La storia di

Ana

Non so perché abbia deciso di raccontarvi la mia storia. Davvero, non ho voglia di rituffarmi dentro quel mare di fango, ma forse le mie parole potranno aiutare qualcuno ad evitare ciò che ho passato. Questa è l’unica motivazione che mi porta a scrivere.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Mi chiamo Ana e sono nata in Macedonia, tutte le volte che lo dico, in Italia, la gente mi prende in giro con le solite battute patetiche sulla frutta. Mi sono abituata a questo umorismo del cacchio e allora per non passare da antipatica, ogni volta che qualcuno mi paragona a un frutto sorrido, ma in realtà lo sto mandando silenziosamente a cagare.

La Macedonia dove sono nata è molto più bella di un piatto di frutta mista, anche se un po’ gli assomiglia. Da noi le varie etnie sono mescolate tra loro: ci sono i Macedoni Albanesi, poi quelli che come me sono di origine greca, ma anche quelli di origine bulgara, serba, rom o turca. Quando cinque anni fa con la mia famiglia arrivai a Bari ero emozionata. Sapevo già molte cose dell’Italia, perché a casa guardavamo spesso la vostra televisione. Papà in Macedonia era maestro elementare, ma aveva perso il posto perché la scuola del mio paesino era stata chiusa per mancanza di bambini. Erano rimasti solo asini e vecchi, così, aiutati dal fratello di mamma che da anni lavorava in Italia, abbiamo deciso di intraprendere la grande avventura. Adesso papà fa il pizzaiolo e guadagna abbastanza bene. Io e Adrijan, il mio gemello, non possiamo certo lamentarci. Mia mamma si chiama Biljana e ogni tanto capita che vada a fare le pulizie in qualche casa. Non ce ne sarebbe bisogno, però due soldi in più non guastano. Arrivammo nella città dove attualmente viviamo in un giorno di pioggia e trovarsi a tredici anni in un paese nuovo è bello e brutto nello stesso tempo. Ero curiosa e impaurita, ma penso sia normale.

A scuola mi sono ritrovata in una seconda media e, siccome la lingua italiana un po’ la conoscevo, inserirmi è stato semplice. Agli inizi qualche compagno di classe, ogni tanto, mi domandava se mio fratello si chiamasse Ano. Poi tutti esplodevano a ridere per quella battuta. Quando ho scoperto il significato della parola “ano” nella vostra lingua, ci sono rimasta un po’ male, ma nulla di più. Non sono certo stata vittima di bullismo, anzi, dopo qualche mese, avendo iniziato anche a giocare a pallavolo, mi ritrovai circondata da amiche. Terminate le scuole medie decisi di iscrivermi al Liceo Psicopedagogico, molte compagne di classe già le conoscevo e quindi non ci fu il minimo problema di inserimento. Normale che avessi uno smartphone e un profilo Instagram, a casa mi sentivo ripetere le solite raccomandazioni e soprattutto papà ha sempre preteso che durante i pasti i telefoni rimanessero appoggiati sul tavolo della sala. Essendo un’abitudine, devo dire che questa regola non è mai stata causa di discussioni.

Fu in quel periodo che per curiosità, e solo per questo motivo, mi iscrissi a un social nato per mettere in contatto uomini e donne. Una stupidata fatta in totale leggerezza, anche perché non avvertivo assolutamente la necessità di conoscere qualcuno. Lo avevo fatto e basta, eventualmente sarei stata io a decidere con chi parlare. Dopo qualche giorno mi ero persino scordata di quel social, poi un pomeriggio mi è arrivato un messaggio che mi ha fatto subito ridere. Il tipo, un ragazzo di diciassette anni, mi aveva scritto: «Sei della Macedonia! Assomigli più a un kiwi o a una mela? Scherzooo. Questa immagino che sia la battuta più scema e scontata che ti facciano tutti. Dimmi invece come ti sembra l’Italia». Beh, almeno non si era dimostrato banale come tutti. Gli risposi il giorno dopo descrivendogli in poche parole la mia avventura italiana. Risposi più per educazione che altro, ma lui mi scrisse nuovamente parlandomi un po’ della sua vita. Anche lui si era ritrovato in mezzo a questo social quasi per scherzo. Anzi, mi spiegò che non amava particolarmente i social, perché le persone per conoscerle bisogna guardarle negli occhi.

