La storia di

Cherif

Questo è un mondo complicato, amici. Ho ventuno anni e ho attraversato mezzo mondo per scappare dalla guerra e inseguire il mio sogno. Il primo telefonino che ho posseduto mi ha salvato la vita, senza quello non sarei riuscito a rimanere in contatto con mio fratello né a fare molte altre cose.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

«Ho attraversato un continente grazie a uno smartphone.La tecnologia può salvarci la vita.»

Mi trascino senza un’intenzione precisa dalla cucina alla sala. In sottofondo la tv e mia mamma che dorme sulla poltrona. Se non ci fosse la televisione a tener loro compagnia, i vecchi sarebbero ancora più soli, soffocati da solitudine e da pensieri che nessuno ha più tempo e forse voglia di ascoltare. Ogni cultura evoluta ha sempre fatto tesoro di chi ha già camminato a lungo, la nostra invece è più concentrata sulla memoria di un hard disk che su quella di un vecchio. Non mi piace la parola anziani e allora preferisco chiamarli vecchi. La parola vecchio trasuda storia e dignità, mentre la parola anziano è senza rughe e ricorda le targhette di acciaio accanto ai sedili degli autobus dove c’è scritto: «posto riservato agli anziani». Gli anziani sono una categoria. I vecchi sono la storia. 

Sono le ore centrali di un sabato pomeriggio di fine febbraio che sembra non finire mai. Vuoi per le restrizioni da Covid, vuoi per la mia pigrizia, non penso che metterò piede fuori casa. La tv continua a vomitare parole, musiche e colori, alla fine i contenuti scompaiono e rimane solo un brusio indefinito e privo di senso, un po’ come quando scrolliamo lo smartphone senza un motivo, eppure continuiamo a farlo, perché alzare lo sguardo sulla realtà ci richiederebbe uno sforzo di gran lunga superiore. Quando si scivola dentro quella passività abbiamo probabilmente superato la linea che separa l’uso dall’abuso, giovani o meno giovani, conta poco. La consultazione costante e compulsiva di uno smartphone è una dipendenza, c’è poco da aggiungere. Non bisognerebbe mai dimenticare che le relazioni sono l’unica strada che può condurci a una qualche forma di vera felicità. Sono annoiato, potrei salire al piano di sopra e continuare a leggere La fine è il mio inizio di Tiziano Terzani, un libro che tutti dovrebbero attraversare pagina dopo pagina, esattamente come fosse un viaggio. Leggere è fantastico: i libri sono nostri amici e poi sono discreti, silenziosi, allineati in libreria, ma sempre pronti ad aprirsi tra le nostre mani. Come scrissi una volta: «I libri hanno pazienza perché sanno aspettare.»

Rieducarsi alla lettura sarebbe molto importante per le nostre vite e mentre penso queste cose in ordine sparso qualcosa attira la mia attenzione: in tv c’è un ragazzo di colore che sta raccontando la sua storia, a colpirmi però non sono le sue parole, ma le lacrime che scendono silenziosamente lungo il viso della conduttrice. Comincio ad ascoltare con più interesse la sua odissea, scopro che si chiama Cherif, seguo il filo del suo vissuto, mancano i pezzi iniziali della narrazione, ma non importa, io memorizzo tutto. Parola dopo parola, Cherif ricompone la sua storia, che è qualcosa in più di romanzo perché a scriverla è stata la vita. Ha solo vent’anni, ma per quante ne ha viste potrebbe averne cento. 

Nella sua voce non c’è traccia di autocommiserazione, ha lo sguardo profondo e una saggezza senza tempo. L’intervista termina e la conduttrice passa ad altro. Io invece no. La storia di Cherif è potente e già so che dovrò contattarlo, questa è la parte più bella del mio lavoro di “raccoglitore di storie.” Consulto Wikipedia e scopro che quel ragazzo è nato in Guinea, si chiama Cherif Karamoko e su di lui è stato pubblicato anche un libro intitolato Salvati tu che hai un sogno. Lo ha scritto Giulio De Feo, un bravo giornalista de La Gazzetta dello Sport in collaborazione con lo stesso Cherif. È incredibile quante informazioni ci possa regalare la rete nel giro di pochi istanti, forse persino troppe, perché il rischio di questo “tutto e subito” si chiama superficialità. Ordino il libro e nei giorni seguenti, di pagina in pagina, il percorso di Cherif diventa anche il mio. 

