«Quando sei contento di essere semplicemente te stesso e non fai confronti tutti ti rispetteranno»
(Lao Tse)
Ci sono storie che ci aiutano a comprendere meglio il valore “dell’altro”, perché quando noi insultiamo e offendiamo, specialmente online, dobbiamo sempre avere ben presente che “l’altro” esiste, prova emozioni identiche alle nostre e il suo dolore non è differente da quello che a volte abbiamo sperimentato sulla nostra pelle.
Ci sono storie che ci aiutano a comprendere che quando si è vittime di questo genere di cattiverie, la risposta più coraggiosa non è quella di trasformarci a nostra volta in aggressori. Il mondo è pieno di aggrediti che si sono trasformati in aggressori e questa infinita catena aggiunge solo dolore al dolore, veleno al veleno. Bisognerebbe sempre provare a spezzarla questa catena, cercando di sostituire le parole sbagliate con quelle giuste o semplicemente ragionando, elaborando un pensiero di pace e non di guerra. Come scriveva una filosofa che si chiama Hannah Arendt, “il male è banale perché non richiede pensieri” e questa è una delle più grandi verità per quanto concerne l’aspetto più oscuro dell’animo umano. Ogni offesa non è mai figlia di una qualsiasi forma di pensiero, raramente è accompagnata dalla consapevolezza, bullismo e cyberbullismo sono quasi sempre figli della superficialità, dell’inconsapevolezza e dell’assenza, come dicevamo, di un semplice pensiero. Ci sono storie come quella di una ragazzina nata in Puglia venti anni fa, che nella sua vita non hai mai scelto di rispondere ad una offesa con un’altra offesa o a una cattiveria con altrettanta cattiveria. Eppure, per troppo tempo, si è trovata al centro di episodi di bullismo e di cyberbullismo. Lei era la preda, gli altri i predatori. Nonostante tutto quella bambina, che poi è diventata un’adolescente, è riuscita a rimanere sempre sé stessa cercando di rompere quella inutile catena. Lo ha fatto, e continua a farlo anche ora, attraverso i social e non solo, usando ingredienti semplici quanto efficaci che si chiamano sorriso e semplicità. Questa è la sua storia. Iris l’ho conosciuta in una sera d’inverno nel corso di una videochiamata. Ero un po’ scettico in merito all’ipotesi di poter raccontare la sua storia raccogliendo parole uscite da un display. Mi sbagliavo. Le parole vere non hanno paura di uno schermo, certo, all’inizio bisogna tentare di spezzare le distanze digitali, ma noi esseri umani quando siamo realmente disposti a comunicare non conosciamo barriere e con Iris è proprio così che sono andate le cose. Del resto, l’autenticità è il terreno sul quale Iris Di Domenico, vent’anni compiuti il 3 febbraio 2026, content creator da oltre due milioni di follower su Tik Tok e circa 800.000 su Instagram, ha costruito la sua splendida avventura. Le domande che le faccio sono spontanee, nessuna scaletta scritta, nessun accordo pregresso su cosa dire o non dire, fantastico! Comincio chiedendole piccole e banali informazioni, tanto per rompere il ghiaccio. Scopro che è nata a Ruvo di Puglia, 24mila anime che vivono in alta collina, siamo nell’Alta Murgia in provincia di Bari. «Luca, se penso a Ruvo mi viene in mente la Fiera del Cardoncello (un fungo), quello per molti, ma non per me, era uno degli eventi più importanti dell’anno. Il paese era strapieno di gente e io odiavo tutta quella confusione. Ricordo la mamma che mi tiene per mano mentre cerchiamo di farci largo tra quella folla. Avrò avuto quattro anni e certi episodi assomigliano a delle fotografie. Ti rimangono lì davanti per sempre. A Ruvo io non ero un puntino anonimo ma la figlia di Ricky e Antonella, quelli che hanno il negozio di telefonia ed ero anche la sorella di Mirko. Ognuno all’interno di quel microcosmo è un piccolo tassello del mosaico, è così che funzionano le cose nei paesi». Ora Iris vive a Milano, lo