La storia di

un papà in divisa

Il racconto di Giuseppe, Sovrintendente della Polizia di Stato, che da anni opera per contrastare i reati commessi online. Una testimonianza fondamentale per comprendere meglio quanto sia estesa la rete dei pedofili che amano muoversi nell'oscurità della rete. Veri e propri cacciatori sempre in cerca di nuove prede.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

«Aiutare chi ha bisogno non è solo parte del dovere, ma anche della felicità».
(José Martí)

Terminato l’incontro, io e Giuseppe riusciamo finalmente a ritagliarci almeno una mezz’ora tutta per noi. Poter raccogliere la sua esperienza mettendola a disposizione di #cuoriconnessi rappresenta una grande opportunità e io, approfittando della sua disponibilità, non mi lascio sfuggire l’occasione. Ci parliamo camminando tra un numero imprecisato di ragazzini tutti diversi e tutti uguali, taglio di capelli alla Geolier, tatuaggi che spuntano un po’ dove capita e soprattutto un’energia che riempie l’aria. Sono molte le cose che devo chiedergli, ad esempio come è cambiata la sua vita da quando ha iniziato ad occuparsi di pedo pornografia. Terreno infido e ricco di insidie. Giuseppe indossa una divisa ma è anche papà di due adolescenti e forse la paternità lo ha reso ancora più sensibile di fronte a certi temi. Sensibile, non vulnerabile, perché chi fa il suo lavoro non può permettersi cedimenti. Innanzitutto, Giuseppe mi spiega che non è facile gettarsi alle spalle i casi più drammatici, e allora quelle brutte storie se ne restano lì, a galleggiare tra stomaco e cuore in attesa che il tempo le renda sopportabili. In Polizia ci si prepara anche a queste eventualità, perché il dolore non deve mai prendere il sopravvento. Continuare ad essere i padroni della propria mente, questo è fondamentale. Giuseppe è entrato in Polizia nel 1999 e poi, dopo tre anni in cui ha iniziato a formarsi, nel 2002 ha fatto il suo ingresso nella grande famiglia della Polizia Postale. Ben tredici anni li ha trascorsi a Firenze e infine il passaggio a Napoli, la sua regione visto che è nato ad Avellino. Giuseppe è un uomo imponente, calvo e con un pelo di barba grigia che emana saggezza. Un paio di occhiali da vista dalla montatura leggera rendono il suo sguardo ancora più profondo e sempre pronto a incrociare quello degli altri. Siamo sempre meno abituati a intercettare lo sguardo altrui, eppure una semplice occhiata a volte può raccontarci più cose di quanto possiamo immaginare. Poi c’è la sua voce calda e avvolgente che trasmette tranquillità e fermezza. Quando Giuseppe parla dice sempre qualcosa, non concede spazio alla retorica e alla banalità. Chissà quante volte quel tono così impregnato di umanità è stato utilizzato per consolare genitori disperati o ragazzi smarriti. Chissà quante volte quella voce decisa è servita per incastrare chi aveva scelto di nutrirsi delle vite altrui. Quando fece il suo ingresso nella Polizia Postale, il mondo tecnologico era ancora agli albori, nessuna intelligenza artificiale si era ancora infilata nel nostro quotidiano e la nomofobia (timore ossessivo di non essere raggiungibili allo smartphone e relativa dipendenza dallo stesso) sembrava essere un fenomeno transitorio. L’era del “cellulare” utilizzato essenzialmente per telefonare e poco altro stava inesorabilmente cedendo il passo all’avvento dello smartphone. L’inseparabile compagno di viaggio che troppo spesso da buon amico finiamo con il trasformare nel nostro padrone. Proprietario unico del nostro tempo e delle nostre azioni, un capo capace di sfilarci da sotto gli occhi il sapore della vita vera, quella fatta di abbracci, lacrime, risate, vento, profumi e tanto altro. Al tempo in Polizia si lavorava utilizzando gli hard disk o i pc, archeologia tecnologica, poi lo sviluppo del digitale ha improvvisamente preso velocità travolgendo e sconvolgendo il mondo intero. Giuseppe mi spiega che ai tanti prodigi tecnologici che hanno contribuito a rendere migliori le nostre esistenze si sono aggiunti effetti collaterali che spaventano e che “indossano” nomi un tempo sconosciuti: revenge porn, phishing, sextortion, cyberbullismo, hackeraggio dei profili social, fake news, pedo pornografia e molto altro. La necessità di mantenere il passo è divenuta un fattore prioritario e per la stessa Polizia Postale gli aggiornamenti sono quasi quotidiani, anche per queste motivazioni è nato il Commissariato di Polizia Online e sono stati creati i COSC, e cioè i Centri Operativi per la Sicurezza Cibernetica. Di mese in mese il lavoro di Giuseppe si è affinato, la sua naturale predisposizione per le indagini legate ai reati commessi online lo ha portato ad acquisire una competenza sempre più specifica e poi l’ulteriore passaggio ai casi di pedo pornografia. Strano destino, questo percorso è iniziato proprio quando Giuseppe è diventato papà. Da quel momento sono trascorsi molti anni, oggi lui è un veterano ma a certe cose, ci tiene a dirlo, non sarà mai possibile abituarsi, per questo il supporto psicologico è un necessario compagno di viaggio. A volte il suo lavoro gli impone di entrare all’interno di una terribile commedia che richiede tempo e pazienza. Si chiamano azioni under cover o sotto copertura, naturalmente sono indagini autorizzate dalla Procura e sono sempre estremamente pesanti. Spesso per scoprire un traffico di materiale pedo pornografico è necessario fingersi uno di loro. Simulare di avere gli stessi gusti e condividere le stesse perversioni. È fondamentale guadagnarsi la fiducia del branco evitando di destare il benché minimo sospetto, perché è sufficiente un mezzo passo falso per mandare in fumo un’operazione avviata da mesi o addirittura da anni. Quante volte gli investigatori della Polizia Postale si sono finti un minore, quante volte si sono dovuti immedesimare in un bambino, scrivendo, ragionando e agendo esattamente come se quella fosse realmente la loro età anagrafica. Il tutto per riuscire a intercettare quanto di peggio si muova nell’oscurità della rete. Giuseppe ci ha concesso la possibilità di accedere al suo universo e soprattutto ci ha regalato una storia, una delle tante, iniziata come spesso accade con un genitore disperato che ha varcato la porta del COSC per chiedere aiuto e soprattutto trovare conforto. La storia di Genny e Ciro È un giorno come tanti altri quando Giuseppe entra nel suo ufficio del COSC di Napoli. Sulla scrivania i soliti faldoni. Ognuno racconta una storia diversa. Altrettante storie sono racchiuse all’interno di file che riposano protetti all’interno del computer. Non esistono due storie identiche tra loro ma allo stesso tempo ripropongono tutte la stessa sfida: il bene contro il male, l’illegalità contrapposta alla legalità. Buio e luce. Ci sono volti, voci, occhi, lacrime e pure qualche sana risata liberatoria all’interno di quelle pagine e di quei file che apparentemente sembrano non possedere anima. È circa metà mattinata quando un collega introduce nell’ufficio di Giuseppe una signora piuttosto giovane che indossa dei jeans scoloriti e una felpa azzurra, potrebbe sembrare una ragazza come tante invece è la mamma di Gennaro detto Genny, tredici anni, capelli rasati sulle tempie e un amore folle per il Napoli. Genny è uno sportivo, un adolescente solare che ha gli occhi vispi e più neri del carbone, ma qualcosa ultimamente non sembra andare come dovrebbe. È stata proprio Anna, la mamma, ad essersi accorta di una strana relazione che Genny sembra aver intrapreso con una coetanea. Nulla di fisico, al momento è solo una relazione densa di parole ma confinata al mondo digitale. Sembra che tra i due ci sia stato anche qualche scambio di foto intime e ciò è stato più che sufficiente per far insospettire Anna. Genny sostiene che non ci sia nulla di male, è affascinato da questa “entità” che riesce sempre a regalargli le parole giuste. Anna non lo ha contrastato con troppa determinazione temendo di peggiorare ulteriormente la situazione, è una mamma giovane e intelligente e allora consegna a Giuseppe un hard disk sul quale è riuscita a caricare le chat contenenti i dialoghi tra Genny e la ragazza ed anche