La storia di

Un padre

Sono un padre e mi chiamo Alessandro. Ho raccontato a Luca la mia storia, che poi è anche quella di mio figlio e della nostra famiglia, per trasferirvi un concetto importante. Recarsi dalla Polizia di Stato quando si è vittime di bullismo o di reati online, non è un ripiego. È la soluzione.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

L’uscita di un libro assomiglia all’apertura di una voliera. Parole libere di seguire il vento come meglio credono e di depositarsi sopra comodini o dentro librerie. Mani che sfogliano, occhi che leggono, voci che commentano. È così che questa storia ha preso forma. Un giorno di fine inverno una mamma si trova tra le mani il libro “#cuoriconnessi” e di pagina in pagina avverte che quell’insieme di fogli può indicargli una strada. Ne parla con suo marito Alessandro che, senza starci troppo a pensare, mi contatta attraverso il sito. Ogni volta che accade qualcosa di simile, provo un certo stupore. Sembra quasi impossibile che quelle storie scritte di fronte a un display possano planare sulla realtà di tante persone e a volte incidere sulle loro vite. La considero la prova tangibile che aiutarsi a vicenda è possibile, è un dovere, un debito di gratitudine nei confronti della vita. 

Con Alessandro, e questa volta non è un nome di fantasia, c’intendiamo subito perché siamo innanzitutto padri. Al diavolo il giornalista che scopre un caso, al diavolo la notizia che produce ascolto, siamo due padri e come tali sappiamo che nulla è più insopportabile del dolore provocato dalla sofferenza di un figlio. Il sollievo supremo sarebbe potersi fare carico di quell’inferno, ma ciò non è possibile. E questa è la vera condanna, perché il dolore è cosa intima e personale. Ha la voce profonda e buona, Alessandro. Lavora nel campo sanitario e ben conosce quanto siano ramificate le strade della sofferenza. Quello che la sua famiglia sta vivendo da quasi due anni rappresenta la parte malata del Web e, come sempre, i mandanti siamo noi, strani esseri capaci di sabotare qualsiasi cosa e di trasformare le opportunità in trappole. 

Alessandro è provato, tutta la famiglia è logorata da una vicenda dai contorni che con il tempo si sono fatti sempre più nitidi e non è semplice raccontarla. La cosa straordinaria di questo papà e di questa mamma è che non hanno risposto al dolore chiudendosi; di comune accordo, hanno scelto di condividere il loro drammatico percorso affinché possa essere di aiuto ad altri: docenti, genitori e ragazzi, in definitiva a tutti. Una scelta d’amore verso il prossimo, un gesto di civiltà e giustizia. Per questo motivo, Alessandro ha accettato di prendere parte anche al tour virtuale di “#cuoriconnessi”. Era il 13 febbraio 2021. La mattina in cui ha raccontato l’intera vicenda, migliaia di studenti e docenti erano collegati da ogni angolo d’Italia ed è stata una delle puntate più intense tra le undici che abbiamo realizzato in questo complicato 2021. Io in uno studio virtuale, un rappresentante della Polizia Postale collegato dalla sua sede e poi le scuole, tante. Sul display i volti degli studenti seduti in classe, distanziati e con quelle mascherine destinate a diventare l’icona di una pandemia che rimarrà per sempre impressa nei futuri libri di storia. È doloroso e tenero osservarli prigionieri di quella specie di bavaglio che copre naso e bocca e che tutti odiamo, ma che assieme ai vaccini rappresenta il primo dei nostri alleati. 

Parla a lungo, Alessandro. Senza giri di parole, si spinge oltre la soglia del dolore e di quello che potrebbe e forse vorrebbe evitare, ma è bene che tutti sappiano. Lo ammiro, tra noi è nato un rapporto intenso e di grande affetto, appena sarà possibile farò una scappata in Emilia per conoscere e abbracciare questa famiglia scivolata dentro un buco nero. «Mi sono accorto che le cose non andavano» racconta Alessandro «osservando il lento e inesorabile cambiamento del carattere di Matteo (nome di fantasia) che al tempo aveva tredici anni. Inizialmente ogni genitore si preoccupa in maniera ragionevole quando intuisce che in un figlio qualcosa non sta andando nella giusta direzione. Vengono in mente tante motivazioni che possono causare questo genere di tensioni, in primis le burrasche adolescenziali che tutti, nessuno escluso, abbiamo dovuto attraversare.» 