Non saprei dire quando e perché, ma ad un certo punto iniziammo a chattare tutti i giorni, i primi tempi erano un paio di messaggi ma ben presto gli scambi aumentarono senza che neppure ce ne accorgessimo. Ricordo che entrambi ridevamo di questo fatto e di come fosse strano che due sconosciuti potessero trovarsi così in sintonia utilizzando una semplice tastiera. La vita procedeva regolarmente, ma quegli scambi entrarono a far parte della mia quotidianità.

Quando lessi le sue riflessioni mi resi conto che effettivamente la profondità di Matteo era merce rara.

Non dico che passavo le giornate in attesa di qualche sua parola, ma se trascorrevano due giorni di silenzio, cominciavo a entrare in ansia. Si parlava di tutto. Della scuola, di musica, dei film, ma anche delle nostre vite. Giorno dopo giorno le nostre parole si fecero sempre più profonde e intime e fu così che venni a sapere che lui si era lasciato da poco con la ragazza. Era stato Matteo, questo il suo nome, a mollarla. Con lei non esisteva la minima complicità, erano molto distanti l’uno dall’altro, mentre a lui sarebbe piaciuto costruire un rapporto profondo e forte, pieno di tante complicità, insomma, come il nostro. Quando lessi le sue riflessioni mi resi conto che effettivamente la profondità di Matteo era merce rara. In un mondo pieno di ragazzi che pensano solo a provarci o a farti vedere quanto sono fighi, lui rappresentava un’eccezione.

Di Matteo ne avevo parlato con Chiara, la mia migliore amica, e lei, come immaginavo, mi disse le solite cose e cioè che in fin dei conti non sapevo chi fosse e neppure che faccia avesse. Provai a spiegarle che le regole del gioco le conoscevo molto bene, ma che se dopo due o tre mesi noi continuavamo a chattare, era perché evidentemente c’era dell’altro. Nessuno sarebbe stato in grado di fingere per così tanto tempo. La convinsi, ma non fino in fondo, e così decisi di non raccontarle più nulla. La sera stessa, in chat, descrissi l’episodio a Matteo e lui con mia grande sorpresa diede ragione a Chiara: «Ti ha detto quelle cose perché ti vuole bene e on-line può accadere di tutto. Noi siamo fortunati, ma spesso le cose non vanno per il verso giusto». Avevamo preso l’abitudine di rifugiarci nel nostro mondo la sera. Io mi infilavo sotto le coperte e nel silenzio della mia camera iniziammo ad entrare sempre più in confidenza.

La cosa incredibile è che Matteo sapeva rubarmi l’anima e farmi bruciare di passione senza mai essere volgare, era diventato un punto fermo della mia vita.

È stato un processo lento ma costante, io stessa rimasi stupita di quanto Matteo fosse diventato importante nella mia vita. Nessuno era in grado di comprendermi come lui e le sue parole erano sempre intense, mai banali, pronte ad arrivarmi dritte al cuore. Iniziammo con delicatezza a parlare anche di sesso e delle nostre esperienze, questo ulteriore passaggio mi creò uno stato di turbamento meraviglioso. Una specie di uragano che iniziava a coinvolgere anche la parte più sensuale del mio essere. Cominciammo a sognare assieme, a raffigurarci scene d’amore e quant’altro. La cosa incredibile è che Matteo sapeva rubarmi l’anima e farmi bruciare di passione senza mai essere volgare, era diventato un punto fermo della mia vita. Il desiderio di conoscerlo era salito vertiginosamente, si trattava di un’esigenza reciproca. Chattavamo da oltre tre mesi e la necessità di poterlo guardare negli occhi non era più rinviabile. Non conoscevo il suo volto, in tante circostanze gli avevo chiesto di svelarsi, ma lui era terrorizzato dall’idea che vedendolo sarei rimasta profondamente delusa. Mi diceva di essere insignificante, io tentavo di spiegargli che a me piaceva la sua bellezza interiore, ma non ci fu niente da fare. Matteo abitava in un paese a circa un’ora dalla città e fu così che alla fine decidemmo che sarebbe arrivato il grande giorno. Avevamo scelto un sabato pomeriggio all’esterno di una fermata della metro, una delle più affollate della città. Emozione pura, mi ero infilata dei jeans strappati, una camicetta bianca e sopra il chiodo. Volevo mostrami esattamente per quello che ero, giusto un filo di trucco, tanto per non sembrare pallida come la luna.

Senza rendermene conto stavo quasi correndo per scappare da quella presa in giro, da quell’uomo che per mesi mi aveva riempito di cazzate, spacciandosi per un diciassettenne.

