La storia di

Veronica

Lo so, la paura paralizza, ma è necessario vincerla perché da soli è impossibile pensare di superare certi ostacoli. La mia storia voglio che vi sia d’aiuto nel momento del bisogno. Se accadrà tutto questo, vi garantisco che avrete ripagato l’enorme sforzo che ho dovuto compiere per raccontarmi.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

«Chi agisce li chiama scherzi online.Chi li subisce le chiama tragedie.»

Addormentarsi innamorate e svegliarsi innamorate. Prima dei miei quindici anni non avevo mai vissuto un qualcosa del genere e devo ammettere (con poca originalità) che non esistono parole per descrivere questa sensazione. 

«Quando ami qualcuno, lo ami così com’è e non come vorresti che fosse.» Lo scriveva Tolstòj che è stato uno scrittore russo importante. Mi è sempre piaciuto tuffarmi tra i classici della letteratura. Nei personaggi descritti da questi grandi autori c’è un qualcosa di eterno che mi aiuta a comprendere meglio tanti aspetti della vita. Spesso dai compagni di scuola venivo presa in giro per questa mia passione, mi dicevano che era una cosa da vecchio oppure, cosa ancora più frequente, venivo totalmente ignorata, mi consideravano un semplice ornamento della classe al pari di un banco o un attaccapanni. Ogni tanto ho provato a spiegare che certi testi classici erano più moderni di molte cose che loro consideravano moderne, ma era tempo sprecato. Stefano, questo è il suo nome, invece aveva compreso perfettamente la mia sensibilità, era andato oltre alle apparenze. Non era un gran lettore, ma almeno non si permetteva di giudicare. L’amore tra me e Stefano per dirla con un linguaggio di oggi era basato sull’universo online, quindi sulle parole, sui messaggi più o meno lunghi che ci siamo scambiati per un paio di mesi scarsi. 

Un amore platonico ma intenso. Vivevo nella costante attesa di quel beep che anticipava una sua parola o anche una semplice emoticon. Avevo sete delle sue frasi e quando trascorreva più di un giorno senza nulla, subentrava la paura che tutto fosse finito. Scusatemi se ricorro ancora alla letteratura, ma in fin dei conti stavamo vivendo un romanzo epistolare, penso a I dolori del giovane Werther di Goethe o a Storia di una capinera di Giovanni Verga. Anche attraverso una chat personale due ragazzi possono scriversi cose profonde, e io le chiamerei lettere d’amore. Non credo ci sia nulla di male! Penso a John Keats, il poeta dell’anima. Se vi capita, leggete qualcosa di lui, anzi, fatelo accadere e non ve ne pentirete. Keats scrisse una lettera alla sua fidanzata Fanny e quel testo resta per me un qualcosa di unico. Il poeta dice: «potrei essere un martire per la mia religione, la mia religione è l’amore, potrei morire per questo. Potrei morire per te. Il mio credo è l’amore e tu sei mio unico dogma.» Quelle parole mi hanno sempre trasferito il senso della potenza dei sentimenti.

Vi sembro già una sfigata? Una che vive in un mondo lontano dalla quotidianità? Beh, per Stefano non lo ero e questo per me significava tutto. In quel periodo, ciò che non riguardava me e Stefano mi appariva come un qualcosa di sfocato e privo d’importanza. Eravamo noi al centro di tutto. L’aspetto positivo di un amore virtuale è che puoi viaggiare liberamente con la fantasia e questo amplificava le mie emozioni. A scuola nessuno sospettava nulla, era il nostro segreto.

Mi chiamo Veronica, ancora non lo avevo scritto. Provengo da una famiglia dove i soldi non abbondano, in compenso siamo ricchi d’amore e di passione per la cultura. Mamma si è sempre occupata di casa mentre papà è professore di italiano alle scuole medie, quelle che adesso chiamiamo secondarie di primo grado. La letteratura per lui è un punto fermo, pensate che a casa nostra la televisione non ha mai preso il sopravvento su nulla. Ricordo una serie lunghissima di serate in cui papà si accomodava sul divano e mi leggeva pagine e pagine. Io lo ascoltavo e mi trovavo a viaggiare seguendo le sue parole. Le pagine di un libro sono ali di carta. Anche mamma è una grande lettrice, anche se predilige la musica classica. Sono figlia unica e forse anche per questo ho assorbito maggiormente il loro modo di interpretare la vita. Le loro attenzioni si sono sempre concentrate su di me. Nulla di maniacale, ci mancherebbe, però certi valori hanno iniziato a inculcarmeli sin da bambina. Il mio primo telefonino l’ho avuto al termine delle scuole medie, mentre nella mia classe c’era chi aveva iniziato a usarlo sin dalle elementari. 