Mi viene spontaneo chiedere ad Alessandro come fosse Matteo prima del cambiamento e lui risponde senza esitazione: «Era un adolescente normale o forse qualcosa in più. Bravo a scuola, solare e sicuramente generoso e disponibile. Matteo non aveva alcun tipo di problema, il suo essere estroverso lo portava a stringere rapporti con grande facilità, coetanei o adulti cambiava poco.» Ci pensa un attimo, Alessandro, prima di andare avanti, ma ci tiene a sottolineare che Matteo era stato segnalato dai docenti per il suo potenziale intellettivo. 

Conosco bene la storia di Matteo, è come se il sole fosse improvvisamente tramontato a mezzogiorno lasciando il posto a un’oscurità impenetrabile. Matteo che parla sempre meno e inizia a trascorrere intere giornate all’interno della sua stanza, l’unica luce che riesce a illuminarlo è quella del display. Le giornate procedono tutte uguali ed i genitori cominciano ad essere seriamente preoccupati. Che cosa sta accadendo? Papà e mamma si domandano come sia possibile che il loro figlio sia finito dentro questa ragnatela basata sul silenzio e la chiusura. 

Il muro che lo circonda ogni giorno diventa sempre più robusto e ben presto si trasforma in una prigione. L’unico suo contatto con l’universo avviene attraverso la rete e qualche videogioco. Sono intelligenti i suoi genitori e con pazienza, ma soprattutto amore, tentano di trovare una chiave di accesso che consenta loro di entrare in quell’universo parallelo, ma trovano solo porte sbarrate. La comunicazione è interrotta e quel silenzio si trasforma in angoscia. «La situazione era drammatica» racconta Alessandro «non esisteva un passaggio, Matteo ormai era irraggiungibile. Impotenza, rabbia, dolore. Quando Matteo ha iniziato a escluderci dalla sua vita ci siamo anche arrabbiati, lo abbiamo rimproverato più volte, poi abbiamo intuito che quel Matteo lì aveva poco a che fare con il Matteo che conoscevamo noi, evidentemente c’era dell’altro. È stato come se qualcuno avesse tolto le fondamenta alla casa in cui vivevamo e dove ci sentivamo sicuri e protetti. Noi avevamo il sospetto che forse qualche coetaneo gli avesse fatto qualcosa, ma non riuscivamo ad uscire dal campo delle ipotesi.» 

Quando la mamma, per l’ennesima volta, tenta di aprire una finestra di dialogo, Matteo reagisce addirittura con una violenza che non gli appartiene. Fino a qualche mese prima, la sola idea che Matteo potesse ribellarsi alla mamma reagendo in quel modo avrebbe fatto sorridere tutti, nessuno l’avrebbe ritenuta una cosa possibile. 

Ho parlato molte volte con Alessandro e qualche volta anche con sua moglie, del dolore che li aveva presi in ostaggio, spesso ci siamo visti in video. Purtroppo, il Covid ha modificato il nostro modo di conoscere tante persone. Si viaggia da fermi attraverso link, videochiamate e connessioni incerte. Nonostante questi limiti, è ugualmente possibile stringere rapporti e far sentire la propria vicinanza a chi vive un periodo difficile. In certi momenti, capita a tutti di sentirsi vulnerabili e una parola di conforto, anche se arriva attraverso uno schermo, mantiene intatto il suo potere di riscaldare l’anima. Per un tempo infinito, si muovono senza una direzione precisa. Solo nebbia e angoscia, quella che non ti molla mai, quella che ti accompagna dalla mattina alla sera sottraendoti al resto del mondo. Tentano anche la strada del sostegno psicologico, intanto passano le settimane e la solitudine diviene la loro inseparabile compagna di viaggio. 

Matteo, nel frattempo, ha anche deciso di chiudere con la scuola e non esiste modo di convincerlo a varcare quel portone. Si tratta di una scelta incredibile, visto che a lui la vita di classe e lo studio sono sempre piaciuti. I suoi insistono, lo stimolano e a tratti lo implorano. Non è accettabile che un figlio tredicenne decida improvvisamente di abbandonare gli studi. Cercano disperatamente di capire cosa si nasconda dietro a quella scelta ferrea e ostinata, ma ogni verità rimane imprigionata nel silenzio che continuava a riempire l’aria di casa. Ma ad un certo punto, anche per Matteo quel peso e quella pressione diventano insopportabili. Troppo difficile sopravvivere schiacciato da tanto dolore e così sono iniziate le prime timide ammissioni. Le parole si nascondono nel suo stomaco, pesano come macigni. A questo si aggiunge la vergogna, la paura di deludere le persone a cui si vuole più bene al mondo, la frustrazione di non essere stato in grado di gestire da solo una situazione complicata. 

«È stato difficile trovare uno spiraglio, ma io e la mamma non abbiamo mai mollato. Sapevamo che prima o poi avrebbe finito con il fidarsi di noi. Non è stato un cammino, è stato un calvario.» 

