La storia di

Alessandra

Mi chiamo Alessandra, ho 24 anni e gioco a calcetto, lo sport della mia vita. Lo so, una ragazza che corre dietro a un pallone può sembrare una cosa strana, ma io i pregiudizi li ho sempre presi a calci come quella palla. Vi garantisco che sono una che non molla mai.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Guardo i Monti Sibillini e mi tranquillizzo subito. Immobili e imponenti, i Sibillini sono sempre pronti a offrirmi un rifugio sicuro. Quando percorro un sentiero circondata da profumi, caprioli e silenzi, puntualmente ritrovo me stessa e allora le paure scompaiono, perché di paura, fidatevi, io me ne intendo. Nella mia vita, proprio come nelle partite di calcio, ci sono stati un primo e un secondo tempo ed è incredibile come alle volte tutto possa cambiare in meno di un istante. Mentre scrivo, osservo il mio smartphone e il tablet appoggiato sul tavolo della cucina, sorrido pensando a loro, miei fedeli compagni di tante avventure, amici e punti di riferimento nei momenti più bui della mia storia che ora vi racconterò.

Era calda la serata del 23 agosto 2016, a cena avevo sempre chiacchierato con Alessia e Massimiliano, i miei cugini di Roma, che sin da piccoli vengono a trascorrere l’estate nel mio paese che si chiama Visso. C’è un rapporto speciale tra questo paesino che si trova nel cuore del Parco dei Monti Sibillini e chi vi è nato. Noi Visso lo abbiamo sempre custodito come una pietra preziosa, primi nelle Marche per la raccolta differenziata, tanti turisti sia l’estate che l’inverno, fiori ai balconi, chiese antiche e case di pietra che raccontano la nostra storia secolare.

Mentre papà e mamma erano rimasti a parlare con Ale e Massi, io avevo optato per la camera da letto. Parcheggiate le pantofole a forma di gatto ai piedi del letto, avevo aperto un libro sull’alimentazione, perché era proprio su quel testo che stavo preparando il prossimo esame universitario. Per essere precisi al tempo frequentavo Scienze del Fitness all’Università di Camerino, meravigliosa cittadina che dista neppure mezz’ora da casa mia. Ero riuscita a leggere qualche pagina, poi le parole avevano cominciato a perdere di significato. Il tempo di spegnere la luce e caddi in un sonno profondo.

Il terrore paralizza, graffia l’anima, si annida nello stomaco come il peggiore dei parassiti e diventa il tuo unico padrone.

Alle 3:36 improvvisamente sbarro gli occhi, vorrei urlare ma non ci riesco, tento solo di rimanere aggrappata al letto che rimbalza da una parte all’altra della stanza, mentre dalle mensole cade di tutto. Buio pesto, prego solo Dio o l’universo che tutto finisca in fretta, ma invece la casa continua a essere sconquassata da una scossa di terremoto che non finisce mai. La mia non è paura, ma terrore e sono due cose molto diverse tra loro. Il terrore paralizza, graffia l’anima, si annida nello stomaco come il peggiore dei parassiti e diventa il tuo unico padrone. Dopo venti infiniti secondi la bestia finalmente si placa lasciando il posto a un silenzio di morte, mamma piange, mia sorella urla e io mi alzo dal letto con i muscoli ancora contratti dalla tensione, nel buio inciampo su tutto ciò che è stato sbalzato a terra.

Usciamo in strada muovendoci tra gente sconvolta. Ci si ritrova tutti in piazza e intanto cominciano a circo-lare le prime voci, sembra che Amatrice ed altri paesi non esistano più, i morti potrebbero essere centinaia. Nel frattempo la terra continua a tremare ed è così che abbiamo visto sorgere l’alba del 24 agosto 2016. Fu proprio quella mattina che scoprii quanto uno smartphone ci può essere di aiuto in situazioni di vera emergenza. Prima della scossa, per me i social erano un passatempo, una maniera per fare gossip, accumulare like, postare foto e curiosare tra le vite degli altri. La mia presenza on-line, come quella di altri milioni di ragazzi, oscillava tra Instagram e Facebook.

Già durante la notte, visto che le linee telefoniche erano out, grazie ai social e alle varie chat, ero riuscita a farmi un’idea di quanto fosse accaduto. Ricordo i messaggi inviati ad amici e parenti, l’attesa spasmodica di una risposta e poi il tempo di tranquillizzare a mia volta tante altre persone. In paese non c’erano state vittime, ma visto che le scosse continuavano a minare la nostra psiche, nelle settimane successive continuammo a dormire in auto e quindi nella nostra vecchia roulotte. Trasformai Facebook in una sorta di diario personale in cui descrivevo i miei stati d’animo, i disagi, le paure e tanto altro. Un taccuino condiviso con il mondo che mi era di grande aiuto nell’esorcizzare la solitudine e il panico.