aveva deciso a 15 anni che se ne sarebbe andata, ma ne aveva 16 quando se ne partì dalla Puglia lasciandosi alle spalle Ruvo, il mosaico e i cardoncelli. «Alle elementari ero considerata la bambina strana della classe, quella non omologata. Non ero bullizzata però ero isolata, non considerata, appartenevo all’universo degli invisibili. Ero socievole, estroversa, sempre sorridente, e questo non sempre è un vantaggio, specialmente quando ancora si è piccoli e di conseguenza inconsapevoli. Mamma e papà non ne sapevano nulla, io ero bravissima a mascherare il dolore profondo, sapevo nasconderlo molto bene, con i grandi mi limitavo ai semplici capricci di una bambina ma poi avevo tracciato una linea che nessuno poteva oltrepassare. Il buio non lo poteva vedere nessuno. Ricordo una lettera che scrissi quando avevo nove anni, era destinata a me stessa, più che una lettera era uno specchio al quale confidavo le mie fragilità, il mio sentirmi la bambina diversa e allora mi ripromettevo che sarei cambiata, che mi sarei uniformata agli altri infilandomi una maschera. Vedi Luca, quando hai una classe composta da venti persone che sembra procedere in una direzione mentre tu viaggi in senso opposto, viene naturale domandarti se non sia tu quella sbagliata. Il ricordo di quella lettera è vivo. L’ho proprio impresso nella mente. Quando sei piccolo è facile colpevolizzarti e confondere la tua unicità per stranezza, quasi che sia un peccato da scontare». È bello ascoltare Iris e, anche se siamo confinati all’interno di un display perché è una video call, la sua spontaneità riesce ugualmente a sconfiggere la freddezza di un collegamento digitale. Sì, Iris arriva lontano con la sua energia che potrei definire luminosa e soprattutto contagiosa. Potremmo chiamarla empatia, ovverosia quella cosa magica che è un po’ il segreto dei rapporti umani. Abbiamo tutti un disperato bisogno di empatia, grandi e piccoli, simpatici e antipatici. L’empatia è una luce nel buio, è uno sguardo verso l’altro, un sorriso o una parola gentile. Forse è da lì che transita la sola possibilità di costruire un mondo migliore. Iris bambina, Iris e il grembiule della scuola elementare, Iris e l’invisibilità. Già, l’invisibilità, una delle peggiori condanne in assoluto, quella che ti fa uscire dagli schermi radar del mondo e ti lascia in compagnia solo dei tuoi pensieri. Mentre Iris racconta penso ad un’altra storia di #cuoriconnessi, quella di Marika che a causa della dislessia e della sua eccessiva sensibilità, era stata letteralmente rimossa dall’elenco degli esseri umani che popolavano quella piccola aula delle scuole elementari di Campobasso, Marika rappresentava qualcosa di fluido che, senza anima e corpo, vagava all’interno della classe, le era negato il diritto ad esistere, una mattina le nascosero il banco e quando lei entrò in classe, trovò una frase scritta su di un grande foglio appicciato alla lavagna: “Tu non esisti”. Quel foglio finì nel cestino, invece la frase le rimase appicciata addosso per anni. Iris non ha un bel ricordo di quel periodo ma probabilmente qualcosa stava formandosi all’interno della sua anima e non erano semplici pensieri di rivincita, era una energia che continuava a crescere e a mettere radici sempre più profonde. «Forse è anche per come venivo, non dico scansata, ma sicuramente ignorata, che poi mi sono ritrovata ad avere il doppio della forza degli altri, magari tutta questa energia è nata proprio dalla voglia di rivalsa che, giorno dopo giorno, ho coltivato come una piantina preziosa senza neppure rendermene conto. Terminate le scuole elementari pensavo che tutto sarebbe cambiato, ne ero convinta e invece quei primi cinque anni di scuola hanno rappresentato solo l’anticamera dell’inferno, ma quello vero. Oggi posso persino riderci sopra. Conservo ancora le chat, i messaggi