Mi immedesimo, comprendo molte cose che non sapevo e nel frattempo mi procuro il suo numero di telefono. La prima volta che gli parlo ritrovo subito quella sua innata gentilezza che avevo notato in tv. Con il trascorrere delle settimane, le chiacchierate si moltiplicano, entriamo in confidenza, sento che il mondo intero è in debito verso quel ragazzo educato e finalmente troviamo un giorno per vederci. C’è il sole il cinque novembre 2021 e non è neppure freddo, in tre ore sono a Padova, perché adesso è lì che vive Cherif. Condivide con altri giovani immigrati un appartamento messo a disposizione dal Comune. Ha una tuta verde con sopra un giubbotto di jeans, si capisce al volo che il suo fisico è quello di un’atleta e non è neppure difficile intuire dai suoi occhi quanto sia determinato, perché Cherif ha un sogno da raggiungere: diventare un calciatore professionista. La palla è stata la sua migliore amica fin da quando la inseguiva a piedi nudi tra la polvere rossa di Nzérékoré, la città della Guinea del sud dove è nato. 

Anche se sono le due e mezzo del pomeriggio, con un pizzico di fortuna riusciamo a trovare un ristorante aperto. Il locale è piccolino e curato, ha pochi coperti e le pareti color pastello lo rendono intimo e accogliente. Cucina vegetariana, quindi niente carne e va benissimo così. Mentre ci rimpinziamo di verdure di ogni tipo descrivo a Cherif il progetto “#cuoriconnessi”, annuisce in silenzio e poi mi spiega quanto sia importante per lui potersi raccontare, e non per egocentrismo, ma per far comprendere al mondo che prima di emettere dei giudizi bisogna sempre informarsi. «Luca, la mia storia può aiutare tante persone a capire meglio cosa significhi attraversare un continente a piedi e un mare gelido ammassati dentro una bagnarola. La televisione elenca il numero dei morti annegati. Sono cifre senza un prima e un dopo, statistiche, io invece voglio raccontare perché mi sono trovato lì, voglio raccontare cosa sono la paura, la disperazione e la speranza. Lo sento come un dovere, per me è importantissimo.» Cherif quando parla arriva dritto, non sbaglia una parola, ma è la sua umanità che mi cattura. 

Chiedo a Cherif quanto sia stata importante la tecnologia nella sua vita, sorride e mi risponde di getto: «è stata fondamentale Luca! Senza uno smartphone, senza le giuste coordinate da seguire e senza tante informazioni ricavate dal Web, io oggi non sarei qui con te. Grazie ai social ho ritrovato amici ed ho conosciuto brave persone che mi hanno aiutato, però bisogna saperla usare bene la tecnologia, altrimenti rischia di trasformarsi in un nemico.» La saggezza di questo ventenne continua a stupirmi, intanto il tempo scorre veloce e la proprietaria gentilmente ci fa notare che il ristorante deve chiudere, allora con una tazzina di caffè in mano ci trasferiamo nei tavoli esterni sistemandoci sotto un dehor. Domando a Cherif come sia stata la sua infanzia, lui fa un lungo sospiro perché a raccontare sé stessi non ci si abitua mai.

Mi spiega che la sua casa era alla periferia della città, quasi in campagna. Niente televisore, niente computer, niente telefonino, niente frigorifero e niente lampadari per un semplice motivo; in quel luogo non esistevano energia elettrica e neppure le fogne o qualsiasi altro servizio che per noi rappresenta la normalità. «Noi, Luca eravamo poveri, ma veramente poveri. A volte saltavamo il pranzo e a cena io, mia sorella Sitan, che è la più grande, e mio fratello Imorana, che ho sempre chiamato Mory, dovevamo accontentarci di dividere una banana in tre. Vedi, quando si è poveri tra poveri neppure te ne accorgi, perché il solo obiettivo è la sopravvivenza e cercare tutti i giorni di mettere qualcosa nello stomaco. Ti sembra tutto normale come è normale che un bambino cominci a cercarsi un lavoro fin da quando inizia a spostarsi con le sue gambe.» Cherif mi parla di suo papà Mamadi: «Era severo mio padre e soprattutto ci aveva insegnato a essere onesti e il senso della famiglia. Papà era un uomo giusto e soprattutto coraggioso perché non lo spaventava nulla. La famiglia era il cuore della sua vita e al centro di quel cuore c’era mia mamma Saran.» 