Prima di quel dramma non immaginavo quanto potesse essere potente la solidarietà on-line.

La cosa inaspettata però fu un’altra. Giorno dopo giorno, in molti cominciarono a seguirmi e le tante parole di incoraggiamento iniziarono a regalarmi forza e fiducia. All’interno della rete esiste un incredibile mondo di solidarietà. Persone sconosciute che tutte le mattine si ricordano di chiederti come stai o di augurarti il buongiorno. Basta un semplice post per farti comprendere la vicinanza di una persona. Parole che assomigliavano ad abbracci e che toccavano il cuore. Prima di quel dramma non immaginavo quanto potesse essere potente la solidarietà on-line. Tutti conosciamo delle parole che possono aiutare il prossimo, solo che raramente ci ricordiamo di usarle e le parole, nel caso del terremoto, sono una specie di pronto soccorso dell’anima.

Verso il 20 ottobre torniamo a casa. Fortunatamente le scosse avevano perso intensità ed anche secondo gli esperti il peggio era passato.

Il 26 ottobre mi ritrovo in paese sotto il diluvio universale. Corro in mezzo a pozzanghere, tuoni, fulmini e acqua che cade a secchiate dal cielo. Acqua nelle scarpe, lungo la schiena, sul viso e comincio anche ad avere freddo, perché dalle mie parti alla fine di ottobre la temperatura gioca già brutti scherzi. Quando entro in casa corro direttamente in bagno e mi sfilo di dosso qualsiasi indumento, persino gli slip sono zuppi. «Alessandra, infilati subito sotto l’acqua calda altrimenti prendi una polmonite!». È mamma a urlarmi tutto questo dalla cucina, ma non ho il tempo di risponderle perché improvvisamente qualcuno o qualcosa mi sfila da sotto i piedi il pavimento, la mensola vomita a terra flaconi di shampoo, bagnoschiuma e creme, il lampadario sembra un pendolo impazzito, mentre la casa scricchiola come una vecchia barca in mezzo alla tempesta.

Il terremoto distrugge ogni tua certezza e non basta sbarrare la porta di casa per lasciarlo fuori. Lui vive sotto di te.

Non ho il tempo per piangere e neanche per pensare. Immobile, nuda, terrorizzata, mi inginocchio aggrappandomi al water, lui rappresenta la mia ancora di salvezza. Improvvisamente tutto finisce ed è come se il demonio si fosse addormentato. Silenzio, solo silenzio. Mi infilo l’accappatoio muovendomi tra un tappeto di oggetti caduti a terra e mi ritrovo in cucina con mamma, papà e mia sorella. Ci guardiamo in silenzio con le lacrime agli occhi. Tutto questo per essere precisi accade alle 19:10. Ritorna la luce elettrica, accendiamo subito il televisore e quasi tutte le reti parlano di questa scossa potentissima che ha raggiunto i 5,4 gradi della scala Richter. Questa volta però l’epicentro non è localizzato nella zona di Amatrice, ma quasi sotto la nostra abitazione. Non ci sembra possibile, forse stiamo sognando, perché la realtà non può essere tanto dura e incomprensibile. Il terremoto distrugge ogni tua certezza e non basta sbarrare la porta di casa per lasciarlo fuori. Lui vive sotto di te. Contro quel mostro non esiste riparo. Mi tuffo sui social per capire cosa sia accaduto ad amici e parenti. Le linee telefoniche sono intasate, ma per fortuna la rete funziona perfettamente.

A Visso c’è stato qualche crollo, ma non sembra ci siano sta-te vittime. Con WhatsApp riesco a comunicare con parenti ed amici, qualcuno posta le foto di librerie cadute a terra, finestre divelte e crepe minacciose nei muri. La rete in quei momenti è il solo strumento che consente a me e alla mia famiglia di rimanere connessi con il mondo. Qualcuno dei tanti amici di Facebook mi chiede come stiano andando le cose, in teoria sono amicizie virtuali, eppure in quell’attimo la loro presenza è quasi tangibile. Mi scrivono da tutta Italia ed io rispondo con pazienza. Scrivo subito un post per tranquillizzare tutti, ma calma non lo sono per niente. Intanto è scesa la notte, l’aria è umida e le nubi sono ancora gonfie di pioggia. Un senso di angoscia continua a rimanermi sullo stomaco. È un mattone, impossibile spostarlo. Ovviamente decidiamo di tornare a dormire nella roulotte posizionata nel giardino. Sono tremante, infreddolita e avvilita.