vocali e tutte quelle cattiverie che mi hanno lanciato addosso durante quel periodo. Cose veramente tremende. Le ho riascoltate per la prima volta l’anno scorso e, mentre andavo avanti, mi domandavo come fosse possibile che dei bambini, neppure ancora adolescenti, potessero arrivare a un tale livello di perfidia e di cattiveria. Miravano a far male. Magari avevamo l’ora d’arte e Iris oltre ad essere la sfigata con gli occhiali che le facevano gli occhi enormi e l’apparecchio in bocca, non sapeva neppure tenere una matita in mano. Mi sentivo il peggio che l’umanità avesse mai potuto concepire. Ovviamente non avevo diritto di parola in quanto non ritenuta degna di poter esprimere un pensiero. Ricordo l’acqua versata in testa, io utilizzata come bersaglio mentre mi lanciavano addosso i gessetti e tanto altro. Non c’era nulla di scherzoso in tutto questo. Era necessario sfogarsi con qualcuno e quel qualcuno ero io. Spesso mi colpivano indirettamente scatenandomi contro un ragazzo che aveva qualche problema comportamentale. Io ero molto propensa ad aiutarlo, magari lo seguivo nella scrittura oppure gli spiegavo qualcosa legato ad una lezione, solo che i compagni lo istigavano a sfogare la sua rabbia contro di me. Neppure ricordo tutte le volte che sono tornata a casa con dei lividi provocati da qualche suo gesto violento. Era meraviglioso per il branco godersi quelle scene». Ascolto con attenzione. Mi colpisce molto il fatto che, a detta di Iris, la scuola non intervenne in maniera decisa e questo la portò a non parlarne neppure con i genitori. Evidentemente certi comportamenti dovevano essere vissuti in silenzio, questo fu il pensiero che l’accompagnò durante l’intero periodo delle scuole medie. Mi viene spontaneo domandarle dove si depositasse tutto quel dolore. Sorride, ci pensa un istante e poi risponde: «Io Luca è vero che sono sempre stata solare, positiva e allegra, ma se scavo e mi guardo meglio dentro, ho un carattere tendente alla tristezza, sono le due facce della stessa medaglia. Non è semplice da spiegare, ma a volte la mia parte allegra e sorridente cerca addirittura di negare all’altra parte la possibilità di manifestare tristezza o malinconia. Sembra quasi un conflitto interno dove le due Iris vengono a contatto. Ammettere a me stessa e agli altri che esiste una mia parte malinconica è una cosa che ancora non riesco a fare, forse perché ho dovuto fingere per troppo tempo. Io indossavo sempre la stessa maschera. Mi facevo andar bene anche ciò che non andava per niente bene. Era il mio modo di essere e di affrontare la vita, gli altri e soprattutto me stessa. Quindi se io dovessi dirti dove canalizzavo il dolore e posizionarlo in una parte del mio corpo, ti direi la gola. Era lì che si formava il blocco, era lì che le cose che avrei voluto urlare al mondo venivano ricacciate indietro, laggiù tra lo stomaco e il cuore. Si. La gola era la mia linea di confine. Spesso anche chi mi circonda adesso comprende il mio disagio attraverso il non detto. Una espressione, un sorriso negato, piccoli dettagli che comunque parlano in silenzio. Forse ho sempre scelto questa strada in quanto le mie parole a volte non erano state prese troppo sul serio. Nessuno quando ero più piccola aveva mai intercettato il mio disagio profondo e quindi io ho continuato a indossare maschere. Ero la brava ragazza che andava bene a scuola, faceva danza a livello agonistico e non dava problemi. Io non potevo essere fonte di problemi, non era quello il mio ruolo e quindi diligentemente facevo ciò che rassicurava gli altri. Mai un lamento. Anche oggi continuo ad essere piuttosto rigida con me stessa. Esiste sempre una Iris troppo severa che mi osserva e giudica in continuazione, per esempio se mi concedo una pausa mi lascia intendere che forse neppure me la sono meritata. Con il tempo cerco di