La storia di

Mirco

La decisione finale spettava comunque a me. Mi si chiude la vena e agisco. Convoco gli amici, ci vediamo in piazzetta e scegliamo dieci foto che la ritraggono nuda, poi iniziamo a condividerle online nelle varie chat. Provai un gran senso di rivincita. Due giorni dopo, il primo vero brivido di paura.

Ascolta questa storia raccontata da Luca Pagliari

Avevo nove anni quando papà è morto d’infarto, cavolo se l’ho vissuta male quella storia.

Mi chiamo Mirco e da mio padre che aveva un’officina ho ereditato la passione per la meccanica. Capire come funziona un motore per me è quasi una necessità, anche per questo ho scelto di frequentare un istituto tecnico. Vivo in un quartiere di periferia assieme a mamma e alle mie due sorelle maggiori, settimo piano di un condominio e non c’è troppo da aggiungere perché nella mia zona i palazzi sono tutti uguali. Avevo nove anni quando papà è morto d’infarto, cavolo se l’ho vissuta male quella storia. Dentro la sua officina ci sono cresciuto e solo quando l’hanno chiusa ho capito davvero che lui non sarebbe più tornato. Bello schifo, una saracinesca si abbassa e ti ritrovi solo come un cane. Mamma e mia sorella Elisa fanno le infermiere, immaginatevi voi come è trascorso questo 2020. 

Elisa poi lavora in un reparto dove ci sono questi poveracci col virus e non vi dico che cosa ci racconta, a volte è così stanca che va a letto senza neppure cenare. La mia adolescenza l’ho trascorsa in strada dove le cose le impari da quelli più grandi e se ti fai le canne è solo perché se le fanno gli altri, però io non sono uno che deve fumare a tutti i costi, cioè, tra una partita di pallone o una canna preferisco la partita. Il mio quartiere è un po’ così, devi essere all’altezza della situazione per campare e comunque non ho mai rubato e a scuola sono sempre andato bene. 

Maggio 2019, con gli amici verso le quattro di un sabato ci spostiamo con gli scooter verso il centro della città, lì hanno tutti il grano, camminano veloci e le donne lasciano una scia di profumo che quasi ti sballa. Stiamo un po’ a zonzo, poi ci compriamo un cheeseburger e ci sediamo sulle panchine di un giardino lungo un viale. Se sono qui a scrivere è perché quel pomeriggio è successo qualcosa di molto importante. Sbircio una ragazza dall’altra parte della strada che quasi piangendo guarda il suo scooter. Da come si veste capisco che fa parte di un quartiere dove ci sono i dog sitter che portano a passeggio i cani e sui muri nessuno ha il coraggio di scrivere un cacchio. Insomma, niente palazzoni di merda e un Kebab ogni cinque metri. Attraverso la strada, gli amici mi urlano dietro qualcosa ma non li ascolto. Lei ha due occhi azzurri che stendono, profuma di pulito, la sola cosa sporca è la candela dello scooter. In due minuti risolvo il problema. Si chiama Emma, ringrazia dicendomi che non sapeva neppure che esistessero le candele dentro i motori e io le consiglio di cambiarla il prima possibile e di far controllare la pressione degli pneumatici perché sono sgonfi. Le domando come possa riuscire a guidare in quelle condizioni e lei mi risponde: «Ci riesco benissimo, anzi, pensavo fossero troppo gonfi!» Ridiamo e le chiedo il numero di cellulare: «Così –le dico– se ti ritrovi a piedi sai chi chiamare». Ride anche lei, mette in moto e parte.

Ancora non era scomparsa oltre l’ennesimo semaforo del viale e già ero entrato in fissa. Quegli occhi erano la sola cosa che ricordavo di lei. La sera, con la scusa di sapere se fosse arrivata a casa sana e salva, le ho inviato un messaggio e da lì in poi non abbiamo più smesso di farlo. Che io vivessi in una zona di merda non sembrava darle fastidio, erano invece i miei amici a prendermi in giro dicendomi che sarei diventato un fighetto. Finalmente io ed Emma siamo riusciti a prenderci un mezzo pomeriggio e senza dire niente a nessuno le ho comprato una rosa. Minchia quanto costano i fiori! Avevo letto su internet che bisogna sempre regalarne un numero dispari e quindi una era il numero perfetto. Da quel momento abbiamo iniziato a vederci un paio di volte a settimana ed ogni volta è stato sempre più bello; poi finita la scuola la frequentazione è diventata quasi quotidiana e per farla breve ci siamo messi assieme quasi senza accorgercene. Non è per fare il figo ma sono uno che piace, gioco al calcio, faccio palestra e soprattutto le mie origini meridionali mi hanno regalato un colore olivastro e due occhi neri che spaccano. Le ragazze non mi sono mai mancate. Torniamo a noi, Emma in agosto sarebbe andata in Sardegna con i suoi, io invece avevo programmato un weekend a Riccione con gli amici; diciamo che non è proprio la stessa cosa ma va bene lo stesso. 