alcune foto piuttosto compromettenti. Ovviamente ha agito di nascosto per evitare di scontrarsi con suo figlio, Genny una cosa del genere non l’avrebbe mai accettata. È molto preoccupata Anna, e come al solito Giuseppe riesce a trovare le parole giuste per farle comprendere che da questo momento non sarà mai più sola. Lui la solitudine di certi genitori ha imparato a leggerla nei loro occhi senza bisogno che neppure aprano bocca e gli occhi di Anna assomigliano a quelli di un cerbiatto spaventato nel mezzo di un bosco. Le foto che Anna consegna alla Polizia, ritraggono una ragazzina che sostiene di chiamarsi Rosella, ha il volto pulito e sorridente di una qualsiasi tredicenne e forse risulta anche “troppo perfetta”. Istinto ed esperienza dicono a Giuseppe che effettivamente qualcosa non quadra all’interno di quella relazione apparentemente pulita e priva di secondi fini. Non allarma Anna, anzi, la gratifica dicendole che è stata molto brava, in quanto grazie al suo sguardo attento è riuscita a intercettare una situazione piuttosto delicata e potenzialmente pericolosa. Ad Anna quelle parole fanno bene, contengono il sapore delle cose buone, emanano una luce che da qualche tempo sembrava averla abbandonata. Seguendo le indicazioni di Giuseppe, Anna sporge denuncia contro ignoti, il colloquio prosegue ancora per qualche minuto e poi Giuseppe la saluta dicendole che in tempi brevissimi avrebbe deciso come procedere. La tempestività in queste operazioni rappresenta uno degli elementi centrali e allora Giuseppe inforca gli occhiali e si tuffa sul display per studiare le frasi che Genny e Rosella si sono scambiati in questi ultimi due mesi. No, qualcosa non va. Genny è un tredicenne e ricorre a frasi tipiche di quella età, Rosella invece utilizza un linguaggio troppo diretto che non segue la logica di un’adolescente. Qualcosa stride e la sua lunga esperienza gli è d’aiuto. In certi attimi la concentrazione deve essere totale, bisogna analizzare persino le virgole, è necessario intuire, immaginare e poi comprendere come agire. Tra le varie foto che i due si sono scambiati ve ne sono alcune di natura intima e dai contenuti sessualmente espliciti. La mattina successiva Anna torna a trovarlo, si prendono un caffè e poi la mamma aggiunge nuovi particolari mettendo al corrente Giuseppe di essersi confrontata con Genny, il quale ha cominciato a capire che forse Rosella non è chi dice di essere, così a sua volta Genny ha parlato con Ciro, un suo amico di palestra, e lo ha convinto a raccontare ai propri genitori di aver intrapreso anche lui una relazione virtuale con una ragazza quattordicenne. Genny spera ancora che si tratti di un errore ma le parole di sua mamma gli sembrano sensate e comincia a sospettare che davvero qualcosa non quadri ed è così che anche i genitori di Ciro decidono di presentarsi al COSC. «Mio figlio ancora è incredulo – racconta Anna a Giuseppe – sul fatto che dall’altra parte del display potrebbe non esserci Rosella, ma addirittura un adulto. Non gli ho parlato di pedofilia, comunque lui sembra che finalmente abbia compreso che potrebbe essere stato ingannato». Giuseppe il giorno stesso incontra anche la famiglia di Ciro e la situazione inizia a delinearsi in maniera sempre più nitida. La dinamica delle storie dei due ragazzi è sovrapponibile, sembra quasi un copia e incolla. I genitori di Ciro si rivelano estremamente collaborativi e alla fine il ragazzo, rassicurato dai familiari, finalmente trova il coraggio di raccontare la storia per intero. Non è facile, piange e poi con grande vergogna ammette di aver scambiato il suo materiale intimo con la ragazza. Secondo lui però la pedo pornografia non c’entra nulla perché Barbara, la ragazza sostiene che quello sia il suo nome, esiste veramente. Il ragazzo è confuso, stenta a credere, esattamente come Genny, di essere stato raggirato, difficile accettarlo anche per una comprensibile questione di orgoglio. Giuseppe non lo smentisce, assieme ai genitori si limita a tranquillizzarlo, gli spiega che è soprattutto interessato al materiale che