Scopro che per guadagnarsi da vivere il papà vendeva pezzi usati di auto, mentre la madre ogni giorno vendeva frutta al mercato. Parla con grande rispetto della sua famiglia Cherif. Suo papà era un uomo di buon senso. Spesso quando c’erano discussioni tra famiglie lo chiamavano in veste di mediatore, perché lui sapeva sempre trovare un giusto compromesso. 

Quando a Cherif chiedo del calcio gli si illuminano gli occhi, mi racconta di interminabili pomeriggi trascorsi a inseguire vecchi palloni in mezzo a uno sciame di altri ragazzini. Si giocava a piedi nudi o al massimo con gli unici sandali di plastica che possedeva e che giornalmente doveva aggiustare alla meglio. Nel mezzo di quelle urla il piccolo Cherif riuscì a guadagnarsi il rispetto di tutti, specialmente di quelli più grandi che decidevano le formazioni e organizzavano le sfide. Cherif aveva qualcosa in più, non si fermava mai, quando sradicava la palla dai piedi di un avversario alzava subito la testa e istintivamente intuiva da che parte andare. E non riuscivano a fermarlo perché era veloce e agile come una lepre. Lui e il pallone erano nati per vivere affianco, amici per sempre. 

Questa cosa preoccupava molto il papà, perché di calcio in Guinea non si è mai vissuto, e anche Mory, che era grande il doppio di Cherif, ogni tanto provava a spiegargli che la vita era altro. Poi dal nulla spuntò quella famosa sera. In Guinea ci sono bande che si scontrano quasi giornalmente, etnie diverse che si odiano dalla notte dei tempi e la guerra civile imperversa da sempre. Cherif faticava e fatica anche oggi a capire il perché di tanta violenza, ma a volte le risposte sembra che qualcuno le abbia rubate e gettate nel fiume. La notte del 16 giugno 2013 il silenzio della notte si trasformò in altro. Urla, lanci di bombe incendiarie, gente inferocita che agitava machete e bastoni. 

Il papà di Cherif uscì in strada per capire cosa stesse accadendo, ma la risposta fu un colpo di pistola che lo centrò al petto. Poi ancora urla, sangue, disperazione e la vita che improvvisamente si trasforma in morte. È così che Cherif ha vissuto la perdita del papà, dal giorno successivo scomparve anche Mory perché la violenza aveva preso il sopravvento su tutto. Per il piccolo Cherif in quel periodo non c’era tempo per il calcio, bisognava pensare a sopravvivere e tutto il resto non contava. Pochi mesi e alle pallottole si aggiunse anche un altro nemico che vagava nell’aria, si chiama Ebola. Un virus maledetto che finì con l’annidarsi nel corpo di sua mamma. Un giorno degli infermieri con le mascherine la vennero a prendere. Quella fu l’ultima volta che Cherif vide sua mamma. 

Il caffè è finito da tempo, continuo ad ascoltare Cherif che parla senza scomporsi. Come posso immaginare cosa significhi ritrovarsi orfano in un paese dove la gente si ammazza per strada e l’unico punto vero di riferimento, un fratello maggiore, è scomparso nel nulla? Rimango in silenzio, mi accendo mezzo sigaro, cerco di mettere a fuoco la storia ma non ci riesco. 

«Vedi, Luca, dalla Guinea non si scappa perché si ha fame, ma perché uno ha paura di morire. Ogni giorno quando sei in strada c’è qualcuno che spara e allora impari a nasconderti velocemente, ma la vita è altro. Io iniziai a vivere a casa di mia sorella e per mettere qualcosa sotto i denti provavo a vendere della frutta al mercato.»