Mi posizionai sotto la “M” bianca e rossa della metro e iniziai ad attendere. Cercavo di guardarmi in giro senza dare troppo nell’occhio, ma in realtà il mio cuore era partito al galoppo. Dopo neppure cinque minuti mi si avvicina un uomo, avrà avuto una cinquantina di anni e probabilmente era pronto per chiedermi qualcosa, rapidamente rivolsi lo sguardo da un’altra parte perché nessuno mi avrebbe potuto rovinare quegli istanti, ma quando sentii la sua voce pronunciare le parole: «Ana, sono Matteo», pensai di trovarmi all’interno di un film surreale, mi assalì una sensazione di nausea mista a rabbia. «Ana, sono Matteo. Ti avevo avvisata che non sarebbe stato piacevole incontrarmi». Non trovai neppure la forza di alzare lo sguardo su quell’individuo meschino e bugiardo e mi infilai lungo le scale della metro. Senza rendermene conto stavo quasi correndo per scappare da quella presa in giro, da quell’uomo che per mesi mi aveva riempito di cazzate, spacciandosi per un diciassettenne. Salii al volo su una carrozza centrale e mi ritrovai a piangere come una cretina, nessuna vergogna, non avevo neppure la forza di pensare cosa potesse immaginare la gente. Il mondo mi aveva pugnalato alle spalle. Quando arrivai a casa ero letteralmente stravolta, mamma mi chiese cosa mi fosse accaduto e m’inventai la prima stronzata che mi passò per la testa: «Ho litigato con Alessia, l’alzatrice della squadra, tutto lì». Chiusi l’argomento facendole comprendere che non era certamente il caso di insistere.

Mi ritrovai sul letto e cominciai nuovamente a piangere. Sapete, è un caso talmente anomalo che non riesco a dirvi quale fosse il vero motivo di quel pianto, forse delusione, sicuramente rabbia verso quell’essere schifoso, ma soprattutto verso me stessa. Lo avrei voluto offendere a morte e ferire nel profondo, ma con uno sforzo enorme decisi che la scelta più giusta sarebbe stata quella del silenzio.

Nei giorni successivi tutti si accorsero che mi portavo addosso un qualcosa di triste e di stonato. Non trovai il coraggio di raccontare neppure a Chiara quanto era accaduto, avrei letto nei suoi occhi quel terribile «Te lo avevo detto» e non era mia intenzione farmi ferire ulteriormente. Chiara sicuramente avrebbe cercato di consolarmi, ma sapevo benissimo quale sarebbe stato il suo pensiero più profondo. Il momento critico della giornata arrivava la sera, quando mi ritrovavo da sola in camera fissando il display dello smartphone. Difficile ammetterlo, ma il suo silenzio mi faceva stare anche peggio. Avrei voluto sentirlo per insultarlo e umiliarlo, perché la questione non poteva risolversi in maniera così banale, eppure dietro a tanta rabbia c’era anche la mancanza delle sue parole e questa incapacità di gestire i miei sentimenti mi mandava fuori di testa.


Dopo sei giorni, alle 22:34 di un venerdì, ricevo un suo messaggio: «Ho rovinato tutto. L’amore puro vola più alto degli anni e mai ci saremmo dovuti incontrare. Grazie per ciò che mi hai dato, in 48 anni non avevo mai vissuto nulla di più meraviglioso. Matteo». Lessi e rilessi più volte quel messaggio cercando di comprendere il significato di ogni virgola e di ogni singola lettera. Bugie, un castello enorme di cagate appoggiate una sopra l’altra come cataste di legna. Questa volta non riuscii a difendermi dietro al silenzio e di getto gli scrissi le peggior cose che transitavano per la mia mente, poi cliccai il tasto di invio senza pensarci due volte. Sarebbe stato fantastico se la storia fosse finita così, io che lo insulto e lui che si rende conto della porcata commessa, ma purtroppo la parte più dolorosa e subdola del racconto è appena iniziata. Maledetta realtà. Mi guardo alle spalle e vorrei disperatamente modificare l’andamento dei fatti, cambiare pensieri e azioni regalandomi un finale diverso, ma purtroppo il copione non è modificabile.

Ancora non avevo mai sentito parlare di termini come “plagio” o “manipolazione” e per l’ennesima volta pensai di essere la più forte dell’universo. Certa di gestire quella situazione, le sere seguenti mi ritrovai a scrivergli parole velenose e cattive che avevano un solo obiettivo: ferirlo. Lui subiva e poi contrattaccava con parole d’amore. Ad ogni mia offesa lui sapeva rispondere con riflessioni che ben presto riuscirono a smorzare la mia cattiveria. Matteo riusciva sempre a cogliere e toccare le parti più nascoste della mia anima e nel giro di poche settimane mi ritrovai a dipendere nuovamente dalle sue parole.