andarci più d’accordo ma non è semplice». Sorride quando lo racconta, quasi che tutto sommato l’altra Iris, quella severa e brontolona, in fin dei conti una volta che l’hai conosciuta devi solo imparare a darle il giusto peso. Bello esplorare l’universo di questa ragazza dai capelli lunghi e lo sguardo profondo, è un vero viaggio tra parole, situazioni e soprattutto stati d’animo. Bello anche osservare con quanta semplicità riesca a farmi entrare in tanti spazi, a volte anche piuttosto oscuri, della sua esistenza. Sono molte le situazioni e le parole che in quei terribili anni delle scuole medie l’hanno ferita, le chiedo una riflessione sul livello di consapevolezza che avevano quei compagni sempre pronti a colpirla. «Secondo me, Luca, erano del tutto inconsapevoli, non si rendevano conto di quanto mi facessero soffrire, anche se per certi versi può sembrare quasi incredibile. Per questo bisogna generare consapevolezza e aiutare chiunque a sviluppare un senso di empatia verso l’altro. Pensa che anche negli anni scorsi, quando ho rincontrato qualcuno di loro e abbiamo scambiato quattro chiacchiere, mi sono resa conto che vivevamo su due pianeti distanti anni luce. Non avevano vissuto quegli episodi con la mia stessa intensità. Tanti episodi neppure se li ricordavano. Ogni tanto organizzano cene di classe ma onestamente non provo nessun desiderio di prendervi parte. Senza rancore o rabbia, ma non è un qualcosa che mi regalerebbe piacere. Per molti di loro oggi sono una ragazza che sta seguendo un bellissimo percorso, magari mi ammirano anche, ma resta il fatto che quando gli ho fatto notare che io rappresentavo il loro passatempo preferito se c’era da far del male a qualcuno, tutti sembrano aver dimenticato. Pazzesco! Per fortuna conservo chat, messaggi e audio, altrimenti rischierei di auto convincermi che certi episodi siano solo un parto della mia fantasia, per questo dico che erano totalmente inconsapevoli. Non erano cattivi. Lo facevano per divertimento. La mia reazione non li riguardava minimamente. Oggi se ripenso a quel periodo ho smesso di provare dolore. Ho solo un grande senso di dispiacere perché ricordo i miei stati d’animo ed è come se vedessi una piccola Iris che non si meritava tutto quello che subiva». Iris è una ragazza che viaggia sottotraccia, mai superficiale e quando parla dice sempre qualcosa e non è scontato all’interno di un mondo che si nutre di miliardi di parole inutili che si consumano e spariscono nel giro di poche frazioni di secondo. A volte, anche se lei non vorrebbe, le ombre di quel passato tornano a trovarla. Sono ombre silenziose che compaiono in certi attimi della sua esistenza. «Ci sono situazioni in cui quel passato, anche se travestito da altro, torna a trovarmi. Se vado a scavare, io a volte non sto male per un problema specifico o per l’incomprensione con un altro essere umano. Il mio dolore parte da lontano, alle radici ci sono quelle sensazioni che provavo quando non mi sentivo desiderata da nessuno e di conseguenza mi sentivo sbagliata. Ho sempre più bisogno di fare cose belle e pulite. Se penso al progetto #cuoriconnessi e a questa nostra chiacchierata ad esempio sto bene. Ho necessità di cose che portino luce e che siano positive». La nostra è una conversazione a zig-zag. Preferiamo seguire un percorso che si leghi alle emozioni e che proceda sul filo delle parole, piuttosto che aggrapparci ad una precisa traccia, con Iris voglio tornare a parlare della sua avventura, agganciandomi al passaggio che l’ha portata dalle scuole medie alle superiori. «Terminate le medie ho deciso di frequentare il liceo linguistico di Terlizzi, un paese vicino a Ruvo, meglio svegliarsi all’alba e prendere il pullman piuttosto che correre il rischio di ritrovami di fronte i vecchi compagni di scuola. Non ho mai avuto nessun dubbio in merito a