Non ero presente sui social e spesso i professori esasperati da quel movimento sotterraneo di smartphone che avveniva sotto i banchi, mi citavano come esempio. Quelle lodi contribuivano a non farmi amare dal resto della classe e mi rendevo conto che per la maggior parte dei compagni quella sfigata ero io. 

Alle medie faticavo a entrare nelle conversazioni con le altre ragazze; mi sarebbe piaciuto, ma non ero padrona degli argomenti che animavano quelle chiacchierate. Non avevo lo smartphone, zero Instagram, non avevo idea di cosa fosse un reality televisivo, non conoscevo le storie dei vip e non vestivo alla moda. O meglio, ho sempre trovato assurda l’idea di spendere il doppio dei soldi in cambio di una firma appiccicata su un vestito. Eppure per molte mie compagne tutto questo sembrava rappresentare una questione di vita o di morte. Io ero distante dai loro discorsi e loro mi consideravano un’invisibile. Già, l’invisibilità.

Alla fine mi ero abituata e sentirmi trasparente, eppure non mi sono mai sentita quella sbagliata, non ho mai pensato di documentarmi su come usare i filtri dello smartphone e ritoccare le foto pur di avere un argomento in comune. Io diventavo utile e preziosa solo per far copiare i compiti e svolgere i lavori di gruppo. Quello era il mio ruolo, una specie di salvavita della classe, la famosa secchiona sempre disposta ad aiutare tutti e a volte senza neppure ricevere un grazie. Per questi motivi la comparsa di Stefano nella mia vita è stata così importante. Quando abbiamo iniziato a scambiarci dei messaggi era appena iniziato il secondo quadrimestre della prima Liceo. Stessi anni, ma sezioni diverse e comunque, essendo il Liceo Classico di una cittadina, ci conoscevamo praticamente tutti. 

Quando iniziai le superiori sperai in un cambiamento: mi ero fatta delle aspettative e sognavo di uscire da quello stato di invisibilità che sembrava accompagnarmi come un’ombra. Le cose invece addirittura peggiorarono. Nella mia classe ritrovai alcune compagne delle medie che mi avevano sempre riservato sorrisini ironici e battute velenose. Loro a volte pensavano che io non mi accorgessi di nulla, invece io capivo al volo quando nella loro chat stavano scrivendo qualcosa di perfido su di me. Non mi sfuggiva niente. Scrivevano e poi mi osservavano con un’aria di scherno. Il terzetto della perfidia era composto da Emy, Isa e Gloria, poi c’era il resto della classe. Alcuni erano apertamente schierati con loro, mentre per gli altri continuavo a non esistere.

Per fortuna avevo la musica. Io ho iniziato a suonare pianoforte all’età di sei anni; nessuna imposizione, fui io a chiederlo a mamma, e anche qui devo ammettere che essere cresciuta ascoltando Chopin mi aveva influenzato molto. Mamma quando ero piccola mi diceva sempre che «l’educazione alla musica ci aiuta a diventare persone migliori.» Al pari delle sue composizioni era la storia di Chopin a rapirmi, quella di un bambino prodigio che si è poi trasformato in una delle icone più rappresentative del romanticismo. 

Magari vi sembrerà strano, ma oggi sono io a sentirmi una vera rivoluzionaria: parlare di Chopin tra coetanei è molto più trasgressivo che ascoltare Sfera Ebbasta o Salmo. Un giorno con papà parlavamo di Achille Lauro e lui mi ha mostrato delle vecchie immagini di Renato Zero. Provocazioni identiche, solo arrivate quarant’anni prima e in un contesto molto più bigotto di quello attuale. Mi ha spiegato che l’arte in fin dei conti è una continua replica di sé stessa. Penso che abbia ragione. A me studiare è sempre piaciuto, per questo l’etichetta di secchiona non l’ho mai digerita. Sono curiosa e attratta dalla conoscenza delle cose e credo che non sia un delitto. Nei miei confronti continuavo ad avvertire quasi un clima di ostilità, forse la mia timidezza veniva scambiata per supponenza, ma io non sono mai stata altezzosa, tutt’altro.