Nonostante la violenza, il pallone era tornato comunque a fare compagnia a Cherif, nessuno avrebbe mai potuto rubargli quel sogno. Nessuno. Appena aveva un attimo libero raggiungeva gli altri e si metteva a inseguire palloni. Tutti volevano in squadra quel ragazzino, perché faceva la differenza, ma questo a Cherif non bastava. Confuso tra la gente, ogni tanto nei bar si metteva in punta di piedi per riuscire a sbirciare le partite che trasmettevano in televisione. I campi erano di un verde splendente e le tribune stracolme. Quello deve essere il paradiso – immaginava Cherif mentre vedeva giocare le star del pianeta. 

Correva veloce il tempo e un giorno aprendo la porta di casa gli fu sufficiente vedere gli occhi di sua sorella per capire che c’era una novità. A due anni dalla sua fuga si era fatto sentire al telefono suo fratello Mory. Si trovava in Libia dove aveva un lavoro e soprattutto coltivava un solo desiderio: fare in modo che il suo piccolo fratello potesse abbandonare quell’inferno e raggiungerlo a el-Gatrun. 

«Mia sorella era terrorizzata e non voleva che partissi. Ero poco più che un bambino. Sapeva bene che si trattava di un viaggio rischiosissimo e complicato, ma nello stesso tempo quella in Guinea non era vita. E poi, Luca, c’era sempre il mio sogno da inseguire ed io sapevo che il calcio vero in Guinea non lo avrei mai vissuto. Anche Mory, il mio fratellone adorato, oramai si era convinto che il mio sogno doveva essere inseguito.»

Si ferma un attimo, Cherif, deve trovare le parole giuste per proseguire il racconto ed io attendo senza fretta che riprenda a guidarmi lungo la sua storia. 

«Quando Mory mi richiamò al telefono, scoprii che da tempo aveva messo da parte dei soldi per farmi affrontare il viaggio verso la Libia. Mi spiegò il piano in ogni dettaglio, mi disse che ci sarebbero stati momenti difficilissimi, attimi di sconforto, situazioni in cui avrei rischiato di essere ucciso o di morire di fame e di sete abbandonato in mezzo al deserto, ma io non avrei mai, dico mai, dovuto mollare. Mi spiegò che non esistevano alternative e che comunque quando lo avrei raggiunto avremmo poi pensato a come costruire il resto della nostra vita. Mi disse che era alla ricerca di una persona di fiducia che mi avrebbe dovuto accompagnare, perché da solo non ci sarei mai riuscito. Mory era tornato ad essere il mio punto di riferimento, la luce della mia vita.»

Altra pausa, questa volta più lunga. Lasciamo le tazzine sul tavolo e ci avviamo a piedi verso un parco che non è troppo distante. Mentre camminiamo spiego a Cherif che non avevo mai preso in considerazione quale fosse stata la vita di un immigrato prima di salire su una barca e quanto fosse difficile arrivare fino alla costa del Mediterraneo. 

Pensai alle tartarughine appena nate, che prima di prendere il mare devono attraversare centinaia di metri di spiaggia e la maggior parte di loro quel mare non lo raggiungerà mai. Molte vengono divorate dagli uccelli, altre sbagliano direzione, altre ancora non hanno le forze sufficienti per affrontare quel primo viaggio e poi, tra le fortunate che riescono a raggiungere l’onda giusta che le trascina verso il largo, molte finiscono tra le fauci di qualche predatore marino. Sì, è così che stanno le cose, la vita degli immigrati è fragile come quella delle tartarughine di mare. 

«Qualche giorno dopo» mi dice Cherif «ha bussato alla nostra porta Sitan, il ragazzo con il quale avrei dovuto affrontare il viaggio verso la Libia. Dopo mesi, Mory aveva finalmente identificato in lui la persona giusta. Sitan non aveva bagaglio, perché meno cose hai e meno cose i predoni possono rubarti durante il tragitto; io decisi di portami dietro solo la mia maglietta da calcio portafortuna. La cosa più importante era il vecchio telefonino che Sitan aveva acquistato con i soldi di Mory. Con quel telefonino, quando possibile, avremmo contattato Mory per chiedergli consigli e aggiornarlo sulla nostra posizione. Capisci, Luca, perché la tecnologia è stata cosi importante nella mia vita? Io essendo minorenne non avevo passaporto e nessun documento, eppure avrei dovuto attraversare varie frontiere e chissà che altro. Avevo molta paura. Pensai al pallone, pensai a quei campi verdi che avevo intravisto in tv, pensai a Mory che mi stava aspettando e così cercai di mettere assieme qualche briciola di coraggio.»