questa scelta. Le superiori sono state super movimentate. Tre istituti diversi! I primi tre anni a Terlizzi, di cui i primi due in video lezione a causa del covid, il terzo in presenza e poi il quarto in un college privato al nord e il quinto a Varese. Insomma, non mi sono annoiata. Per quanto concerne gli episodi di bullismo devo dire che, alle superiori, qualsiasi situazione che potesse risultare delicata è sempre stata bloccata sul nascere dai professori e questo rende più sicuri tutti gli studenti. In fondo è confortante sentirsi protetti e tutti hanno il diritto di frequentare la propria scuola in sicurezza. Il grande cambiamento è avvenuto quando mi proposero di fare un percorso all’interno di un’academy che si trovava vicino Monza. Doveva essere un anno di prova che poi sono diventati due, tre e ora quasi quattro. Ed ora eccomi qui a Milano». Comprendo che stiamo entrando nel presente, nella parte più viva di questa nostra lunga video chiacchierata nata quasi per caso. Stiamo per fare il nostro ingresso nel mondo della Iris che oggi raggiunge con le sue parole milioni di ragazzi. In realtà aveva quindici anni Iris quando le prospettarono il grande salto. Fu un suo amico che lavorava in un’agenzia a segnalarla, Iris inizialmente non comprese bene la situazione, in media faceva cinquemila like a video, nulla di che. A quel punto nella vita di Iris fece il suo ingresso Alice, una talent manager: “Perché Iris non facciamo quattro chiacchiere?”. Poco dopo è arrivato il contatto con i genitori ed è iniziato un percorso di profonda conoscenza reciproca. Natale 2021, la famiglia raggiunge Milano dove si è già trasferito Mirko, il fratello maggiore di Iris, e in quella circostanza ogni cosa prende forma. È la vita che cambia, la pagina non scritta, il sogno che si mette un vestito e decide di trasformarsi in realtà. I più stupiti di fronte a questo strano mondo sono proprio i genitori di Iris. La mamma continua a domandarsi cosa abbia mai di speciale sua figlia, la stessa che anni prima teneva per mano nel mezzo della Fiera del Cardoncello. Strano universo quello dei social, delle piattaforme, degli influencer e dei follower. “Di ragazze belle ce ne sono tante, Iris è carina ma perché proprio lei?”. Mamma Antonella non riesce a trovare una risposta che sia in grado di dare un senso compiuto a quella domanda. E comunque, tenendo conto che Iris aveva frequentato la primina e di fatto era ancora piuttosto piccola, pur avendo frequentato la seconda superiore, tutto venne rimandato all’anno successivo. Iris dopo quella parentesi Milanese torna a Ruvo volando leggera come una libellula. Con la mente lei è già a Milano, con il cuore ha già iniziato a vivere l’intensità di questa nuova avventura. La più importante. Quella della svolta. «Io volevo scappare, non ero più in grado di vivere quel presente che improvvisamente cominciai a non sentire più mio. Zero stimoli, la mia routine era andare a scuola, danza, un giro per il corso del paese e poi si ricomincia. Un nastro che girava in loop. Tutto sommato ero più affascinata dall’idea di scappare a Milano che non da ciò che sari andata a fare». Quando Iris ricorda quel periodo si appassiona, si illumina ancora di più, mi spiega che lei idealmente non faceva già più parte del famoso mosaico composto dalla gente del paese. Il suo tassello era già evaso da quel disegno e attendeva solamente di sapere dove sarebbe andato a ricollocarsi. Quello è stato il periodo dell’impazienza e dell’attesa esasperante che tutto prendesse forma. C’era così tanto da dimostrare. Si, quella sarebbe stata la scelta giusta e lei lo avrebbe dimostrato al mondo. Sarebbe stata precisa come sempre, avrebbe studiato con il massimo dell’impegno, avrebbe lavorato con la massima concentrazione senza risparmiarsi. Quella sarebbe stata la sua rivincita. E quando