gli ha inviato la ragazza e non a quello che lui ingenuamente le ha inoltrato. Gratitudine. Questa è la sensazione che Ciro prova nei confronti di quegli uomini in divisa che lo stanno aiutando senza esprimere giudizi. Si sente sollevato e persino sereno quando mostra le foto che aveva riposto in una cartella. Nelle immagini la ragazzina si mostra completamente nuda e in pose provocanti che non sembrano certo figlie dell’improvvisazione. In tempo reale Giuseppe e un collega scoprono che le foto sono state scaricate da internet. Purtroppo, pensa Giuseppe, il presunto pedofilo è riuscito comunque ad ottenere ciò che voleva e cioè del materiale pedo pornografico legato a Ciro e probabilmente anche a Genny. Ora per riuscire a risalire all’identità dell’uomo, perché è quasi assodato che di questo si tratta, è necessario ricorrere alla collaborazione dei genitori di Genny. Risulterà infatti fondamentale mantenere il contatto con il presunto pedofilo, in modo di avere il tempo necessario per scovare una traccia informatica che sia in grado di condurre gli investigatori a una utenza telefonica. Giuseppe è conscio che il tempo a disposizione non sarà poi molto, una cosa però lo rende ottimista, il presunto pedofilo non sospetta nulla e sembra intenzionato a voler entrare in possesso di ulteriore materiale pedo pornografico. L’obiettivo del ragno è quello di tessere e la ragnatela ancora non è stata ultimata. La strategia funziona, Genny e la mamma nei giorni successivi sono bravissimi nel temporeggiare mantenendo sempre attiva la chat, anche se le risposte ai messaggi della finta Rosella sono quasi sempre piuttosto evasive. Quel percettibile raffreddamento del rapporto rende il presunto pedofilo insofferente e lo porta ad accelerare i tempi. Per lui il pensiero che la preda possa sfuggirgli è quasi insostenibile. Improvvisamente la svolta. È fatta!!! Gli investigatori hanno finalmente recuperato l’utenza telefonica! Arrivano anche a identificare il titolare di quel numero che corrisponde ad un uomo anziano che convive con due figli adulti, ora bisogna riuscire a comprendere chi all’interno di quel nucleo familiare stia fingendo di chiamarsi Rosella. Come fare? Giuseppe ha un’idea, attraverso i social verifica se un membro di quella famiglia sia presente tra i contatti di Genny e anche di Ciro ed è così che si arriva a piazzare il tassello decisivo dell’indagine. Tra i contatti dei due ragazzi figura il figlio più giovane dell’anziano, ha quarant’anni ed è il custode della palestra che frequentano Genny e Ciro. Probabilmente dietro a Rosella ed anche a Barbara, come sostiene di chiamarsi la presunta quattordicenne che chatta con Ciro, si nasconde dunque questo soggetto quarantenne. È tempo di entrare in azione. Sono le sei di un’afosa mattina di primavera quando Giuseppe ed i suoi colleghi della Polizia Postale premono il campanello dell’abitazione del presunto pedofilo. Fanno il loro ingresso nell’appartamento e si trovano di fronte a una realtà sconvolgente fatta di disagio e sporcizia accumulata negli anni, le condizioni sono terribili al pari della puzza che aleggia nell’unica stanza umida dove vivono tutti assieme. Neanche a farlo apposta il pc è acceso e collegato a Internet. Il figlio quarantenne, nonostante l’ora, stava scaricando qualcosa dal web, Giuseppe e i colleghi sono in possesso di un decreto di perquisizione locale, personale e informatica. Sequestrano tutto il materiale informatico e contestualmente scoprono un ingente quantitativo di video e foto a sfondo pedo pornografico. L’uomo non oppone resistenza e viene subito arrestato per detenzione e diffusione di materiale pedo pornografico. Nei giorni successivi gli investigatori hanno poi scoperto che l’uomo, esattamente come con Ciro e Genny, aveva intessuto rapporti con tantissimi altri adolescenti. Tutta l’attività investigativa è stata impostata sulle analisi dei file multimediali mentre per identificare foto e video si è ricorsi a tecniche particolari e a software di digital forensic, l’insieme di queste azioni viene definito analisi