adesso forse avrete capito meglio perché sto di merda. Ai miei mica posso raccontargli quello che abbiamo fatto, sai che casino? E neanche al gruppo posso dire che i gatti non si ammazzano, perché non ho la minima voglia di passare per quello rompipalle. Oramai è successo, però vi garantisco che un attimo prima che Mirco lanciasse il sacco avrei voluto urlargli di non farlo, solo che le parole non escono sempre a comando. Anche quando abbiamo fatto sparire la bici di Giulio avrei voluto dire a tutti che in fondo non se lo meritava, ma almeno non era morto nessuno. Anche quella volta avevamo ripreso la scena. Beh, noi queste cose le riprendiamo sempre e in genere ci ridiamo. Tranne per il gatto, anche io naturalmente ci rido, a proposito, vi stavo parlando di Giulio.

Abbiamo cominciato a prendercela con lui poco dopo l’inizio della prima media. Quindi l’anno scorso. Porca miseria, Giulio si era presentato a scuola con una felpa piena di patacche, per lui esisteva solo quella cavolo di maglia lercia. Non so di cosa fosse sporca, forse sugo, cioccolato, pomodoro, e comunque lì sopra c’era un po’ di tutto. Giulio viveva dentro l’alveare. Lo chiamano ancora così. È un palazzone di non so quanti piani dove gli ascensori sono nati rotti, i terrazzi cascano a pezzi e sui muri c’è scritto qualsiasi cosa, anche su quelli interni. Gli assomiglia proprio a un alveare con tutte quelle finestre appiccicate e le parabole che sporgono come funghi. Meglio girare alla larga dall’alveare, zona proibita. A dire il vero in quel posto ci vive anche Dede, ma lì nessuno conosce nessuno perché è meglio farsi i cavoli propri. Comunque è di Giulio che vi stavo parlando. Beh, vi garantisco che lui è uno di quelli che non sai mai cosa gli stia passando per la testa. Magari se ne sta zitto per due ore e poi improvvisamente si mette a ridere per cose assurde. Noi avevamo il sospetto che non fosse proprio tutto a posto, infatti a scuola era un gran somaro, non si ricordava le cose, scriveva temi di tre righe, per non parlare di matematica, meglio lasciar perdere l’argomento verifiche.

Un giorno, passando davanti alla segreteria, sentii la prof parlare con quello di matematica, discutevano di Giulio. Deficit: usavano questa parola e se non sbaglio la frase completa era: “deficit cognitivo” ma non ci giurerei. Quando lo raccontai agli altri, a Dede venne in mente che deficit probabilmente significa deficiente e siamo scoppiati tutti a ridere. Io non so chi sia stato il primo a notarlo, ma a Giulio mancava il pollice della mano destra. Non glielo avevano amputato, lui è proprio nato così. Beh, deve essere un bel casino non avere il pollice, perché non riesci a prendere le cose, insomma, sei un po’ sfigato. Non tantissimo, ma un po’ sì. Quando ci accorgemmo che al posto del pollice Giulio aveva una piccola protuberanza iniziammo a chiamarlo Pollicino. Non glielo dicevamo in faccia, però anche se non è un fulmine aveva capito subito che quel dito mancante per lui sarebbe stato un guaio. Mica perché non riuscisse a reggere la penna con la destra, ma perché a noi piaceva sfotterlo. Pollicino! Tutti in chat abbiamo iniziato a chiamarlo così e lui se ne accorgeva eccome. Beh, io ero tra quelli che gli davano giù di brutto, tanto lui non reagiva, o meglio, a volte rideva con noi, ma il top lo raggiungevamo quando s’incazzava, perché prima diventava rosso e poi cominciava a correrci dietro.

Il nostro passatempo preferito era quello di isolarlo, magari nella palestra o nel cortile e poi cominciare a chiamarlo Pollicino. Per farlo incavolare bastavano cinque minuti, poi lui iniziava a inseguirci come un forsennato cercando di sputarci. Il gioco era tutto nell’evitare che ci colpisse, mentre noi, chi da destra e chi da sinistra, insomma da ogni parte, lo braccavamo urlandogli: «Pollicinooo!» Quelli più svelti riuscivano ad arrivargli da dietro rifilandogli una bella pacca sulle spalle. Era una specie di corrida e lui se ne stava in mezzo come un torello infuriato. Eravamo curiosi di vedere fino a che punto avrebbe resistito.