Papà entra in casa per recuperare qualche torcia perché il buio attorno ci spaventa, tutto ci spaventa. Provo a rilassarmi un attimo, ma questa volta il demonio non ha pietà. Esplode un tuono, ma non arriva dal cielo, arriva da sottoterra, e aumenta, aumenta ancora e poi tutto comincia a volare. Questa volta la terra non trema, molto peggio. Si scuote con una rabbia inaudita. La roulotte si sposta di oltre mezzo metro e finisce contro l’auto di papà. Mentre cado sul pavimento riesco a vedere la sua sagoma che salta dalla finestra; non so come, ma riesce a evitare di rimanere schiacciato dai pezzi di tetto che cadono a terra. Rumore di calcinacci, di pareti sconquassate e polvere ovunque, nelle narici, tra i capelli e nel cuore.


È così che si conclude la prima parte della mia vita. Dopo venticinque anni, alle 21:18 del ventisei ottobre 2016, mi ritrovo senza più nulla. In mano ho solo uno smartphone impolverato. Una T-shirt e un paio di jeans. Tutto il resto è perso per sempre. Nel giro di pochi minuti l’aria è squarciata dall’urlo delle sirene, per strada c’è gente che piange, ma i più non trovano neppure la forza di versare una lacrima. Sguardi persi nel nulla, macerie, polvere e disperazione.

Il mio smartphone miracolosamente funziona. Qualcuno ha già scritto che la scossa ha raggiunto una magnitudo di 5,8 gradi della scala Richter. Impensabile poter telefonare e ancora una volta i social divengono fondamentali per indirizzare i soccorsi e tentare di fare un primo bilancio dei danni. I parenti di Roma sono i primi a contattarmi, gli rispondo che siamo vivi, ma che la nostra casa non esiste più. Fatico a scriverlo perché non mi sembra possibile, ho quasi la sensazione di esagerare e ancora sono completamente sotto choc. Ci spostiamo come dei fantasmi verso il centro di prima accoglienza che non è mai stato smantellato dalla scossa di agosto. Fantasmi, ecco cosa sembriamo, fantasmi che vagano senza una meta precisa, nel cuore di una notte impossibile da dimenticare.

Avrei aiutato la mia gente e lo avrei fatto utilizzando la tecnologia e le centinaia di persone che avevo conosciuto attraverso la rete.

Al centro di prima accoglienza ci sono già molti anziani, qualcuno piange in silenzio, altri fissano il vuoto mentre i più coraggiosi cercano di asciugare le lacrime di figli e nipoti. Li osservo. Quella è la mia gente, sono le persone che mi hanno visto crescere, rappresentano le mie radici, quelle che il mostro in una manciata di secondi ha cancellato per sempre. Osservo lo smartphone e poi controllo i social, mi impongo di agire e con dei messaggi indirizzo qualche famiglia verso il centro di prima accoglienza. Lo presto alle persone che lo hanno perso tra le macerie, comunico a quelli della Protezione Civile che un mio amico è bloccato in montagna tra le sue mucche. Intanto continuo a ricevere una valanga di messaggi da amici sparsi per tutta Italia. In quel preciso istante l’idea si è trasformata in certezza. Avrei aiutato la mia gente e lo avrei fatto utilizzando la tecnologia e le centinaia di persone che avevo conosciuto attraverso la rete. Visso non esisteva più. Visso, gioiello rannicchiato nel cuore del Parco dei Monti Sibillini, in provincia di Macerata, era stato praticamente cancellato dal terremoto. Tutto finito. Nel cuore della notte ci trasportarono con dei pullman in un villaggio turistico che si trova lungo la costa. Avevo un solo desiderio: potermi lavare i denti, trovare una T-shirt pulita e sdraiarmi sopra un qualcosa che assomigliasse vagamente a un letto.

Nei giorni seguenti ho iniziato a mettere bene a fuoco la situazione. La mia casa non esisteva più e con essa erano scomparsi 25 anni di ricordi. Le targhe vinte con il calcetto, le scarpe da tennis, le bici, i quadri, i vestiti, le foto, gli slip, le mollette per i capelli e persino lo smalto per le unghie. Non possedevo più niente. Non avevo più la piazza del mio paese, il forno, il teatro, la Parrocchia, il Comune, il bar, le mie vecchie scuole, il macellaio e tutto il resto. Cancellati anche i paesi attorno; Castelsantangelo sul Nera, Ussita, Nocria, Monte Cavallo, Preci. Il terremoto in meno di trenta secondi aveva trasformato in un ricordo tutto il mio passato.

