La storia di

Alessia e Stefania

Farvi entrare nelle nostre vite di compagne di banco e amiche, quasi sorelle, è per noi bellissimo. La nostra storia è particolare, ricca di significati e di risvolti. Per questo, riteniamo che l’esperienza che abbiamo vissuto possa aiutarvi ad approfondire tanti aspetti della vita ed anche della rete.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Come posso dimenticare quel primo viaggio a Nuoro per andare a conoscere Alessia? Tempo infame e pioggia, mancava poco al Natale, venti dicembre 2017. Terra complicata la Barbagia. Un’isola nell’isola dove spesso il dialetto più diffuso si chiama silenzio. Come posso dimenticare l’amico prima ancora che professore Gianfranco Oppo? Era stato lui a mediare, a preparare il terreno affinché quella famiglia ferita trovasse il coraggio e il desiderio di raccontarsi a uno sconosciuto. In Barbagia la parola fiducia ha un peso specifico diverso che altrove, è avvolta da un alone di sacralità. Difficile ottenerla, molto più semplice perderla e quando accade è per sempre. Erano queste le premesse, prendere o lasciare. Naturalmente ho accettato la sfida, la storia di Alessia doveva essere raccontata, non era un’ipotesi, ma una certezza. 

Ricordo l’accoglienza calorosa di Antonio e Rosanna, i suoi genitori e soprattutto ricordo il sorriso di Alessia che sembrava non finire mai. Un sole che buca le nuvole e scioglie la neve. Aveva quattordici anni e la voglia di vivere stava lentamente riconquistandola, giorno dopo giorno. Gianfranco era stato bravissimo nel convincerli che forse quel giornalista avrebbe potuto aiutarli e che non era un mercante di lacrime da vendere al miglior offerente. Il professor Oppo già rappresentava il loro punto di riferimento, perché quando una famiglia entra nel mezzo di certe burrasche non esiste una bussola in grado di indicare la rotta. Si naviga a vista tra caos e dolore. Scricchiola tutto, ci si ritrova ad essere foglie trascinate dal vento nel mezzo di una tempesta infinita. Era durato più di un anno e mezzo quell’incubo, tutto si era concluso da poco e ancora non era semplice ritrovare il giusto equilibrio. 

Cenai a casa loro e già questo significava fiducia. Fu una serata bellissima e, mentre ci gustavamo prodotti locali dal sapore unico, spiegai ciò che avevo in mente. Nessun problema, idea accolta con entusiasmo. Fu il pomeriggio successivo, quando assieme ad Alessia ci chiudemmo nella sua cameretta assieme al mio smartphone, che compresi pienamente il senso del dolore. Ricordo le lacrime e il coraggio perché le sue parole non si fermarono mai, neppure quando si trovò costretta a ripercorrere i momenti più oscuri della sua storia. Ripercorrere a piedi nudi il sentiero del dolore è terribile, si cammina a piedi nudi sopra sassi appuntiti e taglienti. Si ha la sensazione di ridare respiro al passato trasformandolo in presente. I mostri della mente hanno memoria, si fingono addormentati, ma è una menzogna, sanno benissimo come tornare a mordere. 

In quell’ora infinita, Alessia decise di non arrestarsi. Dal buio riemersero fantasmi e paure. Il famoso scioglilingua «Alessia Piga porta sfiga», i ragazzi che al suo passaggio si toccavano, le ragazze che la evitavano, il telefono che le paura e la convinzione che quel periodo non sarebbe mai finito, le amicizie che prima diminuiscono e poi si azzerano. Il portone della scuola vissuto come l’ingresso per l’inferno e il desiderio di scivolare nell’autolesionismo o addirittura di mettere fine a tutta questa sofferenza in maniera definitiva. Sì, Alessia ha anche pensato alla morte come soluzione estrema al problema. 

Io registro e Alessia mi descrive gli incubi che puntualmente andavano a trovarla nel cuore della notte, le urla nel buio e la necessità di tornare a dormire tra mamma e papà, l’unica barriera capace di proteggerla da tutto quel male. «Io non avevo colpe» mi raccontò con un filo di voce «ma alla fine iniziai anche a pensare che probabilmente per qualche motivo sconosciuto ero una diversa. Forse meritavo quel trattamento ignobile.» 

Oggi ripenso a quella lunga confessione che aveva poco a che fare con un’intervista, era altro, era un viaggio in luoghi che non dovrebbero esistere e neppure essere immaginati da nessun essere umano. Quando racconto questa storia agli studenti, cerco di far comprendere che la storia di Alessia è una storia antica e folle che ci riporta al Medioevo, alla caccia alle streghe. Non è accettabile che in pieni anni 2000 si possa condividere l’idea che una ragazza possa portare sfortuna. La svolta arrivò grazie alla decisione che di comune accordo presero Rosanna e Antonio: denunciare. Si recarono con il cuore gonfio di angoscia e speranza dalla Polizia Postale e raccontarono quella storia maledetta tutta d’un fiato. Fu da quel momento che la solitudine iniziò a mordere meno, lasciando spazio alla condivisione e a un senso di giustizia che poteva e doveva essere fatta. 