Poi un giorno comparve dal nulla il primo messaggio di Stefano. Mi prese alla sprovvista: «Suoni ancora il pianoforte? Io senza musica non potrei vivere.» Rimasi abbastanza interdetta, perché era interessato a questa cosa? Lui possedeva il mio numero di telefono in quanto avevamo condiviso un lavoro tra classi, ma quelle parole non avevano nulla a che fare con l’attività scolastica. Risposi nella maniera più semplice e diretta: «Si, oramai suono da quasi dieci anni, perché me lo domandi?» Nonostante avesse visualizzato il messaggio mi rispose solo il giorno successivo. 

«Niente. Ero curioso. A me piacerebbe molto saper suonare uno strumento, invece sono rimasto al flauto delle scuole medie!» Da quel momento la nostra corrispondenza cominciò lentamente a intensificarsi e ben presto per me divenne quasi una necessità. Di quell’amico virtuale, giorno dopo giorno, inizia a fidarmi sempre più. Non avevo mai avuto un ragazzo e, cosa che vi stupirà, non lo avevo mai neppure baciato. Vorrei evitare di propinarvi la mia descrizione fisica, personalmente non ho mai avuto problemi nel guardarmi allo specchio e mi sono sempre andata bene così come sono. Certo, non vestivo alla moda, zero piercing e tattoo, i jeans strappati non mi piacevano e solo di rado usavo un filo di trucco, ma non penso che fosse così grave.

Gli scambi di messaggi tra me e Stefano non erano compulsivi, nessuna raffica frenetica di parole e questo li rendeva ancora più preziosi. 

Una sera Stefano mi scrisse poche parole ma molto significative: «Veronica, un giorno suonerai il piano per me?» Risposi quasi di getto: «sarà bellissimo condividere un’emozione del genere. Anzi, sarà fantastico!» Prima di premere il tasto invio, ci pensai un attimo e alla fine aggiunsi un cuoricino. Chissà, forse avevo esagerato, magari lui intendeva semplicemente ascoltare un po’ di musica classica! Dopo pochi secondi mi rispose con un altro cuoricino e forse fu quello il momento in cui iniziai a pensarlo con una intensità del tutto nuova. 

Conservavo gelosamente le frasi che mi scriveva in chat, quelle più romantiche le leggevo e rileggevo mille volte: «Temere l’amore è temere la vita e chi ha paura della vita è già morto per tre quarti»; «Il vero amore è come una finestra illuminata in una notte buia», oppure «L’amore è il nostro vero destino. Non troviamo il significato della vita da soli.» Erano aforismi che trovava su Internet, frasi scritte da personaggi famosi in cui lui diceva di identificarsi. Stefano era dotato di una sensibilità speciale. 

Mi capitava di vederlo durante l’intervallo, mentre si mangiava il solito panino assieme ai suoi compagni e in quelle circostanze, del tutto nuove, mi sentivo come paralizzata!

Sapevo che Stefano giocava bene a pallone ed era considerato un ragazzo tra i più belli della scuola; molte mie compagne di classe, comprese le tre perfide, lo guardavano con ammirazione e dentro me sorridevo al pensiero che nessuna di loro fosse a conoscenza della sua anima sensibile e del nostro rapporto. Forse un giorno ci avrebbero visti parlare assieme o addirittura tenerci per mano, quella sarebbe stata la mia grande rivincita! 

Glielo scrissi in un messaggio che non trovavo la forza di avvicinarmi e lui mi rispose che prima o poi sarebbe accaduto. Spesso gli inviavo degli aforismi legati alla lontananza, al desiderio e all’amore. Cercavo frasi e pensieri che potessero trasferirgli in maniera piena ciò che io stavo provando per lui. Un giorno, cominciai a sfogliare il romanzo Anna Karenina di Tolstòj alla ricerca di una frase che mi aveva molto colpito e alla fine, con grande gioia la ritrovai: «Per l’amore platonico non può esservi dramma perché in un amore simile tutto è chiaro, puro.» Era proprio così che stavano le cose, quelle parole sembravano scritte per noi.