Ricominciare come e da dove? Dallo smartphone! Fu allora che iniziai a comprendere in maniera sempre più chiara che la tecnologia è al servizio dell’uomo e non viceversa. Del resto già dalla scossa di agosto avevo scoperto che il web non era solo cyberbullismo o pedopornografia. Erano soprattutto gli anziani del paese a spezzarmi il cuore. I vecchi, come spesso li chiamiamo, assomigliano a dei bambini rimasti orfani, vivono di ricordi e raramente inciampano in un sorriso. Spesso la solitudine è la sola amica rima-sta a fargli compagnia e vederli così fragili e smarriti, lontano dai luoghi in cui erano vissuti, mi fece male al cuore. Le parole giuste aprono i cuori. Forte di questa convinzione cominciai a scrivere post che avevano il preciso scopo di creare un paese virtuale in grado di supportare le persone più bisognose. Mai una parola scritta in prima persona, perché era l’intera comunità che doveva essere sostenuta e rappresentata. Giorno dopo giorno, attraverso Facebook e Instagram, il gruppo iniziò a crescere in maniera esponenziale.

Forse nessuno ci ha mai pensato, ma il vero terremoto comincia quando le telecamere se ne vanno e si spengono le luci dei riflettori. Quando la notizia smette di essere tale e la quotidianità torna ad avvolgere le vite dei sopravvissuti, proprio come quella polvere che si era depositata sopra noi dopo la terribile scossa del 26 ottobre. Il mondo virtuale quando entra in azione è più reale che mai. Assieme a tanti amici conosciuti on-line creammo la pagina «Vita di Paese» e questa divenne una sorta di piazza dove accadevano cose meravigliose. C’era chi chiedeva aiuto per ricostruire un bar e chi gli dava una mano perché fabbricava banconi, richieste ed offerte si incrociavano a ritmo frenetico e il nostro paese on-line ben presto iniziò ad essere frequentato da migliaia di paesani, come amavamo definirli. Nel corso di questi anni, grazie ai social, abbiamo raccolto fondi, abbracciato anziani e portato parole di solidarietà e d’amore in luoghi dimenticati da Dio. Abbiamo aiutato scuole, imprese, pastori, musei e tanta gente che aveva perso quasi ogni speranza. La rete ha illuminato situazioni di straordinaria resistenza, penso al contributo donato alle veterinarie di Ussita che avevano trasformato le loro auto in ambulatori mobili.

Tutto questo è stato possibile grazie a un filo invisibile e robusto che unisce il mondo intero, perché i social non conoscono confini e muri divisori.

Siamo riusciti a dotare di nuove divise gli amici instancabili del Soccorso Alpino di Macerata, che avevano consumato le loro tute trascorrendo intere giornate tra le macerie. Gran parte delle amicizie virtuali si sono poi trasformate in abbracci reali e in rapporti destinati a durare per sempre. Tutto questo è stato possibile grazie a un filo invisibile e robusto che unisce il mondo intero, perché i social non conoscono confini e muri divisori. Attraverso internet le notizie non muoiono mai e le ingiustizie possono essere raccontate a una platea potenzialmente infinita. Mi resta difficile, dopo la drammatica esperienza del sisma, pensare che delle persone possano usare il loro smartphone per dividere e non per unire, per gettare fango e menzogne o per offendere ed emarginare il prossimo. Ho imparato sulla mia pelle quanto sia importante leggere un messaggio di conforto sul display del telefonino. È anche grazie a questi aiuti che sono riuscita a superare momenti durissimi.

Ora posso affermare con certezza che il web unisce culture diverse e mette a nostra disposizione una serie infinita di informazioni. La rete è un grande strumento di libertà. Ora la mia esistenza si è un po’ normalizzata. La rete e i social sono stati fondamentali anche per ricostruire la mia vita, perché dopo giornate intere di navigazione tra social e siti e profili di aziende, finalmente, ho trovato un impiego vero e un buono stipendio.

Lo so, il mio paese non tornerà mai più quello di prima, la mia vecchia casa è stata definitivamente abbattuta e la parola futuro assomiglia più a una minaccia che a una promessa. Ogni tanto la memoria mi restituisce un particolare della vita precedente; le pantofole a forma di gatto sotto il letto o la felpa nerazzurra appoggiata sulla cassapanca. Sono colpi al cuore e allora piango senza vergogna per quello che è stato e che mai più sarà.

Io però non mi fermo, vado avanti e continuo a credere che la forza di una comunità sia tutta nella capacità di alzare lo sguardo verso l’altro. Lo smartphone per un lungo periodo è stato il mio anello di congiunzione con il mondo e la rete mi è stata utile per affrontare la realtà, non per evitarla. Sarò sempre grata al mio smartphone perché mi ha aiutato ad essere una persona migliore e a soccorrere altri esseri umani. Certo, la tecnologia può essere utilizzata in tante maniere. A noi e solo a noi spetta il compito di decidere da che parte stare e io la mia scelta l’ho già fatta da tempo.

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