nella vita si è già visualizzato il proprio futuro, nulla è più in grado di deviare quel percorso. Quanto accaduto in seguito corrisponde esattamente a ciò che quella piccola quindicenne di Ruvo aveva imparato a sognare ogni santo giorno della sua vita. Del resto, era ancora una bambina quando aveva iniziato a fare sfoggio del proprio talento. «Ero piccolissima, con le mie cugine disegnavamo coreografie e poi registravamo delle canzoni. Formato orizzontale, ballavamo e cantavamo. Questa cosa ci gasava tantissimo. Quando avevo dodici anni avevo scoperto Musical.ly e pubblicavo su questa piattaforma. In genere erano video velocizzati, gesti simpatici, qualche movimento carino e niente di più. Neanche a farlo apposta i compagni delle medie iniziarono a prendermi in giro e alla fine decisi di smettere disinstallando tutto. Al tempo frequentavo la terza media. Ho ripreso quando mi sono iscritta alla prima superiore, visto che non avevo più il branco pronto a triturarmi. Era il periodo del covid e ho ripreso a pubblicare. Poco a dire il vero, in quanto avevo sempre il timore che le prese in giro potessero riprendere. La mia presenza sui social era prevalentemente passiva. In quel periodo preferivo soprattutto osservare rimanendomene in disparte. Comunque mi gasava vedermi su uno schermo, il mio grande sogno era condurre un programma in tv, il Festival di Sanremo come aspirazione massima. Non potendo contare sulla tv mi accontentavo delle telecamere dello smartphone e questo mi faceva comunque star bene. Ero a mio agio di fronte a quel piccolo display. Alle superiori un giorno supero un esame di spagnolo che era anche facoltativo, dalla contentezza faccio un Tik Tok all’esterno della sede di esame. Una cosa semplicissima. Io che alzo la testa e sorrido. Mi ritrovo con 300.000 like, una follia. Tutti che mi scrivevano in privato, le amiche di classe che mi osservavano come se fossi una marziana e allora ho preso coraggio, mossa forse più dalla curiosità di vedere che cosa sarebbe accaduto che da altro. Ho cercato di non nascondermi, di mostrare sempre con più convinzione il mio sorriso, il mio modo di essere nella dimensione più autentica e vera. Zero filtri. Mi scrivevano che avevo coraggio, che sapevo persino mostrare l’apparecchio senza vergogna. Molto divertente. Bellissimo. Io in mezzo a questo universo mi ci sono trovata. Non esiste una regola, ci sono persone che funzionano usando la finzione e altri che invece non hanno nulla di troppo costruito. Io appartengo a questa categoria ma non giudico nessuno. Io racconto Iris nei momenti di up ma anche di down. Non seguo troppe strategie. Quando poi sui miei profili sono subentrati dei valori da trasmettere alla mia generazione non è che mi sono sentita obbligata a fare chissà cosa, non sono mai rimasta prigioniera di un personaggio condannato a interpretare un ruolo. Ho già dato alle elementari e alle medie per quanto concerne le maschere. Parlerei piuttosto di consapevolezza, di voglia di fare le cose seguendo istinto e coscienza. Ho un pubblico che posso influenzare positivamente, io una figura di riferimento del genere non l’ho mai avuta e probabilmente mi sarebbe stata di grande aiuto. Bello parlare anche all’interno delle scuole e alla fine tra quei banchi c’è sempre la piccola Iris che non smetterò mai di abbracciare. Forse è proprio a lei che dedico ogni mio traguardo raggiunto. Nel frattempo, ho bisogno di continuare a sentirmi me stessa, non sono una paladina che vuole salvare il mondo, io sono Iris, quella che sogna di condurre Sanremo. Ero solo una bambina e quando mi davano un microfono in mano ero felice. In fin dei conti quella bambina esiste ancora». Iris si ferma e prende fiato e io ne approfitto per buttarle lì una domanda un po’ scomoda. Le chiedo se oggi chi le scrive qualcosa contro è ancora in grado