La storia di

un papà e di una mamma

Nello e Katia ci aiutano a comprendere quanto siano devastanti il bullismo e il cyberbullismo. Alessandro, il loro figlio tredicenne, a causa delle ripetute vessazioni alla fine ha ceduto togliendosi la vita. Una storia drammatica destinata a insegnarci il peso delle parole e l'importanza del rispetto.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

«Gli angeli vengono a trovarci, e li riconosciamo solo quando se ne sono andati».
(George Eliot)

Al campo sportivo di Gragnano gli studenti arrivano a piccoli gruppi assieme agli insegnanti. Non è una qualsiasi giornata di metà settembre, oggi infatti s’inaugura l’anno scolastico in grande stile. A bordo campo la Polizia di Stato ha allestito diversi stand che possono essere visitati dalle scuole ed è bello vedere gli studenti che si avvicinano incuriositi e tanti uomini in divisa. I ragazzi domandano e puntualmente trovano risposte, si aprono dialoghi che frantumano ogni forma di pregiudizio e diffidenza ed è interessante assistere a queste contaminazioni tra adolescenti e donne e uomini in uniforme. C’è bisogno di trovare punti di riferimento all’interno di questo mondo così complicato e mattinate come questa hanno anche il compito di accorciare le distanze tra universi apparentemente distanti. Lentamente lo stadio si riempie e il prato sintetico alla fine scompare, sovrastato da una moltitudine di T-shirt colorate, sneakers e zainetti appoggiati a terra. Ci sono gli atleti delle Fiamme Oro, il gruppo cinofilo, il personale della Polizia Stradale, quello della Polizia Scientifica e poi gli amici della Polizia Postale. Sul grande tavolo posto al centro dello stand, a disposizione dei ragazzi, sono state posizionate centinaia di copie dell’ultimo volume di #cuoriconnessi. È una bella soddisfazione per noi che quel progetto lo viviamo da dieci anni, osservare docenti e studenti sfogliare quei testi per poi decidere di utilizzarli come strumenti di sensibilizzazione. Loro non possono saperlo che il racconto di questa giornata finirà tra le pagine del prossimo volume, il settimo. Sembra quasi impossibile che da quel primo timido esperimento sia passato così tanto tempo. Chissà dove si sono depositate quelle centinaia di migliaia di copie. Chissà quanti occhi hanno catturato quelle righe e soprattutto, chissà quanti ragazzi, genitori o docenti, leggendo quelle storie hanno trovato le risposte che cercavano. Molti studenti grazie a #cuoriconnessi sono riusciti a parlare, a “buttare fuori” il dolore che da troppo tempo li costringeva a una “non vita”, li abbiamo conosciuti e abbracciati ed è proprio in quei preziosi momenti che riusciamo a comprendere pienamente il senso di questo progetto. Io però sono a Gragnano per raccogliere i frammenti di una storia troppo dura. Non so neppure da che parte iniziare e nel mezzo di quel campo sportivo mi muovo indeciso alla ricerca di due persone speciali che mai avrebbero voluto essere considerate speciali. Alla fine, li vedo e mi avvicino, stanno parlando con alcuni insegnanti, perché questa inaugurazione dell’anno scolastico è dedicata alla memoria di loro figlio. Alessandro aveva ancora tredici anni quando il primo settembre del 2022 decise di gettarsi dalla finestra della sua abitazione di Gragnano. Poco più di un istante e tutto è cambiato per sempre. Forse due o tre secondi e poi il nulla. Un’esplosione di dolore destinato a non finire mai, senza nessuna pausa e nessuna tregua. La morte di Ale è presente in ogni singolo respiro di Nello e Katia, i due genitori speciali che mai avrebbero voluto essere speciali. Ora eccoli vicino a me. Finalmente dopo tante telefonate possiamo abbracciarci ed è tutta un’altra cosa rispetto a quelle videochiamate asettiche che ci hanno accompagnato nelle settimane precedenti. Un abbraccio tra due esseri umani non è sostituibile da un post e neppure da un milione di follower. Nessuna intelligenza artificiale potrà mai clonare il calore e la forza di un incontro autentico. Nello e Katia non hanno avuto modo di abbracciare Alessandro prima che compisse quel gesto di cui forse non aveva neppure ben compreso l’assoluta gravità. Loro rimarranno per sempre orfani di quell’abbraccio, è il tassello mancante, quello che ha mandato in frantumi l’intero puzzle. Alessandro purtroppo non ha trovato il coraggio di affidarsi alle braccia di mamma e papà, ha scelto altro. Allora eccoci qui, al centro di un campo di calcio, con la sensazione di essere arrivati tutti troppo tardi, perché Alessandro non è tra questi