Arriviamo al parco e ci sediamo su una panchina. Alle nostre spalle, il campo di calcio dove Cherif si allena tutti i giorni con la squadra locale e il custode seduto sopra un tagliaerba sta sistemando il manto erboso. 

Sette mesi. A Cherif per raggiungere la Libia c’è voluto tutto questo tempo. Mai avrei immaginato una cosa del genere. Cherif racconta, ma adesso ogni sua parola pesa come una pietra e quello che dice non è tollerabile, forse perché tutti ci stiamo illudendo che la crudeltà sia un retaggio del passato. Fatichiamo a distinguere il dolore reale da quello di una serie tv sparata da Netflix. Avevo già letto il libro, ma certe cose, quando le ascolti da chi le ha vissute e le porta ancora impresse negli occhi, hanno uno spessore diverso. Diventano vere, quasi tangibili. La disperazione, i soprusi e le violenze, le pistole puntate alla tempia, i deserti attraversati all’interno di un bagagliaio, il senso di soffocamento e la netta sensazione che la morte ti sia finalmente venuta in aiuto per mettere fine a tanta sofferenza. Intere settimane senza potersi lavare neppure la faccia, il caldo asfissiante, il perenne senso di angoscia, lo stomaco sempre vuoto, la debolezza e soprattutto la sete. Prima che la fame riesca ad ucciderti occorre del tempo, il fisico lotta fino allo stremo, ma la sete ammazza senza pietà nel giro di poco. «In quei mesi infiniti l’unica fonte di conforto era la voce di Mory che ogni tanto riuscivamo a sentire al telefono. Tutto quello che ci aveva predetto si avverava di giorno in giorno e allora mi aggrappavo alle sue parole. Sai, Luca, Sitan era appena più grande di me, dovevamo farci coraggio a vicenda perché quello che abbiamo passato va oltre l’immaginabile.»

Scopro da Cherif che il metodo più sicuro per nascondere i soldi era quello di inserirli ben arrotolati in una busta di plastica e inghiottirli. La busta tramite un filo veniva legata a un dente. Di notte, quando i predoni dormivano, bisognava tirare il filo e ripescare dallo stomaco la busta. «L’ho visto fare a molti»vmi dice Cherif «inizialmente sembra impossibile, la gente vomita, il fisico si ribella, ma poi con la forza della disperazione ci si abitua anche a quello.» 

Seduti sulla panchina del parco, Cherif mi elenca tutte le volte che sono stati rapiti dalle bande di predoni. Uomini spietati, pronti ad uccidere in meno di un secondo chi non avesse tirato fuori due soldi. Neppure un briciolo di umanità. 

«Importante era conservare lo smartphone, quell’oggetto era la nostra speranza di salvezza. I predoni non te lo rubano, perché quando non hai più soldi ti obbligano a telefonare a un parente o una persona cara implorandola di inviarti un po’ di denaro. Quando eravamo oramai vicini alla Libia, toccò anche a me fare una cosa del genere: mi obbligarono a chiamare Mory, gli fecero ascoltare in sottofondo le mie urla mentre ero costretto a strisciare con le ginocchia sulla sabbia rovente, naturalmente gli chiesero soldi per mettere fine a quella tortura. Ricordo le ustioni e Mory disperato che li implorava di non farmi più soffrire. Sai, Luca, per farmi arrivare in Libia, Mory si è spaccato la schiena lavorando giorno e notte. Aveva creato una specie di piccola fonderia e ogni soldo risparmiato era destinato al mio viaggio.»