Quando io ho incontrato Alessia si era già concluso il processo. Nella sentenza emessa dal Tribunale dei Minori di Sassari, il Giudice ha pienamente riconosciuto tutte le sofferenze patite da Alessia e infatti testualmente scrive: «Non si ravvisano i presupposti per pronunciare sentenza di assoluzione. Si deve prendere atto che tutti questi ragazzi, all’epoca dei fatti, erano minori di quattordici anni e quindi non imputabili.» 

Era il ventotto novembre 2017 quando, con queste parole, il giudice mise la parola fine alla vicenda giudiziaria. Il mese successivo io mi recai a Nuoro. Quante cose sono accadute da allora. Abbiamo girato un docufilm, la storia di Alessia è entrata a far parte del primo volume di “#cuoriconnessi”, ci siamo incontrati molte volte ed è sempre stato un motivo di festa e di gioia. Alessia ora ha compiuto diciotto anni, frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori e, come dice suo papà, nessuno è più in grado di spegnere quel sorriso. 

Proprio mentre sul finire del 2021 sto terminando di scrivere questa “storia del dopo”, accade la cosa più bella e imprevista. Parlo prima con Gianfranco Oppo e poi con Alessia ed emerge un nome: Stefania. Sono compagne di banco e amiche inseparabili e fino a questo punto tutto potrebbe rientrare nella normalità. La cosa straordinaria si lega al fatto che Stefania, seppur in minima parte, al tempo delle vessazioni e delle cattiverie fu tra coloro che contribuirono a ferire Alessia, ritrovandosi persino coinvolta nel processo. 

Chiedo ad Alessia se sia possibile organizzare una videochiamata per poterle vedere assieme e il ventotto dicembre 2021 mi compaiono sul display sorridenti, complici e sedute una accanto all’altra. Stupendo vederle vicine. Possiedono la bellezza universale della giovane età. Erba che cresce. 

Senza troppi giri di parole, domando a Stefania se al tempo dei fatti conoscesse già Alessia. «No, Luca, non la conoscevo, ma il suo nome girava tra noi adolescenti perché dicevano che portasse sfiga, vedevo che tutti i ragazzi quando lei veniva nominata si toccavano le parti intime e le ragazze si mettevano a ridere. Offese su offese, cose brutte. Ricordo benissimo che molti dicevano di non nominarla mai e questo accadeva quasi tutti i giorni. Per me, Alessia non esisteva come persona, era una delle sue foto che circolavano online tra i gruppi e basta.» Apprezzo tantissimo il coraggio di Stefania, racconta senza tirarsi indietro né nascondendo dei particolari e tutto questo accade mentre Alessia è seduta al suo fianco.

«Poi arrivò l’estate» continua Stefania «e un giorno qualcuno disse che aveva recuperato il numero di Alessia. Ridendo e senza starci troppo a pensare, usando il mio telefono l’abbiamo chiamata riversandole addosso una pioggia di cattiverie. Fu un fatto isolato.»

La cosa che mi colpisce mentre ascolto il racconto di Stefania è che quando fece quella telefonata, sapeva a malapena chi fosse Alessia. Riemerge la frase di Hannah Arendt che nel libro La banalità del male afferma che «Il male è banale perché non richiede pensieri, non si pensa alle conseguenze.» È proprio così che stanno le cose, quando si compiono certe azioni è assente ogni forma di pensiero. Sarebbe stato sufficiente pensare che quelle parole avrebbero ferito un altro essere umano, oppure riflettere sul fatto che la superstizione è un qualcosa di stupido e irrazionale. Ultimo aspetto, sarebbe bastato essere consapevoli che una telefonata del genere avrebbe potuto creare dei guai seri con la giustizia. Purtroppo, quel giorno nessuno di questi pensieri ha attraversato la mente di Stefania. 

«Qualche mese dopo» prosegue Stefania «alla pista di pattinaggio ci siamo conosciute ed abbiamo subito legato. L’episodio della telefonata lo avevo dimenticato e comunque iniziai a comprendere quanto fosse stato stupido il mio comportamento nei suoi confronti, spesso intervenivo in sua difesa e questo perché mi ero resa conto che Alessia esisteva, offenderla non era un gioco e neppure un passatempo. Nel frattempo, il nostro legame diventava sempre più forte.» 