ragazzi sparsi nello stadio. Il tempo di lasciarsi cadere dal quarto piano di casa e finire sul marciapiede è stato sufficiente per modificare la storia del mondo. Nello e Katia però hanno preso una decisione importante: raccontare, condividere, mettere a disposizione dell’umanità il loro dolore, non per renderlo più sopportabile, perché questo non sarà mai possibile, ma per fare in modo che possa essere utile a qualcuno, in primis a loro stessi. Quando un altro Alessandro grazie alle loro parole troverà la forza di chiedere un abbraccio prima che sia troppo tardi, la vita di Nello e Katia sarà per un istante attraversata da un raggio di luce ed è proprio quel filo luminoso che gli potrà consentire di scorgere qualcosa nel mezzo dell’oscurità. Il sole smette di essere velato e improvvisamente esplode il caldo. La giornata prosegue tra le esibizioni dei cani del Gruppo Cinofilo, un po’ di discorsi ufficiali e le musiche proposte dagli studenti dei vari Istituti. Prima di spostarci in un luogo tranquillo per fare due parole, Nello mi mostra una foto di Ale che conserva sul telefonino quasi con devozione. «Me la ricordo benissimo questa foto, eravamo in pizzeria. Alessandro non amava essere fotografato e non gradiva neppure che io pubblicassi le sue immagini. In quel momento ho semplicemente scattato senza starci troppo a pensare, non mi sono soffermato sui dettagli. Solo tempo dopo, quando ho ripreso in mano quella foto, ho notato che lo sguardo di Ale era avvolto da un’ombra. È stata una rivelazione dolorosa. Molto dolorosa. La riguardo spesso questa immagine, un semplice istante della sua vita. E quando la tengo tra le mani mi muoiono in gola tutte quelle domande che non potranno mai avere una risposta. Resta la sua espressione, rimane l’impossibilità di sapere. Resta l’assenza della sua voce». Nello si interrompe e restiamo in silenzio di fronte a quella immagine che mai potrà regalarci uno straccio di verità. L’evento è praticamente finito e mentre la giovane orchestra composta da una ventina di studenti smonta leggii e ripone gli strumenti nelle custodie, noi decidiamo di spostarci in un posto fresco e silenzioso. Camminiamo verso il parcheggio, di getto chiedo a Nello cosa significhi per lui e Katia incontrare degli studenti. «Ogni volta che parlo a degli studenti è come se mi collegassi a lui. Attraverso loro accompagno e vivo i suoi anni, ho la possibilità di essere ancora il papà di un adolescente. Io racconto, li guardo negli occhi i ragazzi e ognuno di quegli sguardi a volte stupiti, a volte addolorati ma sempre intrisi di vita, mi consente di arrivare ad Alessandro». Ascolto in silenzio perché c’è poco da aggiungere. Nello e Katia restano i genitori di un giovane che non potranno mai vedere diventare uomo. Rimarranno per sempre la mamma e il papà di un adolescente. Nella loro vita da quasi un anno è arrivata Azzurra. Questa bimba bella come il sole e con il pepe addosso l’hanno fortemente desiderata. «Lei – mi dice Nello – è il motivo per cui ancora mi è possibile aprire gli occhi la mattina e continuare ad affrontare la vita». Sapevo che sarebbe stata una giornata complicata, ma noi che ogni giorno lavoriamo al progetto #cuoriconnessi siamo certi che la strada della narrazione, se fatta in maniera corretta e onesta, rappresenti la maniera più concreta per seminare e far comprendere che di parole si può morire. Non dimentichiamolo mai questo concetto: di parole si può morire. Finalmente raggiungiamo l’abitazione di amici di Katia e Nello. È un luogo bellissimo e immerso nel verde, sembra impossibile che il paese sia proprio lì a due passi. C’è silenzio, ci accomodiamo in una sala a pian terreno che si affaccia sulla piccola strada che costeggia un torrente. Ci prendiamo un caffè e poi inizio a fare domande nel tentativo di comprendere bene la dinamica di questa storia devastante. Nello quando parla prende tempo, cerca le parole giuste, quelle che riescono a raggiungere l’essenza delle cose. «Io, Luca, penso che in ogni ragazzo ci sia qualcosa che rimane al buio, nascosto a tutti. Alessandro è stato bravo a mascherare, eppure sarebbe bastato poco, una parola in più, un segnale più chiaro e magari oggi non saremmo qui a discutere di un ragazzo di tredici anni che si è tolto la vita». Ha bisogno di qualche attimo di silenzio Nello. Non c’è niente di facile quando si parla di un figlio che non c’è più. Penso alle sue parole. Proprio vero, in ogni adolescente c’è sempre un “non detto” nascosto all’intero universo. Il “non detto” è zavorra e dolore, il “non