Prima di fare le foto le ho promesso che non le avrei mai condivise con nessuno. Io a dire il vero quella sera sono sceso in piazzetta e le ho fatte vedere ai miei tre amici più cari.

Bel periodo, avevo dato gli esami del quinto ed erano andati bene, passavo i pomeriggi con Emma oppure con Kumbo che scrive pezzi trap. Funzionano, il casino è che ci vuole un po’ di grano per fare qualche video e magari un produttore. Kumbo a follower è già messo abbastanza bene, forse gli servirebbe il pezzo che spacca, ma prima o poi arriva anche quello, ne sono sicuro. Un giorno di luglio, carico Emma sullo scooter e andiamo al lago, roba da quaranta minuti di strada e dopo aver rischiato cento volte di precipitare dalle rocce, a piedi abbiamo raggiunto una spiaggetta deserta. Non entro nei dettagli ma siamo stati benissimo e poi, neanche saprei dire come, le ho scattato delle foto mentre era nuda. Un gioco intimo, una cosa nostra, anche se lei inizialmente si vergognava un po’. Prima di fare le foto le ho promesso che non le avrei mai condivise con nessuno. Io a dire il vero quella sera sono sceso in piazzetta e le ho fatte vedere ai miei tre amici più cari. Non penso ci sia nulla di male. La storia delle foto è diventata una specie di nostra abitudine, in particolar modo mi piaceva quando lei si faceva dei selfie a casa ed io aspettavo con impazienza la notifica dell’invio con WhatsApp. Vero, ho continuato a farle vedere a Kumbo, Nik e Moro, ma sono come dei fratelli, siamo cresciuti assieme e anche loro mi mostravano le foto di qualche ragazza con cui erano stati. Esisteva una chat blindata dove da tempo avevamo iniziato a condividere varie foto hard. In quella chat ci finivano le nostre conquiste, diciamo così. Eravamo in quattro e non saremmo mai stati più di quattro, nessuna condivisione con altri, questa era la regola. 

Il mio universo e quello di Emma erano molto diversi, ma questo non creava problemi, anzi, lei era anche incuriosita di vedere la mia zona, per lei il mondo finiva esattamente dodici fermate di metro prima della mia. 

Delle sue amiche quella che invece avevo conosciuto meglio si chiamava Barbara, ma per tutti era Baby. Forse un po’ troppo fighetta ma in definitiva simpatica. Ricordo quando Kumbo le chiese se il Rolex che indossava fosse falso e lei gli rispose che un Rolex tarocco era roba da disgraziati. Fui grato a Kumbo che lasciò cadere il discorso, anche perché tutto sommato pure a noi sarebbe piaciuto avere un Rolex e un bel po’ di fresca nelle tasche. I genitori di Emma avevano il grano ma nessuno, quando usciva con il mio gruppo, le ha mai fatto pesare questo aspetto. 

L’autunno del 2019 è stato un po’ strano perché avevo finito le superiori e ancora non sapevo bene che strada percorrere, sicuramente l’idea di fare il meccanico mi attirava molto. Oggi per infilare le mani dentro un motore devi conoscere benissimo l’elettronica, sono finiti i tempi dei meccanici sporchi di grasso sdraiati sotto una macchina. 

Diciamo che tra noi era nata quasi una specie di sfida su chi riusciva a produrre il materiale più hard. Tanta roba amici.

Proprio tra settembre e novembre alle foto hard si aggiunsero dei video. Pretendevo che Emma li girasse da sola nella sua camera da letto, io chiedevo e lei eseguiva. Era una specie di rito e lei era bravissima nel tradurre ogni mia fantasia in clip super eccitanti. Duravano al massimo 30 secondi ma erano benzina. L’archivio della nostra chat blindata si era arricchito molto negli ultimi tempi perché c’erano finite dentro anche altre ragazze, tutte ovviamente inconsapevoli che quelle immagini appartenevano di diritto al nostro ristrettissimo gruppo. Diciamo che tra noi era nata quasi una specie di sfida su chi riusciva a produrre il materiale più hard. Tanta roba amici. So benissimo che quello che facevamo era sbagliato, anzi, lo sapevamo tutti, ma non è che stavamo lì a dircelo perché certe cose le fai e basta. La cosa strana è che non reputavo di venire meno in qualche maniera alla promessa fatta con Emma. 