Leggo da Wikipedia: «il plagio in ambito psicologico è una forma di abuso, consistente nella riduzione di una persona in uno stato di totale soggezione al proprio potere». Questo è ciò che mi accadde, perché le frasi, i consigli e i pensieri di Matteo si trasformarono in una specie di timone in grado di stabilire la rotta della mia vita. Le sue parole d’amore erano disarmanti e fui io, un paio di mesi dopo l’incontro alla fermata della metro, a dirgli che avrei voluto incontrarlo di persona. Tutto avvenne in un bar centrale del suo paese, aveva gli occhi azzurri Matteo e un fisico abbastanza atletico, poi, quando mi chiese se avessi voglia di salire in casa non riuscii a sottrarmi a quella tentazione. Era l’abitazione di un single. Ordinata e non troppo grande, con tutte le pareti bianche.

Ero convinta di poter osservare il mondo dalla cima di una montagna, mentre in realtà ero scivolata dentro una lurida fogna.

La camera da letto aveva un piccolo terrazzo dal quale era possibile scorgere anche la guglia del Duomo del paese. Ci ritrovammo stesi sul letto, le sue carezze dolci e il suo modo leggero di accarezzarmi i capelli mi fecero sprofondare dentro un piacere assoluto. Da allora, inventandomi le scuse più banali, una volta alla settimana cominciai a frequentare la sua casa. Naturalmente il sesso vero arrivò quasi subito ed io mi ritrovai totalmente succube di quell’uomo apparentemente gentile e sensibile. Oramai ero troppo dentro la storia per poterla confidare a qualcuno e lui si era intanto impossessato totalmente della mia anima. Ero convinta di poter osservare il mondo dalla cima di una montagna, mentre in realtà ero scivolata dentro una lurida fogna.

Se ripenso alla prima volta che mi fece provare la cocaina, appoggiata in strisce ordinate sul tavolo di vetro della sala, avverto solo una sensazione di grande tristezza. Mi propose di provare, tanto per condividere un’esperienza diversa dalle solite: «Me l’ha regalata un amico, mica posso buttarla via!» E giù tutti e due a ridere, complici per l’ennesima volta di un qualcosa che ci avrebbe ulteriormente unito. Passo dopo passo Matteo cominciò a comportarsi come il mio padrone. Aver aggiunto ai nostri incontri anche lo sballo, rappresentò la ciliegina sulla torta. Sniffare assieme divenne una nostra abitudine e ben presto il campionario delle droghe si estese anche ad altre sostanze. A scuola cominciai a trascurare le solite amicizie e anche a pallavolo non ero più la solita Ana, grintosa e pronta a trascinare la squadra.

Perché non siamo in grado di osservarci allo specchio? Perché a volte non riusciamo a comprendere la realtà, continuando a sguazzare dentro una vita che non è più la nostra? Troppe volte mi sono trovata di fronte a queste domande, ma le risposte sembrano essersi nascoste da qualche parte.

Durante la settimana, tanto per mantenere viva l’abitudine, cominciai a frequentare ragazzi che trafficavano con la roba. Una sniffata oggi e una pasticca domani, il baricentro della mia esistenza slittò inesorabilmente dentro una zona d’ombra. Toccai il fondo quando un pomeriggio trovai a casa di Matteo anche un suo amico, erano coetanei e accomunati dal vizietto della coca. Preferisco non entrare nei particolari, ma penso non sia così difficile immaginare cosa sia potuto accadere. Nel frattempo, io continuavo a sopravvivere in base alle istruzioni di Matteo che attraverso WhatsApp mi indicava i giorni e gli orari degli incontri. Cominciai a odiarmi, a non sopportare quel genere di schiavitù, ma i pomeriggi a casa sua volevano dire sesso, ma soprattutto cocaina a volontà. A casa diventai abilissima nel mascherare la mia seconda vita, papà passava gran parte del suo tempo in pizzeria, mentre con la mamma ero sempre piuttosto evasiva. Come potevo non vedere ciò che stava realmente accadendo? Un uomo di circa 35 anni più grande di me mi stava distruggendo senza pietà. Mi aveva trasformato in una cosa a sua disposizione. Frequentavo la terza superiore e i miei coetanei mi sembravano bimbi di prima elementare, erano saltati tutti i parametri, nulla corrispondeva più a un qualcosa di sensato e comunque andavo avanti, ben sapendo che mi ero infilata dentro un vicolo cieco. Purtroppo non basta esserne consapevoli per fare marcia indietro, perché ogni azione richiede coraggio e forza di volontà ed io non possedevo né l’uno né l’altra. Questa deriva proseguì per tutta la terza superiore, poi arrivò il 26 giugno.