Il nostro gruppo è nato così e non c’è un giorno preciso da ricordare. Max lo conoscevo dalle elementari e a lui è sempre piaciuto comandare, Dede e Mirco invece sono comparsi direttamente in prima media. A pensarci bene forse tutto è nato perché mi sono ritrovato compagno di banco proprio con Max che non è uno di quelli a cui puoi dire no tanto facilmente. Max è ricco perché il padre ha un’azienda, ma io non lo so che cosa fabbrichi, però ogni tanto lo porta a scuola con una Porsche di quelle che devono costare come casa mia. Oh! Sia chiaro, mio padre fa il geometra e non siamo poveri, però la Porsche neanche ce la sogniamo. Mio padre non mi calcola più di tanto perché lavora anche quando non lavora, intendo dire che è sempre con lo smartphone in mano e se proprio devo dirla tutta, secondo me passa più tempo sui social che a guardare le email di lavoro, ma tanto il risultato è sempre lo stesso. Comunque tre o quattro volte all’anno andiamo a San Siro a vedere il Milan. Mi piace andare allo stadio e soprattutto mi piacciono i cori della curva, roba da pelle d’oca.

A parte il Milan, mio padre è più preso da mia sorella Matilde che ha otto anni e non si sopporta. Fosse per lei, mi starebbe sempre appiccicata come una ventosa. Le voglio bene, non è che a una sorella le puoi voler male, però mi deve lasciare in pace. Punto.

Beh, vi stavo parlando di Pollicino. Questa è stata grossa. Una mattina Max ha portato a scuola i suoi vecchi guanti di lana. Durante l’intervallo con le forbici abbiamo tagliato il pollice del guanto destro e poi Dede glielo ha nascosto dentro lo zaino. Io sono sicuro che Giulio prima di uscire da scuola, quando ha infilato i libri nello zaino, quel maledetto guanto lo ha visto. Era impossibile non vederlo, ma lui niente di niente. E neppure la mattina dopo ci ha detto qualcosa. Beh, la storia del guanto è finita lì. Ma porca schifosa, io al posto suo mi sarei incazzato, invece lui sembrava vivere su Marte. Onestamente io non lo so come si vive su Marte, però è lì che lui dovrebbe stare.

Si era sparsa la voce che la madre si drogasse e che il padre fosse in galera, altri invece dicevano che fosse scappato con un’altra donna. Valla a sapere la verità. Io la madre un giorno l’ho vista e sotto un occhio, mica mi ricordo se il destro o il sinistro, perché uno non si può ricordare tutto, comunque, sotto un occhio aveva tatuate due lacrime. Roba da drogato tanto per capirci, perché mia madre al massimo si mette lo smalto. A dire il vero su un piede mamma si è tatuata uno scorpione perché è il suo segno zodiacale, ma è minuscolo. Due lacrime tatuate in faccia una madre non dovrebbe averle. Almeno secondo me. Io non lo so per quale motivo, ma nel giro di poco tempo al centro dei nostri discorsi c’era sempre Pollicino. Era lui con le sue stranezze che le cose se le andava a cercare. Ma porca miseria, come si fa a venire a scuola con una bicicletta da donna mezza arrugginita? Poi non parliamo dello zainetto, io non ci sarei andato in giro neppure di notte. Secondo me era ancora quello della prima elementare. Come si fa ad avere su uno zainetto l’immagine di Dumbo? Bisogna essere onesti, Pollicino era proprio uno sfigato, per questo ci faceva ridere.

Come sto male per quel gatto, altro che Pollicino. Dopo aver vomitato mi era sembrato di stare meglio, invece niente. Il peso è tornato ad essere lo stesso di prima. Come se avessi un macigno in mezzo allo stomaco. Quel sacco nero ce l’ho davanti agli occhi, mentre nelle orecchie mi rimbomba il rumore dell’impatto con l’acqua. Tre, due, uno, zero, splash e poi niente. Cavolo, se penso a dove sarà adesso quella busta divento matto. Forse il gatto si è salvato, ma lo so che è una bugia e quindi il macigno resta al suo posto.

Quando è arrivato il giorno del tredicesimo compleanno di Max, i genitori gli hanno organizzato la festa in una sala giochi e la madre ha voluto invitare tutta la classe, anche Pollicino. La madre di Max è una che se decide qualcosa non c’è santo che tenga. Per fortuna è sempre in giro per lavoro. Meglio così, almeno quando andiamo a casa di Max c’è solo una filippina che ci fa fare quello che vogliamo, compreso fumare le sigarette sul terrazzo. Ragazzi, sul terrazzo di Max ci potrebbe atterrare un elicottero da quanto è grande, ma torniamo al compleanno. Alla fine, dico la verità, non vedevamo l’ora che arrivasse Pollicino, ci eccitava l’idea di poterlo avere tra noi senza qualche professore di mezzo. Beh, quel pomeriggio si è presentato con la solita felpa accompagnato dalla madre che non si è fermata con le altre madri, se ne è andata subito. Chissà, magari si vergognava di quei tatuaggi sul viso, comunque tutti i grandi hanno notato la cosa, ma noi eravamo concentrati su Pollicino perché l’occasione era irripetibile.