La sera in cui lei decise di andare in discoteca con le amiche, io ero impegnato con il calcetto, se non sbaglio dovevano festeggiare anche la festa di una loro compagna che io non conoscevo. 

La mia vita è cambiata all’una e quaranta di notte, mi ero addormentato da poco, ma vengo svegliato dal suono di una notifica. Ho subito pensato che fosse Emma anche se mi sembrava piuttosto strano, infatti era Kumbo. Nel vocale mi dice che è successa una cosa bruttissima, perché avevano beccato Emma che si stava baciando con un tipo all’interno della discoteca. 

Kumbo e Nik si erano trovati lì perché avevano rimediato degli ingressi omaggio, ma quel genere di discoteca da figli di papà non fa parte dei nostri giri. Mi ritrovo seduto sul letto e chiamo immediatamente Kumbo. È in auto con Moro: «Fratello, quella è una troia e secondo me faceva finta di essere ubriaca, perché se sei fuori come un melone non stai avvinghiata con un testa di cazzo su un divanetto. Comunque le abbiamo fatto anche una foto, te la sto girando. Tanto, cosa diciamo sempre? Alla fine sono tutte troie!» Non lo ascolto, sto già guardando la foto che nel frattempo mi ha inoltrato. Tutto vero, incredibile ma tutto vero. Il sonno ha lasciato il posto allo stupore che ha lasciato il posto alla rabbia. Cazzo! Mi incollo al telefono e chiamo quella puttana ma è staccato. Magari sarà ancora infrattata con quel demente in qualche angolo buio della città, magari l’ha portato in uno dei nostri posti. Dentro la mia testa esplode di tutto e naturalmente non chiudo occhio. Il telefono di Emma continua ad essere muto. 

Ragazzi fate girare la foto di ieri sera, tutti devono sapere chi cazzo è questa qui.

Per fortuna mamma è di turno e alle sette esce di casa, mi faccio un caffè e siccome lei non risponde chiamo Baby che stava dormendo, provo a chiedere spiegazioni e quando comprendo che non sa cosa rispondermi la maledico, anzi, le maledico tutte. Schifose ricche e viziate, delle merde, ecco cosa sono. Finalmente, quasi all’ora di pranzo, il telefono di Emma squilla, il cuore mi schizza fuori dalla testa e lei decide di rispondermi dopo un tempo infinito. Le urlo di tutto mentre piange in silenzio e quando prova ad aprire bocca io urlo anche di più. Mi attacca il telefono in faccia, riprovo subito a chiamare ma non risponde. Tempo cinque minuti e parlo con il mio gruppo di amici. Nessun dubbio: «Ragazzi fate girare la foto di ieri sera, tutti devono sapere chi cazzo è questa qui». Sono tutti d’accordo, una così non si merita nulla di meglio.

I giorni seguenti sto come un cane. Vado persino a cercare il tipo con cui si era baciata e lui conferma tutto, aggiungendo che era stata lei a prendere l’iniziativa. Fantastico, no? Non ho avuto neanche la forza di prenderlo a calci in culo. Una regola che mi ha insegnato la strada dice che chi sbaglia paga, ed essere così sputtanato brucia che neanche riuscite a immaginarlo. Non poteva finire così la storia e allora metto a fuoco che io un’arma la possiedo ed è potentissima. Voglio vendicarmi e farle male. Le foto e i video che possiedo raccontano tutto di lei, tra l’altro mica li ho girati contro la sua volontà! Anzi, gli scatti e le immagini più interessanti arrivano direttamente dalla sua stanza. L’idea si rafforza e prende corpo, gli amici gettano benzina sul fuoco e arriviamo alla conclusione che dobbiamo infliggerle questa punizione. Kumbo vorrebbe addirittura buttarla in musica e scriverci un pezzo su questa storiaccia. 

Convoco gli amici, ci vediamo in piazzetta e scegliamo dieci foto che la ritraggono nuda, poi iniziamo a condividerle online nelle varie chat.

La decisione finale spettava comunque a me, il nove gennaio mi si chiude la vena e agisco. Ero certo che lei non si sarebbe mai aspettata una cosa del genere e questo mi faceva sentire estremamente bene. Convoco gli amici, ci vediamo in piazzetta e scegliamo dieci foto che la ritraggono nuda, poi iniziamo a condividerle online nelle varie chat. Emma sempre riconoscibile, impossibile avere dubbi su chi fosse la protagonista degli scatti. Non mi vergogno nell’ammettere che provai un gran senso di rivincita. Minchia, la sensazione era la stessa di quando in certi film sganciano i siluri dai sommergibili nucleari. E l’esplosione ci fu! Emma non trovò il coraggio di rispondere ma le sue amiche, Baby in testa, mi scrissero che ero un pazzo, una merda e che stavo rovinando una vita e la reputazione di una ragazza. Su di noi, quei messaggi sortirono l’effetto opposto: avevamo fatto centro! La vendetta funzionava molto bene e così decidemmo di sparare il colpo finale prima di lasciarla al suo destino del cazzo. 