forense. Poi una bella scoperta. Fortunatamente le foto compromettenti che ritraevano Ciro non erano ancora divenute merce di scambio con altri pedofili o con persone che traggono profitti da questo genere di mostruose attività. Esisteva dunque la concreta possibilità che quelle immagini non fossero mai “uscite” dal pc del custode. Una fortuna, perché come sappiamo benissimo, tutto ciò che termina in rete, non potrà mai più essere eliminato. Quando Giuseppe racconta lo ascolto senza perdermi neppure una parola. Mi spiega che quell’uomo con ogni probabilità mirava esclusivamente ad entrare in possesso di materiale pedo pornografico, era lì che terminavano i suoi intenti. Giuseppe si fa serio, prende tempo, poi mi dice che esistono altri profili criminologici, ad esempio c’è chi detiene quel genere di video e di foto esclusivamente per scopi commerciali, altri sono interessati esclusivamente all’incontro di persona. Ecco che allora gli scenari diventano più cupi, si entra in un’altra dimensione, quella che Giuseppe ha dovuto affrontare più volte nell’arco della sua lunga attività. «Anche il gaming è molto utilizzato per avvicinare i ragazzini. Il pedofilo cerca poi di portare la vittima su qualche altra piattaforma dove non ci sono altri utenti. – mi spiega Giuseppe – Infine, Luca, esiste il fenomeno della sextortion, e cioè una volta che con l’inganno ho ottenuto del tuo materiale compromettente, passo a ricattarti». Siamo arrivati quasi al termine della nostra conversazione, ma capisco che Giuseppe ha altri consigli importanti da regalarci e continuo ad ascoltarlo senza battere ciglio. «I ragazzi, caro Luca, devono essere consapevoli dei rischi e delle trappole che sono disseminate all’interno dell’universo online, è necessario che valutino con attenzione ogni singola parola che inviano e che ricevono, in quanto non possiamo mai sapere con chi stiamo chattando. Il dubbio deve essere sempre un nostro alleato e soprattutto non bisogna mai condividere nulla. A volte questi soggetti non si fingono neppure dei minori, si presentano per ciò che sono realmente e iniziano una lenta opera di manipolazione, magari convincono il ragazzo che i genitori lo trascurano e non lo comprendono. Nella loro azione manipolatoria riescono a guadagnarsi la fiducia della vittima lusingandola, gli raccontano che vale molto più di quanto possa immaginare, entrano in profonda empatia. Possono trascorrere mesi prima che tali soggetti avanzino richieste esplicite di immagini pedo pornografiche o proposte d’incontro. Sono bravi manipolatori e tra l’altro l’intelligenza artificiale ha peggiorato le cose. Oggi io prendo la tua foto e ti spoglio. Possiamo modificare voci, volti. Questa è la realtà». Rimaniamo in silenzio, vorrei ringraziarlo perché Giuseppe mi ha fatto comprendere nuovi aspetti del fenomeno ed è gratificante poterli trascrivere su questo libro. Gli domando un ultimo paio di cose: «Come ti senti quando si risolve positivamente un caso? E come va con i tuoi figli adolescenti». Giuseppe prima di rispondere sorride. «Vedi Luca, quando si risolvono i casi non ti senti un super eroe oppure chissà cosa. Sei sereno perché hai fatto bene il tuo lavoro, niente di più. Per quanto riguarda i miei figli, cerco di trasmettere loro la consapevolezza, il senso del limite, la capacità di intuire le situazioni potenzialmente pericolose. A casa ci sono orari da rispettare, ad esempio niente smartphone dopo cena, mentre le videochiamate di gruppo con amici, se fatte da casa, le effettuiamo solo a telecamera spenta. I miei figli devono parlare con me appena hanno la sensazione che sia accaduto qualcosa di anomalo. Non importa quanto possa sembrare banale l’accaduto, ma devono parlarmene subito. La mia non si chiama “fissazione” ma “prevenzione”, l’esperienza mi ha insegnato molto in merito. Comunque, non è semplice, specialmente con la piccola che ha iniziato a usare il tablet in maniera intensiva durante il lockdown. C’è tanto da fare caro Luca, ma noi siamo qui per questo».

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