La risposta di Stefano mi colse del tutto impreparata, anche se da tempo speravo che potesse accadere qualcosa di simile: «Domani all’intervallo vediamoci sul terrazzo al terzo piano.»

Un messaggio semplice e diretto, la mattina dopo finalmente ci saremmo parlati e attorno non ci sarebbe stato nessuno. Il terrazzo al terzo piano era sempre chiuso e si trovava in fondo a un breve corridoio di servizio dove non c’erano aule ma, solo un paio di ripostigli. 

Per essere precisi erano passati cinquantuno giorni dal suo primo WhatsApp.

Il giorno successivo le prime tre ore di lezione mi sembrarono infinite. A volte controllare la propria mente è quasi impossibile. La prof di matematica spiegava, ma io non riuscivo a seguirla per più di dieci secondi. Con la fantasia ero già proiettata su quel terrazzo. Componevo e scomponevo la scena cercando di immaginarmi delle possibili sequenze. E se mi avesse baciata? Beh, sicuramente non mi sarei tirata indietro e comunque non avrei certo preso io l’iniziativa. Sarebbe rimasto deluso per la mia inesperienza? Forse no, perché lui sapeva che quella sarebbe stata la mia prima volta. 

Finalmente la campanella. Intervallo. Mi sentivo gli occhi di tutta la classe puntati addosso, uscii dall’aula per ultima in modo di non destare sospetti e mi diressi verso le scale. Come sempre nessuno era interessato ai miei movimenti e una volta tanto la mia invisibilità mi venne in aiuto. Arrivai al terzo piano, potevo benissimo sentire il rumore del cuore che batteva con forza in mezzo al petto e quando imboccai il corridoio deserto intravidi Stefano. Era già lì. Aveva un’espressione seria, molto seria e senza pronunciare una parola aprì la porta finestra. Fummo investiti da una folata d’aria primaverile, non avevo mai visto il nostro paese da lassù, era una giornata limpida e sullo sfondo si stagliava netto il profilo delle cime appenniniche. «Veronica, io devo parlarti.» Rimasi in silenzio, ma in una frazione di secondo compresi che nulla sarebbe andato come avevo immaginato.

Tra i mille scenari che mi ero prefigurata, quello che stava per accadere non era contemplato. Con un filo di voce aggiunsi: «Parla pure. Ti ascolto.» Stefano teneva la testa bassa fissando un punto imprecisato del pavimento, deglutì rimanendo in silenzio per qualche attimo e poi finalmente trovò la voce: «Veronica, sono stato un cretino e mi vergogno. Prima di tutto voglio chiederti scusa perché doveva essere solo un gioco. Un gioco del cavolo, ma senza l’intenzione di fare male a nessuno. Io sono un cretino, lo ripeto, perché ho dato retta a Emy, Gloria e Isa che hanno voluto fare questa cazzata. Mi sono prestato come un imbecille. Veronica, è stato uno scherzo, a volte i messaggi li scrivevo io e a volte loro perché mi prendevano lo smartphone, ma adesso io non me la sento più di portare avanti questa roba. Tu l’hai presa sul serio e allora…» Mentre lui continuava a parlare io ero già rientrata nel corridoio, ho il ricordo confuso della sua voce che da dietro mi urla: «Veronica, aspetta!» Mi chiusi nel bagno e mi accucciai seduta accanto al water. Non riuscivo neppure a piangere, avvertivo solo un peso enorme sullo stomaco, poi il suono della campanella e come un automa che si sposta all’interno di un incubo rientrai in classe. Il mio sguardo per una frazione di secondo incrociò quello di Gloria, lei stava sorridendo. Sentii chiaramente le risate più o meno soffocate della classe fino a quando il prof, impegnato a osservare il registro, non urlò distrattamente: «Fate silenzio!» 