Giornata calda e di sole, scendo alla fermata dell’autobus che si trova a pochi passi da casa di Matteo, suono al citofono e lui mi apre. Ascensore, secondo piano e porta d’ingresso socchiusa, entro senza bussare, Matteo indossa solo degli slip, ci sono anche due amici, ma i miei occhi cadono per forza d’inerzia sul tavolo. Mi tranquillizzo perché c’è tanta bella roba da fumare e da spararsi nelle narici. Faccio un passo lungo il corridoio e vengo spazzata via da un numero indefinito di divise blu. Polizia. Matteo e gli amici restano immobili, possono solo guardare gli agenti che procedono con il fermo. Una donna in divisa molto gentilmente si occupa di me conducendomi all’esterno della casa. Per evitare gli sguardi dei curiosi, mi infila in fretta sul sedile posteriore di una volante. Sembra un film, roba da Quentin Tarantino, sono finita dentro «Pulp Fiction» senza neppure accorgermene. Il primo pensiero è per la roba sul tavolo che non potrò mai sniffare, il secondo pensiero è per Matteo, spero che prima di essere arrestato riesca almeno a infilarsi una maglietta. Il terzo pensiero non ce l’ho perché svengo, e forse è la prima cosa giusta che faccio dopo un casino di tempo.

Io ero semplicemente quella del venerdì, perché c’erano almeno altre tre ragazze finite in quel luna park di merda.

Non m’intendo di leggi e non voglio scrivere cazzate, ma tra la droga e il fatto che io sia una minore, quel gruppetto di maledetti avrà un bel da fare con la giustizia. Era da tempo che la polizia marcava stretto il gruppo, ma la cosa figa è un’altra. Io ero semplicemente quella del venerdì, perché c’erano almeno altre tre ragazze finite in quel luna park di merda. Ricordo gli articoli sui giornali e la foto di Matteo nelle pagine di cronaca: «Adescavano on-line delle minori e poi le avviavano alla droga». Questo è uno dei tanti titoli che finirono sotto ai miei occhi. Probabilmente, come mi spiegarono gli agenti, l’obiettivo finale era avviarmi alla prostituzione o cose del genere.

Non ritengo sia necessario spiegarvi cosa sia accaduto a casa mia. L’inferno. Quella sera papà e mamma vennero a prelevarmi in questura, eravamo tutti disperati, nessuno escluso. Non ebbero neppure il tempo di essere troppo incazzati o infliggermi chissà quali punizioni, perché le priorità erano altre. Dovevo essere tutelata e protetta, ma soprattutto ricostruita, perché quella vicenda mi aveva letteralmente annientata. Se penso alla quantità di dolore corrosivo che ho gettato in faccia ai miei, potrei piangere anche adesso. A proposito, vi sto scrivendo dalla biblioteca della comunità di recupero che mi ospita da nove mesi, perché le ombre della droga, nella mia prima vita, si erano già fatte abbondantemente largo. Vado a scuola tutti i giorni accompagnata dagli operatori e un paio di volte a settimana incontro gli psicologi. Da un mese ho anche ripreso con la pallavolo ed è stata una bellissima riscoperta.

I miei li ho visti solamente una volta, perché certi percorsi li devi affrontare da solo e seguendo certi criteri. Intanto comincio ad osservare sempre con maggiore lucidità quanto mi è accaduto, ovviamente ancora non può esserci distacco, però è come se la nebbia della follia si stesse lentamente diradando. Adesso che sono arrivata alla fine del racconto, immagino che vi sarà più chiaro comprendere perché scrivere tutto questo non è stato semplice.

Non giudicatemi, piuttosto ascoltatemi e fate vostra questa cavolo di storia. Ogni giorno centinaia di minori vengono avvicinati da persone che spargono esche avvelenate, perché ai loro occhi siamo solo dei topi da catturare. Cavie da sottoporre ai loro schifosi esperimenti.

Adesso vi lascio, perché dalla finestra della biblioteca intravedo un tramonto meraviglioso e non voglio perderlo. Ho un disperato bisogno di cose vere, quelle che per troppo tempo avevo lasciato marcire in qualche angolo di me.

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