Sono meravigliosi i colori delle foglie che ricoprono i prati del parco, mille sfumature diverse che oscillano dal rosso vivo a infinite tonalità di giallo. Qualche mamma spinge un passeggino, mentre dei bambini stanno giocando nella zona degli scivoli e delle altalene. Sembra tutto così normale e scontato, mi domando come possa ancora esistere un mondo come quello che mi sta descrivendo questo ragazzo della Guinea. Quante poche cose sapevo, quanto è importante non giudicare e saper ascoltare prima di emettere opinioni basate sul nulla. Penso alla rete dove gli haters colpiscono con una violenza sorda e primitiva. Cattiveria allo stato puro e penso anche a quanto sia importante fermarsi un attimo a riflettere su ciò che siamo e su quanto sia semplice ferire e umiliare.

Finalmente il custode ha spento il tagliaerba e il parco ritrova il suo silenzio naturale. 

«Vedi, Luca, in Italia arrivano anche tante cattive persone dall’Africa e devono essere arrestate o rispedite nei loro paesi, ma bisogna sempre saper distinguere il male dal bene, il giusto dall’ingiusto. E comunque, tornando alla mia storia, spesso per farmi coraggio sognavo il pallone, provavo a immaginarmi all’interno di una squadra vera. Le bande di predoni potevano portarmi via tutto tranne il mio sogno e nelle nostre telefonate, per incoraggiarmi, Mory me lo diceva sempre: Cherif non mollare, tu hai un sogno, pensa a quello e tieni duro!»

Sole e temperatura si abbassano contemporaneamente, allora ci alziamo dalla panchina e riprendiamo a camminare per gli stradelli del parco, incrociamo degli amici di Cherif che con un gran sorriso lo salutano: «Ciao Ronaldino!» Perché scopro che è così che lo chiamano e lui di questo ne è felice. 

«Poi finalmente è arrivato uno dei giorni più belli della mia vita e cioè quando dopo tutti quei mesi ho abbracciato Mory. Ce l’avevo fatta! Zoppicavo, ero arrivato al limite della sopportazione umana, ma finalmente ero di nuovo con mio fratello. Ci vollero parecchi giorni prima che riuscissi a ristabilirmi del tutto. A casa di Mory avevo persino una bottiglia d’acqua fresca sempre a disposizione. Lo so che può sembrare strano quello che dico, ma quando la sete ti perseguita per mesi, basta osservarla una bottiglia piena d’acqua per sentirsi fortunato.»

Gli rivolgo la domanda più difficile, o almeno immagino che lo sia: «Quando avete deciso di attraversare il Mediterraneo e venire in Italia?» Cherif risponde con tranquillità: «Erano trascorsi un paio di mesi da quando avevo raggiunto mio fratello. Ancora ricordo quando Mory guardandomi negli occhi mi disse che si stava avvicinando il grande momento: saremmo andati in Italia! Il paese del calcio, il paese dove non avremmo più avuto paura di essere ammazzati dalle bande criminali e ci saremmo potuti onestamente guadagnare da vivere. Mory sapeva fare un po’ di tutto, era un grande lavoratore, ma la sua fissazione era che io potessi giocare a pallone. Il mio sogno era diventato anche il suo. Anche in Libia la situazione era comunque terribile, criminali ovunque e totale assenza di una qualsiasi prospettiva di vita. L’idea di salire su un barcone non è dettata dalla voglia di avventura, ma dallo spirito di sopravvivenza e dalla disperazione.»

Costeggiamo il muro di cinta di una parrocchia, ci sono ragazzi che nel cortile dell’oratorio inseguono un pallone, si stanno divertendo completamente rapiti dal quel momento che non assomiglia al prima e neppure al dopo. Vivono il presente, quanto di più bello l’essere umano riesca a fare per godersi il senso della realtà. 