Con fatica Matteo regala ai suoi genitori i primi tasselli di verità; ci sono dei compagni dietro a quel malessere, anche se la parola compagni suona del tutto inappropriata. Con due di loro aveva condiviso le scuole elementari, stessa classe. Il terzo si era aggregato da poco al gruppetto. Inizialmente il racconto è frammentato, piccoli pezzi di verità scollegati tra loro. Matteo parla di qualche sigaretta fumata assieme, di petardi fatti esplodere sotto i portici in mezzo alla gente e come se non bastasse di qualche piccolo furto nei supermercati ed in qualche negozio. Quello che manca ad Alessandro e a sua moglie è però il filo conduttore. Perché Matteo è rimasto agganciato a questo gruppetto? Quelle azioni non fanno parte della sua indole. Matteo che commette un furto! Un’azione che non sta né in cielo né in terra. Quale molla è scattata nella sua mente? Le sue confessioni sono parziali, deve esserci qualche altra cosa che gli tormenta l’anima e nel mezzo dell’oscurità, questa è la sola certezza che possiedono. Un giorno Alessandro mi dice al telefono: «Ci sono voluti sei mesi, Luca, prima che Matteo trovasse il coraggio di confessare tutto. Sei mesi infiniti che ci hanno corrosi, quasi annientati. Poi, finalmente, con l’arrivo dell’estate, ha trovato le risorse necessarie per affrontare la realtà.» 

Questa volta la sua confessione è totale e incondizionata. Piange, Matteo, e con lui tutta la famiglia, ma ora è arrivato il momento di comprendere e reagire. Nessuno aveva mai sentito parlare di catfishing, un genere di attività subdola che prevede attraverso i social di raggirare qualcuno creando una falsa identità. La vittima viene adescata dal “catfish” e cioè pescegatto. 

L’esca aveva le sembianze di una ragazza; è così che Matteo ha iniziato a chattare con questa falsa identità dietro la quale si muoveva il gruppo. Giocando sulla sua ingenuità, non è stato complicato costruire una finta relazione tra i due. La trappola più diabolica è scattata quando i tre, fingendosi la ragazza, hanno chiesto a Matteo di inviare qualche immagine che lo ritraesse nudo. Matteo avendo già ricevuto alcune foto hard della finta ragazza, si è lasciato coinvolgere ed è così che il catfisghing è andato a buon fine. Quando si è reso conto di essere caduto in un tranello perfido era oramai troppo tardi. 

A quel punto sono iniziati i ricatti, le vessazioni e le torture psicologiche. Il suo incubo era che quelle foto potessero venire diffuse e per lui sarebbe stato troppo. Per evitare che ciò accadesse veniva costretto a compiere azioni contro la sua volontà e, nello stesso tempo, non perdevano occasione anche per bullizzarlo sfasciandogli bicicletta, smartphone e altri oggetti personali. In alternativa, si divertivano nel lasciarlo chiuso all’interno del gabinetto. Chiedere aiuto non rientrava tra i suoi diritti, perché altrimenti il gruppo avrebbe diffuso all’istante le foto. 

«Hanno annullato tutte le sue certezze e la sua autostima, hanno condotto una famiglia sull’orlo della disperazione. Siamo passati dall’essere una tranquilla famiglia di onesti lavoratori con dei figli sani e felici, ad avere paura di quello che Matteo avrebbe potuto fare durante la notte» prima di proseguire con il discorso Alessandro deve fare una breve pausa «lo controllavamo a vista, evitavamo di lasciarlo solo e quella non era più vita.» 

Matteo era diventato il gioco preferito dalla piccola gang, la cavia da torturare a piacimento, il centro nevralgico di ogni possibile cattiveria. All’orizzonte nessuna via d’uscita. Spesso, per aumentare l’angoscia della vittima, il gruppetto gli comunicava che le foto erano state appena diffuse e che per lui era giunta la fine. Forse il gruppetto neppure lo sapeva, ma questa tecnica di tortura è in grado di annientare anche la mente più solida. Spesso, durante la guerra i prigionieri venivano sottoposti a finte fucilazioni e solo un attimo prima che il plotone sparasse veniva bloccata l’esecuzione. Procedure perfide e raffinate. Tutto ciò, Matteo, l’ha subito per mesi. 

«È stato fatto un lavoro di coscienziosa demolizione. Se la giustizia confermerà tutto» prosegue Alessandro «bisognerà ammettere che sono stati bravi, hanno svolto un lavoro professionale riuscendo a minare nel profondo gli equilibri di un coetaneo.» 