Trovai a malapena la forza di mettermi seduta ma dopo un paio di minuti vomitai senza avere neppure il tempo di correre in gabinetto. Ero piegata su me stessa, concentrata su un dolore che mi stava spaccando a metà e poi svenni. Mi ritrovai in segreteria stesa su un divano con una coperta che mi avvolgeva fino alle spalle. 

Dopo un quarto d’ora arrivò la mamma, mi misurarono la temperatura, assieme alla Preside e a una segretaria parlarono di influenza, di malessere passeggero e di analisi del sangue, poi rientrammo a casa. Mentre la mamma stava guidando giurai a me stessa che non avrei mai raccontato nulla a nessuno e che quel segreto orribile mi avrebbe accompagnato fino alla tomba. Promisi a me stessa che non mi sarei mai più fidata degli esseri umani, uomini o donne poco avrebbe contato. Nei giorni successivi mi sottoposero a tutte le analisi possibili e naturalmente non emerse nulla. 

Mi imposi di imparare a fingere, del resto ero già abituata a mascherare i miei sentimenti con il resto della classe. Rientrai a scuola dopo quattro giorni. Avevo già perso un paio di chili, ma soprattutto la voglia di vivere; dentro di me si era spento qualcosa. Ascoltavo le spiegazioni dei docenti, facevo i compiti in classe, rispondevo correttamente quando venivo interrogata, ma sempre evitando di mescolarmi con gli altri. Emy, Gloria e Isa per me non esistevano più. Ero sempre pronta a posizionarmi il più possibile distante da loro. Comunque, avevo la certezza che tutta la classe sapesse e questo mi provocava uno stato di angoscia che si mescolava a rabbia e dolore. Chiudermi in me stessa, questa inizialmente fu la mia strategia, trasformarmi in un silenzioso castello con il ponte levatoio alzato. Purtroppo però certi incubi non sembrano avere fine e la mia mancata reazione per certi versi indispettì le piccole streghe, forse per questo cominciarono a lasciarmi i disegni di un topo sotto il banco. 

Accadeva quasi tutti i giorni e qualche volta, senza scrivere il mio nome naturalmente, li trovavo disegnati con il gesso sulla lavagna. Immagino che secondo loro assomigliassi a un ratto. Quando trovavo quei foglietti spiegazzati non facevo altro che infilarli nel mio zaino per poi cestinarli a casa. Dentro mi sentivo morire, ma non lasciavo trapelare una sola smorfia di dolore o di rabbia. I miei genitori iniziarono a preoccuparsi seriamente perché nel frattempo non trovavo più la forza neppure per suonare. I silenzi avevano sostituito le parole, i sorrisi erano un lontano ricordo e trascorrevo i miei pomeriggi chiusa nella mia stanza. Quando mamma tentava di avvicinarmi e di farmi parlare, iniziai persino a risponderle male, cosa che non era mai accaduta.

Questa oscurità interiore nel giro di pochi mesi divenne visibile anche ad occhio nudo, perché praticamente avevo quasi smesso di nutrirmi. Stavo lentamente affondando e non ero in grado di contrastare questa deriva.

Dopo circa sei mesi di nulla, i miei riuscirono a portarmi da uno specialista in disturbi alimentari, le mie costole erano visibili a occhio nudo e le gambe assomigliavano a due ramoscelli. Già conoscevo la diagnosi ancor prima che il medico pronunciasse la fatidica parola: «anoressia.» Fu nel novembre successivo che venni ricoverata per dieci giorni, perché il disturbo rischiava seriamente di compromettere qualche organo interno. Proprio in ospedale, un medico simpatico e dotato di pazienza infinita riuscì a convincermi che in psicoterapia non ci andavano i pazzi, ma le persone che volevano vivere meglio, mi giurò che nel mio caso avrebbe significato tornare a vedere la luce.

Ancora ricordo la prima seduta. Ero smarrita ma dopo pochi minuti mi sentii a mio agio; quel giorno evitai di entrare nello specifico, in maniera molto sfumata accennai a dei problemi interni alla classe e al fatto che più o meno tutti mi considerassero una sfigata. 

La psicologa ascoltò con attenzione senza esprimere giudizi e apprezzai molto questo suo atteggiamento; il macigno continuava comunque a rimanersene adagiato sopra il mio stomaco, forse per questo non riuscivo a inghiottire neppure uno spillo. 

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