«Quella notte non potrò mai dimenticarla, dopo aver passato settimane segregati in un capannone e controllati da una banda armata fino ai denti, finalmente arrivò il momento. Ci chiusero dentro il baule di un’auto, pensai più volte di morire soffocato, ma poi finalmente ci ritrovammo su una spiaggia. Eravamo centoquarantatrè e quando vedemmo la barca fu semplice comprendere che non ci saremmo mai potuti stare tutti, quella carretta al massimo avrebbe potuto ospitare sessanta persone e noi eravamo più del doppio. Poi la partenza, le urla di paura, il mare nero e il freddo dell’inverno. Quando la barca iniziò ad affondare, mi resi conto che era finito tutto, poi la voce di Mory, sempre lui, il mio fratellone buono che ancora una volta aveva trovato la soluzione giusta. Siamo in acqua e ingoio benzina, lui riesce a infilarmi il suo salvagente, uno dei pochi in dotazione alla barca che oramai è stata risucchiata dal mare. Parole confuse, Mory che continua a dirmi di non mollare e poi il nulla. Più nulla, Luca. Solo il buio.»

Lo so che Mory non ce l’ha fatta e non c’è bisogno di aggiungere altro. La perdita di Mory sarà dolore e vuoto per sempre. Camminiamo in silenzio, ora è quasi freddo. Il resto della storia la conosco molto bene, l’ospedale di Reggio Calabria, il centro di accoglienza di Villa e Cherif che inizia subito a studiare l’Italiano, la sua educazione, il senso di giustizia e di riconoscenza e tanti volontari che si affezionano a lui. Il pallone, già, il pallone! Una volta rimessosi in forze, Cherif riprese a giocare con i ragazzi di Villa e poi il trasferimento in Veneto, vicino Padova. Anche lì c’era un pallone ad aspettarlo e soprattutto c’è stata Arianna, una volontaria che ha avuto la folle idea di andare direttamente al Padova Calcio per parlare di Cherif. Nella nazione delle scuole calcio, dei procuratori, delle società sportive trasformate in aziende senz’anima, accadde che grazie all’insistenza di quella ragazza, a Cherif venne concessa l’opportunità di un provino. Un miracolo, perché oggi nessuna squadra professionistica ha il tempo di occuparsi di un diciottenne che sino a quel momento ha giocato solo a piedi nudi in mezzo alla polvere di un paesino africano. Cherif superò l’esame alla grande e venne aggregato alle giovanili del Padova. Compagni e allenatori non riuscivano a capacitarsi di come quel ragazzo potesse assorbire così in fretta i segreti del calcio vero, quello che si gioca in undici e dalle tattiche esasperate. In Guinea le partite non avevano un numero predefinito di calciatori, tutto dipendeva da quanti fossero i ragazzi presenti e non esistevano ruoli; bravo era quello che arrivava prima a prendere la palla e fare gol. Tutto lì.

Sono passati tre anni da quel momento e sono accadute tante altre cose. Mi spiega che a lui non interessa giocare per soldi. È solo una questione d’amore sconfinato per questo sport. E dire che l’allenatore del Padova quando lo vide all’opera con le giovanili lo aggregò alla prima squadra. Campionato di serie B. E fu così che dei calciatori professionisti con una vita di pallone alle spalle diventarono i suoi mentori. Per mesi Cherif ha potuto allenarsi con loro ed ogni secondo risultò utile per imparare qualcosa di nuovo. Umile, potente nel fisico e soprattutto nella mente, Cherif nella stagione 2019-2020 ha persino esordito in serie B contro il Livorno. A lui non lo dico, ma un Direttore Sportivo che lo ha seguito con attenzione mi ha riferito di non aver mai visto un calciatore così determinato. Purtroppo il Covid ha rallentato il suo percorso e il mondo del calcio è molto complicato; intanto Cherif ha finalmente ottenuto il permesso di soggiorno e a dicembre è volato in Guinea per ottenere il passaporto. 

Oramai è scesa la sera e ne ho ascoltate di cose da questo ventenne. Prima di salutarci parliamo ancora del futuro, a quanto sembra forse c’è l’interesse concreto di una squadra spagnola di serie C. Anche in Italia si sono aperte delle trattative interessanti. Siamo in tanti a tifare per Cherif, a tentare di convincere dirigenti e allenatori che Cherif Karamoko, nato a Nzérékoré e calcisticamente cresciuto senza scarpe e senza ruolo nel campetto di fronte alla scuola, sia un calciatore vero. Perché giocare è la cosa che meglio gli riesce nella vita. 

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