detto” appesantisce la propria esistenza e quella degli altri. Possiamo essere abili prestigiatori e nascondere quel “non detto” in qualche angolo del cuore, tenerlo lontano da tutti ma non da noi stessi. Siamo prestigiatori, non dei maghi, perché solo una magia potrebbe essere capace di sciogliere quel dolore sordo che batte tra stomaco e cuore. A dire il vero una magia per sconfiggere quel buio esisterebbe pure. Eccome se esiste. Si chiama dialogo. Ha il volto delle parole che quasi tutte d’un fiato possiamo condividere con un altro essere umano. Poi si sta meglio, stremati ma più leggeri e soprattutto non più soli. Alessandro non è riuscito a compiere questa magia. Nello e Katia non hanno potuto nulla contro le frecce avvelenate che nel silenzio più totale erano state scagliate contro il loro figlio. Alessandro, quello che sorrideva sempre, che amava il basket e l’Inghilterra, che sognava di studiare all’estero e che soprattutto rispettava gli altri, non ha retto, anima delicata e fragile come il cristallo. Katia racconta che Alessandro era il figlio che ogni mamma desidera. «Era dolce, intelligente e profondo – racconta Katia – quando rientravo a casa dopo una giornata di lavoro e ci trovavamo assieme, tutto sembrava avere un senso. Era il centro della nostra esistenza. Avevamo una complicità forte e quando doveva avanzare qualche richiesta al papà io puntualmente rappresentavo il passaggio preliminare». Katia dice queste cose accompagnandole con un accenno di sorriso. Solo un accenno lieve, nulla di più. Ascolto rendendomi conto che le parole di quella mamma sono obiettive, sincere e non distorte dal dolore o dal troppo amore nei confronti di Ale. Lui era semplicemente quello che con poche parole mi ha saputo descrivere. «Oltre che essere un papà – aggiunge Nello – ho sempre cercato di essergli amico. Tra un padre e un figlio ci sono mille maniere per dirsi ti voglio bene senza neppure pronunciarle, quelle parole. Cucinavo per lui perché anche Ale era un appassionato di cucina e amava la pasta più di ogni altra cosa, poi la passione per le moto, il mare e soprattutto la sua felicità nel condividere tante esperienze assieme a noi, la famiglia era veramente centrale nella sua esistenza. Aveva tutto ma abbiamo cercato di dare sempre peso, qualità e misura alle nostre azioni, e questo faceva la differenza. Non era pretenzioso, tutt’altro. C’era però una cosa a cui teneva particolarmente, la tecnologia. Era proprio appassionato. Se voleva un nuovo smartphone non era per seguire la moda, ma perché era affascinato dalle innovazioni che avrebbe potuto utilizzare». Inevitabilmente gli domando quale fosse il rapporto di Alessandro con i social e Nello mi risponde che era soprattutto Instagram la piattaforma su cui amava trascorrere del tempo, esattamente come la grande maggioranza degli adolescenti. Siamo giunti al punto cruciale, cerco di capire in maniera più precisa che cosa sia accaduto. Katia mi racconta che Ale spesso le confidava di avere pochi amici. «Considerava il suo gruppo estremamente chiuso, rigido e distante dalla sua trasparenza. “Non sono empatici mamma”. Quante volte me lo ha detto. Lui aveva una predilezione per stare accanto agli esclusi, a quelli che per una serie infinta di motivazioni venivano emarginati da quella comitiva. Spesso mi ripeteva una frase che oramai è parte della mia vita: Mamma, il libro non si giudica mai dalla copertina. E adesso mi ritrovo a comprendere pienamente la sua profondità, perché certi concetti è lui ad averli trasferiti a me. Questo era Alessandro». E come doveva sentirsi Alessandro quando veniva massacrato nelle chat? Quando lo emarginavano. Quando lo aspettavano all’uscita della scuola per prenderlo a spintoni e addirittura minacciarlo con un coltellino? Sono riflessioni che Katia condivide senza prendere fiato perché non può soffermarsi troppo sopra queste schegge di dolore. Quello che hanno fatto ad Alessandro va attraversato di corsa esattamente come quando si cammina sui carboni ardenti. «L’ultimo anno scolastico – racconta Nello – Ale veniva preso continuamente in giro ed è difficile capirne le motivazioni. Probabilmente un vero motivo neppure esiste. La sua solarità, il suo essere diretto e disponibile, la sua gioia di vivere evidentemente ad alcuni non piacevano. Invidia? Semplice cattiveria? Ignoranza? Forse un insieme di tutto ciò. Resta il fatto che sia fisicamente che attraverso le chat, ad Alessandro hanno fatto molto male. Era provato e turbato e poi la goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata sul finire dell’estate del 2022». Prende fiato Nello, gli domando quale sia stata la famosa goccia capace di condurre Ale verso quel gesto estremo. «Una ragazza si è inventata una gravidanza, una messa in scena ben architettata che poi è stata anche confermata dagli inquirenti in sede di indagine, capito cosa è accaduto? Gli ultimi tre o quattro giorni di Alessandro sono stati un calvario. Lui si è tolto la vita pensando che quella fosse la verità». Katia ascolta e aggiunge: «Mi sono chiesta infinite volte per quale motivo Alessandro, vista la nostra complicità, non abbia trovato la forza di condividere quel suo stato d’angoscia. Ho seguito tutte le indagini e, in certi momenti, ho tentato di spogliarmi dal mio ruolo di mamma osservando la vicenda con gli occhi di avvocato, visto che è la mia professione. Aprire le chat e leggere tutti i messaggi crudeli che riceveva mi è stato utile per comprendere meglio la profondità della sua sofferenza. Mi è crollato il mondo addosso. Sai Luca, se questa cosa è successa a noi che con nostro figlio avevamo un rapporto profondo e intenso, cosa può accadere quando tra genitori e figli si è scavato un solco e non si comunica? Ci penso spesso a questo aspetto». Non basta essere consapevoli che condividendo un dolore si può stare meglio, non è sufficiente stilare un decalogo dei buoni comportamenti, bisogna andare oltre. Ci vuole coraggio. È una personalissima sfida con sé stessi che non prevede tonalità neutre. O si vince o si perde. Alessandro nonostante una bellissima e attenta famiglia ha perso. E allora diventa fondamentale che queste righe possano trasformarsi in uno specchio, in una grande opportunità per uscire dalle sabbie mobili del silenzio che continua a rappresentare il nostro peggior nemico. Abbattere il muro. Basta una spallata decisa e lui crolla, ma spetta solo a noi il compito di farlo. Il primo passo deve essere il nostro. Nessun dubbio in merito. Con Katia torniamo ad affrontare il tema della falsa gravidanza e i tanti interrogativi che circondano questa vicenda. «La vicenda della falsa gravidanza è stata l’ultimo tassello del puzzle. Ha rappresentato il colpo di grazia. Dico sempre che bisogna distinguere le due strade. Da una parte ci sono stati il bullismo e il cyberbullismo con le chat in cui gli scrivevano “ucciditi”, “sei un gay” e tanto altro. Poi c’erano le minacce fisiche e infine la storia perfida della gravidanza inventata. La ragazzina a volte gli scriveva che era tutta una finzione e che era un’attrice bravissima per poi tornare a confondergli la mente, confermando di essere incinta. Alessandro la supplicava di smetterla, le diceva di essere stanco, molto stanco e di non farcela più. Prima di compiere quel gesto terribile lui lo preannuncia alla ragazza, spiegandole che non avrebbe mai potuto dire ai suoi genitori che a soli tredici anni sarebbe diventato padre. La pressione psicologica che hanno esercitato su di lui è risultata insostenibile». Difficile ascoltare questo racconto così spietato e quasi surreale, anche perché le indagini hanno confermato che un adulto ha avuto un ruolo importante nella creazione di questa grande menzogna. Nel frattempo, mentre parlavo con Katia, Nello è andato a recuperare dall’asilo nido Azzurra. Sorride la sorella di Alessandro e sicuramente crescendo avrà modo di conoscerne l’anima pulita e fragile. Nello racconta che quando gli occhi di Azzurra cadono su un’immagine di Alessandro, lei sorride immediatamente. Non è un caso, dice Nello, e che non sia un caso lo dico anche io. «Ancora adesso io penso sia solamente un brutto sogno – mi dice Katia – non riesco ancora a credere che il sole possa splendere senza di lui. Spesso mi sveglio la mattina e immagino che Ale sia come sempre nella sua stanza. Con il suo sorriso, la sua voglia di vivere, la sua sensibilità estrema che lo rendeva speciale». In mezzo a tante incertezze emerge una sola verità. Il vuoto lasciato da Alessandro non sarà mai colmabile, ed è per questo che quando ci salutiamo avverto un profondo senso di incompiutezza. Ci sono troppe questioni destinate a rimanere senza una vera risposta. Sarebbe bello poter trarre delle conclusioni ma io, personalmente, non ne sono all’altezza, lascio questo compito a voi che avete inseguito queste parole fino all’ultima pagina. All’ultima riga. Provateci. Fatelo per Nello, per Katia e soprattutto per Alessandro, il ragazzo che ha insegnato alla mamma che i libri non si giudicano dalla copertina.

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