«Sai, Luca, sarebbe molto bello poterti dire che nel momento in cui Matteo ha parlato siamo arrivati alla soluzione del problema, ma purtroppo le cose sono andate diversamente. Io e mia moglie abbiamo sporto denuncia presso la Polizia Postale e con grande sollievo abbiamo incontrato persone disposte ad ascoltarci; quello è stato un passo importante, perché chi commette reati del genere è giusto che paghi. Le indagini si dovrebbero essere concluse da poco e quindi la giustizia sta facendo il suo corso. Il vero problema, caro Luca, a quel punto, era rappresentato dallo stato mentale di nostro figlio.» 

Il discorso adesso diventa difficile, certi traumi lasciano solchi profondi e probabilmente occorrerà ancora del tempo per ritrovare il Matteo di una volta, quello allegro e spensierato che non stava mai zitto. La famiglia ha dovuto affrontare anche la dura prova di vedere il proprio figlio ricoverato in un reparto di psichiatria, ha dovuto fare i conti con atti di autolesionismo e soprattutto con il terrore che dei propositi suicidi potessero indurre Matteo a compiere gesti che non vogliamo neppure immaginare. 

Siamo tutti fragili. Questo è l’unico pensiero che mi galleggia in mente, mentre continuo a scrivere questo taccuino di viaggio che a tratti è più tagliente di una scheggia di vetro. 

Poi c’è la solitudine, lei in questi frangenti si deposita sulle famiglie come polvere silenziosa e soffocante: «Non sapevamo più dove sbattere la testa» racconta Alessandro con la sua voce profonda e un tono che la dice lunga sui patimenti vissuti. Eppure il suo parlare trasferisce anche coraggio e saggezza, ci pone di fronte a un papà provato, ma sempre in prima linea, concentrato e disposto a qualsiasi cosa pur di vedere tornare a splendere la luce negli occhi di Matteo. 

Penso al momento in cui questa famiglia ha sporto denuncia e a quanto sia stato corretto compiere quell’azione. Non si tratta di vendetta, ma di giustizia, e anche per Matteo sarà importante comprendere che non è stato lui a sbagliare. Non ha commesso alcun reato, lui è la vittima di una situazione perversa e non ha nulla di cui doversi vergognare. Facile a dirsi, più difficile assimilarlo. 

Matteo in questi ultimi tempi sta facendo progressi, è meno aggressivo e a volte è possibile persino strappargli un sorriso. Il percorso di recupero si preannuncia ancora lungo, nel frattempo ha ricominciato ad uscire per qualche minuto facendo due passi attorno a casa. Accompagna il papà a fare qualche commissione, piccoli segnali, tracce ancora labili, ma significative. 

«“#cuoriconnessi” è stato un grande appiglio e qui devo fare i complimenti a mia moglie che mi ha fatto leggere il libro. Da lì si è aperto un mondo, abbiamo capito che non eravamo soli e che molte altre famiglie avevano vissuto o stanno vivendo situazioni simili alla nostra. Ci avete indicato e consigliato le strade da percorrere e questo per noi ha un valore inestimabile. Tu, Luca, sei genuinamente dalla parte giusta, aggiungerei che “#cuoriconnessi” è dalla parte giusta ed io e mia moglie non vi molliamo più.» 

Quando Alessandro pronuncia queste parole con la sua piacevole cadenza emiliana, mi emoziono, nessuna vergogna. Con quelle frasi regala un senso di compiutezza al mio e al nostro impegno sul fronte della prevenzione e della sensibilizzazione nei confronti di temi potenti come il bullismo e il cyberbullismo. Spesso noi che lavoriamo al progetto ci domandiamo se realmente sia in grado di incidere sulle vite altrui e se il nostro contributo alla costruzione di un mondo migliore sia concreto. Quanti dubbi, ma forse fino a quando ci porteremo dietro queste perplessità, “#cuoriconnessi” continuerà a funzionare. Non sentirsi depositari di alcuna verità crea empatia; ci muoviamo su un piano orizzontale perché una comunità degna di tal nome non conosce pareti verticali. Tutti viviamo condizioni simili, nessuno è esente dal dolore e quindi non resta che aiutarci a vicenda. 

Ogni volta che saluto Alessandro mi sento fortunato per quello che mi ha insegnato come padre e come cittadino. Sì, appena questo virus mollerà un minimo la presa, bisognerà conoscersi di persona e spero che Matteo mi conceda l’onore di poterlo abbracciare, lui non è solo, può definirsi “solo” esclusivamente chi non ha mai conosciuto l’amore e lui “solo” non lo è mai stato. Mai. Forse ci vorrà del tempo prima che lo capisca pienamente. Quel giorno comunque arriverà. 

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