Fu così che tre giorni dopo condividemmo in chat anche un video di 26 secondi. Non fatemi usare termini volgari, diciamo che si tratta di autoerotismo. Il filmato divenne virale nel giro di neppure tre ore. 

Due giorni dopo, quando Baby mi scrisse in maniera asettica che Emma era sorvegliata a vista nella sua stanza perché temevano che potesse uccidersi, provai il primo vero brivido di paura. Baby in quel messaggio non mi accusava di nulla e non mi implorava neppure di farla finita, erano solo poche righe scritte per mettermi al corrente delle conseguenze prodotte dalle mie azioni. Fui tentato di contattarla ma preferii restarmene in silenzio. 

La notte cominciai a dormire malissimo, angosciato dal pensiero che Emma potesse farsi veramente male, le notizie che iniziarono a circolare qualche giorno dopo la pubblicazione del video erano pesanti. Qualcuno parlava di Polizia, altri dicevano di aver visto un paio di troupe televisive fare immagini nella via. 

Avevo compiuto 18 anni da poco e quindi dopo la denuncia per la diffusione illecita di immagini e foto, mi trovai a dover fare i conti con avvocati, giudici, questure e interrogatori.

Un pomeriggio vedo dalla finestra un’auto della Polizia sotto casa, va pianissimo, spero che prosegua ma invece accosta e si ferma. Scendono due agenti e mentre prego affinché siano in zona per altri motivi, sento il campanello suonare. Mamma è lì. Viene a conoscenza del tutto mentre siamo seduti in cucina di fronte agli agenti e a una pila di fogli. Mi sequestrano telefono, PC e tablet. Comincio ad avere paura di tutto. Avevo compiuto 18 anni da poco e quindi dopo la denuncia per la diffusione illecita di immagini e foto, mi trovai a dover fare i conti con avvocati, giudici, questure e interrogatori. Fui costretto immediatamente a chiudere tutti i miei profili social perché migliaia di haters cominciarono a tempestarmi di minacce e offese. Altra cosa, non avevo preso in considerazione che Emma era minorenne e quindi ai vari capi di imputazione si aggiunse anche quello di diffusione di materiale pedopornografico, ed io che pensavo che quel reato fosse collegato solo alle foto che ritraggono bambini. Ho cominciato a girare su internet cercando informazioni in merito al codice penale e solo per quanto concerne la pedopornografia scopro che potevo essere punito con la reclusione da sei a dodici anni e con una multa da 24.000 euro fino ad un massimo di 240.000. 

La Polizia Postale scoprì subito anche la nostra chat, quella che consideravamo una cassaforte inviolabile, ed è così che si sono trovati coinvolti in questo inferno anche Kumbo, Nik e Moro. 

Quando tutta la vicenda è uscita sui giornali ed in televisione, ci hanno dipinto come una gang che collezionava materiale pedopornografico all’insaputa delle minori che venivano riprese o fotografate. Altre due ragazze hanno sporto denuncia; capite che cosa si è scatenato? Se volete vi spiego anche cosa significhi trovarsi di fronte a un giudice o ai giornalisti sotto il portone di casa. Tutte queste cose messe assieme non raggiungono però il livello di terrore provocato dal fatto che Emma potesse compiere gesti estremi. Paura per lei, perché non si può morire per la vergogna e forse io mi sarei ritrovato a dover affrontare persino un processo per induzione al suicidio. 

A casa, mia madre e mia sorella hanno trascorso giornate intere a piangere e poi devi trovarti un avvocato e sono soldi su soldi, perché commettere cazzate comporta anche un enorme costo economico. Per la mia vicenda abbiamo dovuto mettere in vendita la casetta che si trovava nel centro del paese, sulle colline fuori città, dove era nata nonna. Era un nostro modesto punto di riferimento, ma è lì che avevo trascorso estati intere, mille ricordi anche assieme al papà, ora c’è appeso un cartello con scritto «Vendesi». 

Sapete, l’immagine dell’attimo in cui premo invio sul tablet e quel materiale pornografico finisce in rete, oramai è impressa nella mia mente in maniera indelebile. Una volta che regali qualcosa di sbagliato al web, hai finito. 

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