Mentre Stefania parla, Alessia al suo fianco ascolta, ci tiene a precisare che dal famoso incontro alla pista di pattinaggio Stefania le è sempre stata accanto, divenendo un suo punto di riferimento. «Io e Stefania ci siamo chiarite poco dopo esserci conosciute. Lei ha trovato la forza di chiedermi scusa e perdonarla per me è stata una cosa spontanea.» Alessia si ferma un istante e poi prosegue «non ha senso coltivare l’odio, non ti aiuta a vivere meglio e non cambia il passato, ritengo che il perdono sia un qualcosa di molto importante.»

Nel frattempo le indagini della Polizia Postale erano risalite al numero di telefono di Stefania ed è così che in maniera del tutto inaspettata lei si è trovata dentro un vortice fatto di avvocati, testimonianze e aule di tribunale. Domando a Stefania che cosa significhi affrontare una situazione del genere. Per la prima volta cambia espressione, diventa seria e poi racconta: «Mi è caduto il mondo addosso. Sei una quattordicenne distrutta, eppure è giusto che chi ha sbagliato debba pagare. È terribile, Luca, bruttissimo e ti fa capire tante cose. Ho seguito anche un percorso riabilitativo e ricordo la psicologa che mi domandava perché avessi fatto quella telefonata. In verità non esisteva alcun motivo, sembra incredibile ma è così. Lo facevano tutti, altro non mi veniva da aggiungere. Ripensandoci mi vergogno anche adesso. Quando sono finita di fronte al Giudice era il giorno del mio compleanno e ricordo una frase che mi martellava il cervello: che cosa ho fatto della mia vita?»

«Quando Stefania è finita in tribunale» aggiunge Alessia «noi eravamo già amiche e ci trovavamo a vivere una situazione surreale. In un certo senso mi sentivo in colpa, era tutto strano.» Prima di salutarle chiedo a Stefania se ha qualcosa da dire a chi offende e bullizza altre persone. Stefania prende fiato e riordina le idee prima di rispondere: «Non fatelo mai! Ponetevi sempre questa domanda: e se fosse successo a me? Chi si pone questa domanda trova la risposta giusta in un secondo. Io spesso guardo Alessia e mi domando se al posto suo sarei stata capace di perdonare tutta quella gente che le ha rovinato la vita. Me compresa. Non lo so. Poi, Luca, Alessia è stata forte, ha avuto il supporto della famiglia, ma non è detto che tutti riescano a superare situazioni così drammatiche. Mi sento molto fortunata ad averla qui al mio fianco mentre parlo con te. Non ferite nessuno, ragazzi. Ve lo dice una che l’errore lo ha commesso sulla sua pelle. Fidatevi.»

Quando terminiamo la nostra chiacchierata, scopro con sorpresa che è passata quasi un’ora. È stato bello incontrarle e soprattutto utile. Da quando ho conosciuto Alessia e la sua famiglia sono passati oltre quattro anni. Ci sentiamo spesso, è nato un bel rapporto di amicizia. Gianfranco Oppo, Gianfri, come lo chiama Alessia, continua a rappresentare un punto di riferimento per me, per chi si occupa di bullismo e cyberbullismo e soprattutto per Alessia e i suoi cari. Sì, questa “storia del dopo” è meravigliosa e sono felice di poterla raccontare, perché quando il bene vince dovremmo scendere tutti per strada a festeggiare. Abbiamo tutti fame di cose giuste, ci danno energia, alzano il nostro stato vitale e insegnano agli esseri umani ad essere umani. Basta cambiare una vocale per trovare la soluzione a mille problemi. Ho davanti agli occhi il sorriso di Alessia e Stefania che durante l’intervista si guardavano, si abbracciavano, erano complici e depositarie di qualcosa di molto alto. 

Probabilmente, questo è il messaggio più potente e completo che siamo riusciti a cogliere con “#cuoriconnessi”. Saper chiedere scusa e saper perdonare sono le facce della stessa medaglia e forse neppure Alessia e Stefania hanno ancora compreso fino in fondo quanto la loro storia possa aiutarci a crescere. Non è solo una questione di bullismo e cyberbullismo, non è un discorso riservato esclusivamente agli adolescenti, siamo oltre.“Io ti chiedo scusa e io ti perdono”. 

Questa è la soluzione che annienta il conflitto, è la base da cui tutto dovrebbe iniziare. Le raggiungerò presto in Sardegna, perché questa storia, noi di “#cuoriconnessi” la vogliamo raccontare come si deve. Alessia e Stefania dovranno incontrare studenti e docenti, partecipare agli incontri online e a quelli in teatro, raccontare e poi raccontare di nuovo, senza stancarsi mai, questa storia che conduce verso una sola meta: l’amore per l’altro e quindi per sé stessi. 

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