Sapete qual è stato il suo regalo di compleanno? Roba da matti, una scatola di gianduiotti, cavolo dico io, i gianduiotti me li aveva regalati mia nonna quando ero stato operato di appendicite. Vabbè, lasciamo perdere la storia del regalo e andiamo avanti. Quel pomeriggio abbiamo trascinato Pollicino dentro il gabinetto della sala giochi facendolo sedere sul water. Max gli ha detto: «Adesso Giulio ti facciamo vedere un video che neanche ti immagini» e gli ha spiaccicato sotto gli occhi lo smartphone, facendogli vedere un pezzo di un film porno dove succede di tutto ma proprio di tutto. Insomma, avete capito bene. Giulio guardava e Dede riprendeva la scena. Dopo tre minuti gli abbiamo chiesto se gli era piaciuto e lui si è messo a ridere, penso che avrà ripetuto la parola “molto” per dieci volte. Sembrava un disco rotto!

Anche per questo Pollicino ci fa ridere, perché può ripetere la stessa frase all’infinito. Max a quel punto gli ha detto una cosa molto semplice e tutti eravamo d’accordo: «Giulio, non raccontare mai a nessuno quello che accade tra noi, il gioco dello sputo e via dicendo. E neppure la storia di Pollicino e tutto il resto. In fondo siamo amici. Anche adesso ci siamo divertiti, no?

Però sono tutti segreti, sennò questo video lo diamo alla Preside e non penso che sarebbe molto contenta di sapere che guardi i film porno, hai capito bene Giulio?». Beh, Pollicino si è messo a ridere e poi, non esagero, avrà ripetuto per cinquanta volte la parola “giuro”. Alla fine sono stato io a dirgli di farla finita perché non ne potevamo più. Almeno adesso ci sentivamo più sicuri perché avevamo la certezza che Pollicino non avrebbe mai parlato. Intanto attraverso WhatsApp avevamo iniziato a scrivere «Le nuove avventure di Pollicino» come se fossero delle favolette: «Pollicino e lo zaino di merda», «Pollicino deficiente», «Pollicino gay» e via dicendo. Ognuno poteva scrivere la sua storiella e facevamo a gara per decidere quale facesse ridere di più. La cosa più buffa è che chiedevamo direttamente a lui quale storiella preferisse, Pollicino iniziava subito a cambiare colore, poi iniziava a soffiare con il naso e noi sapevamo che da quel momento avrebbe tentato di sputarci, e così cominciava la solita corrida.

Proprio questo è il punto, Pollicino ci faceva ridere. Durante l’intervallo quando c’era il sole e stavamo in cortile, avevamo preso l’abitudine di fargli delle domande tanto per metterlo nella merda. Domande semplici a cui lui non sapeva mai rispondere, oppure dava risposte assurde, tipo che la Svezia è la capitale dell’Europa e che Valentino Rossi è il pilota della Ferrari. Era figo riprenderle con il telefonino, poi facevamo girare quelle scene assurde tra i nostri amici. Questa cosa l’avevamo chiamata “Il Pollicino Quiz”. Un giorno, non so come mi sia passato per la testa, gli ho domandato: «Pollicino, fammi vedere come si fa l’autostop», cavolo, uno che non ha il pollice non può fare l’autostop e invece, come se nulla fosse, lui ha fatto il gesto dell’autostop con il pollice sinistro. Porca schifosa, non c’avevo pensato che avesse anche l’altra mano. Insomma, avevo rimediato una bella figura di merda.

Quella è stata la sola volta in cui tutti si sono messi a ridere prendendomi in giro, anche Pollicino rideva pur non capendo bene per cosa, e alla fine, mi sono messo a ridere anche io. La storia di Pollicino è andata avanti fino ad aprile di quest’anno, poi è successa una cosa bruttissima perché sua madre è morta per un’overdose di eroina e a lui lo hanno sbattuto in una di quelle strutture dove parcheggiano i ragazzi che hanno dei casini con la famiglia e via dicendo. Chissà che fine avrà fatto. Oramai sono due mesi che se n’è andato e, dico la verità, un po’ ci manca. Ci facciamo delle gran risate riguardando i video, perché purtroppo sono rimasti solo quelli. Dicono che sia stato Pollicino a trovare la madre stecchita sul divano di casa. Beh, per quanto Pollicino non sia sveglio, deve proprio essere stata una scena di merda, tipo quella del gatto nel fiume, tanto per capirci.

Cavolo, erano cinque minuti che non ci pensavo alla storia del gatto, secondo me quelle scene non le dimenticherò mai. La busta che affonda, quella è la cosa peggiore. Proprio adesso Pigi ha condiviso in chat il video. Porca miseria, mi batte il cuore a mille. Neanche ci penso a guardare il filmato, anzi, non voglio neppure averlo sul telefonino perché è come se quella povera bestia fosse imprigionata dentro lo smartphone. Il video lo cancello subito, tanto gli altri non possono saperlo. A dire il vero, non mi va neppure di aggiungere un commento scritto. Riesco giusto a inviare qualche emoticon. Dunque, facciamo la cosa più semplice, mettiamo qualche faccina che ride con le lacrime agli occhi e non se ne parla più.

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