di procurarle dolore. Mi osserva con una strana smorfia e poi affronta l’argomento in maniera diretta senza starci a girare troppo attorno. «Capita molto spesso di leggere cose brutte, forse è sempre il solito discorso dell’inconsapevolezza, magari se ti offendono si divertono. Beh, le mie reazioni variano, dipende dalle giornate. A volte rispondo ironicamente, altre volte mi chiudo in casa a piangere, oppure elimino il commento perché quella negatività sul mio profilo mi sembra proprio fuori luogo. Di fatto la mia non è mai una reazione al commento, ma è sempre basata sullo stato d’animo che sto vivendo in quell’attimo. L’agenzia è una specie di famiglia, Mauri e Alice hanno provato fin da subito ad insegnarmi che io avrei dovuto continuare a mantenere la mia spontaneità volando alta sopra i rumori della rete, le cattiverie o le lusinghe. Mica facile. Una grande palestra di vita. Ho attraversato delle shitstorm che mi hanno fatto vacillare, roba tosta quando hai la sensazione che il mondo ti stia prendendo in giro, eppure eccomi qui. Siamo andati oltre. Ho capito come funziona, io continuo ad essere Iris. Sempre. Sai oggi cosa mi domando spesso? Se mi capita sotto gli occhi un video che non mi piace, mi fermo ad offendere chi lo ha fatto o scrollo? Naturalmente scrollo e quindi la conclusione è una sola. Chi commenta e spara cattiverie è insoddisfatto, ha dei problemi e io sono semplicemente un piccolo e apparentemente fragile parafulmine. Niente di più». Siamo quasi arrivati al termine del nostro viaggio all’intero dell’universo di Iris ed è significativo sentirla definire il suo universo digitale come un posto sicuro. Quel posto sicuro che nessuno era stato in grado di garantirle quando era poco più di una bambina. Allora faticava a ripararsi dal veleno dei social e nessuno sembrava interessato a costruire qualcosa che potesse aiutare chi è in difficoltà. Eppure, lei ne avrebbe avuto un disperato bisogno. La vita cambia e ci cambia, oggi quel posto lei lo ha creato e lo alimenta ogni santo giorno. È il suo giardino segreto, l’angolo dove le parole vengono maneggiate con cura, quasi fossero gioielli. Lo deve a sé stessa, lo deve a quella bambina che non riusciva a trovare riparo dalle cattiverie. Iris è quella che ancora conserva quelle vecchie e crudeli chat, quei vocali assurdi. Anche per questo il suo lavoro di Content Creator è intriso di rispetto per l’altro. Quello è un punto fermo della sua vita. Online e offline. «Il mio profilo si fonda su un concetto semplice. La verità. E quando si parte da questo presupposto, le cose assumono inevitabilmente una certa piega. Un esempio? Avevo un brufolo enorme su una guancia e io invece che nasconderlo l’ho trasformato in uno smile. Una imperfezione che improvvisamente diventa qualcosa da mostrare con ironia è stato sufficiente un leggero tocco con una penna e le nuvole hanno lasciato il posto al sole. Quella sciocchezza in realtà ha generato una reazione super positiva. Sono arrivate centinaia di foto di “brufoli sorridenti” ed è stato un fatto dolcissimo. Ecco perché mi viene da dire che i miei profili sono un porto sicuro, un luogo dove ci si deve sentire a proprio agio. Io cerco solo di farli assomigliare a ciò che sono. Online e offline. Leggerezza e positività ci aiutano a vivere meglio, ci aiutano ad affrontare i tanti dolori che la vita comunque riserva a tutti, nessuno escluso; quindi, perché complicarci l’esistenza anche quando siamo online? Ecco, io non ho la pretesa di salvare il mondo e sono lontana anni luce dalla perfezione, ho sempre mille dubbi e poche certezze, però una cosa l’ho imparata. Una parola giusta o un sorriso a volte possono cambiare persino il corso di una vita, in fin dei conti costano poco, non portano via spazio e ci fanno stare meglio. Non è difficile, basta impegnarsi un po’. Giusto?».